La palude delle ideeDraghi costringa i partiti a riformare questa Italia bloccata, dice Formica

L’ex ministro socialista consiglia al presidente del Consiglio di essere dirompente come lo fu Cossiga nel 1992, quando sconvolse il sistema con le dimissioni anticipate. «Nulla sarà più come prima, ma nessuno dice che cosa non deve essere più come prima, e, soprattutto, che cosa e in che senso deve cambiare»

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«Un consiglio a Mario Draghi? Faccia come Francesco Cossiga nel 1992, quando con le sue dimissioni anticipate e il messaggio alle Camere, scosse il sistema politico e lo invitò a riflettere sulla crisi globale aperta dal crollo del Muro di Berlino e sulle conseguenze che avrebbe avuto sulle istituzioni italiane. Cossiga invitava allora a riformare un sistema bloccato. E Draghi, proprio perché siamo dentro un’emergenza determinata dalla guerra in Ucraina, così come allora c’erano state le emergenze terrorismo, mafia e corruzione, oggi dovrebbe dire: questo governo è finito, ma non si può andare alle elezioni con un sistema politico bloccato e incapace di guardare alle sfide del domani, rese ancor più drammatica dalla guerra in Ucraina. Insomma, come fece Cossiga, dovrebbe sferzare i partiti e portarli su questo piano». 

Rino Formica, ex ministro socialista, compagno e amico di Bettino Craxi, 95 anni e una lucidità di pensiero ancora folgorante, mi ha lui stesso suggerito di consultare un’intervista che gli avevo fatto per il manifesto quasi esattamente trent’anni fa: «Un messaggio politico fortissimo che spinge al cambiamento del sistema politico italiano», cosi mi diceva il 26 aprile 1992. 

Trent’anni dopo, a quei problemi di stabilità e tenuta democratica, malgrado gli innumerevoli tentativi di riforma, non è stata data alcuna risposta organica: «Tutti dicono, dopo la pandemia e lo scoppio della guerra, che nulla sarà più come prima, ma nessun partito dice che cosa non deve essere più come prima, e, soprattutto, che cosa e in che senso deve cambiare. Basti guardare allo scarso interesse per i temi sollevati dai referendum sulla giustizia. Così però la sfiducia dei cittadini diventa distacco dalle istituzioni e questo non può essere risolto dalle qualità di un uomo, anche se si chiama Mario Draghi». 

Per spiegare perché secondo lui siamo «ancora in debito di una mancata risposta al discorso di Cossiga del 1992», Formica parte da lontano: «La crisi dell’89 fu la crisi di un ordine mondiale nel quale la guerra fredda sostituiva la guerra calda e garantiva che la competizione tra due blocchi militari non sfociasse nel conflitto armato. Nello schema della guerra fredda questo potere era esercitato nei modi visibili ma anche attraverso forze che invece non agivano in piena luce. In Italia, qualche settimana dopo il discorso di Cossiga e la mia intervista ci fu la strage di Capaci, anche quello il segno che si era rotto un equilibrio nel quale le forze illegali che agivano a favore di quell’equilibrio erano comunque tenute sotto controllo».

Oggi a entrare in crisi è l’equilibrio della globalizzazione dalla quale la Russia è uscita con un sistema autoritario che persegue vecchi sogni imperiali: «Putin ha invaso l’Ucraina, sperando nel blitzkrieg. Fallita la guerra lampo, di questo dovremmo essere consapevoli, nelle zone d’influenza russa, nel Mediterraneo, in Asia, nel Medio Oriente, ci saranno altre guerre economiche e monetarie. Di tutto questo non vedo la necessaria consapevolezza. Fornire di armi la resistenza ucraina è doveroso e indispensabile. Ma io da Draghi vorrei sentire come intende rispondere a questa altre guerre senza obbedire agli ordini altrui, che siano Joe Biden o Vladimir Putin. E vorrei sentire una sferzata ai partiti affinché si assumano la responsabilità di una strategia sia per l’Italia che per il mondo, invece che oscillare vero di essi tra la sopportazione e il disprezzo», conclude Formica.