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Liberi di lavorare“Riparto da me”, il progetto per l’inserimento al lavoro delle persone detenute di Bollate

Giunto alla seconda edizione, il programma ideato da Fondazione Adecco per le Pari Opportunità e Fondazione Alberto e Franca Riva punta alla riduzione della recidiva attraverso l’inserimento lavorativo. Previsto un percorso a step con corsi di orientamento e formazione. Una sfida per chi è in carcere, ma anche per le sempre più numerose aziende coinvolte

(Pixabay)

«Il grande valore aggiunto di questo progetto è l’inserimento lavorativo, delle persone detenute, in contesti normalizzanti». Roberto Bezzi, direttore dell’area educativa della Casa di Reclusione di Milano-Bollate, descrive così il progetto “Riparto da me”, ideato dalla Fondazione Adecco per le Pari Opportunità, che ha l’obiettivo di accompagnare al lavoro in azienda le persone detenute nella struttura carceraria milanese. «È una grande opportunità per immaginarsi finalmente come dei lavoratori e sentirsi quindi pienamente partecipi della compagine sociale», dice Bezzi.

Giunto alla seconda edizione, dopo lo stop imposto dalla pandemia, quest’anno il progetto coinvolgerà 30 persone, raddoppiando quindi i beneficiari rispetto alla prima edizione pilota. E, oltre alla Fondazione Alberto e Franca Riva, sono tanti i partner che hanno deciso di collaborare a “Riparto da me”, tra cui l’Università Cattolica di Milano (che si occuperà della validazione scientifica del progetto), la Cooperativa Sociale Articolo 3 (che si occuperà di facilitare l’ottenimento dei permessi di uscita, di agevolare il rapporto tra carcere ed enti partner esterni, di supportare il carcere nella selezione di potenziali partecipanti non residenti nel comune di Milano) e la Fondazione Enaip (che svolgerà l’attività di formazione professionale sulle competenze tecniche).

«Quattro anni fa, la prima edizione è partita con 15 persone segnalate dal carcere e ritenute pronte per questa esperienza», racconta Laura Ciardiello, responsabile Sviluppo progetti di Fondazione Adecco. «Queste persone sono state avviate in percorsi di stage nel mondo profit e non profit. Sette di loro sono state assunte con contratti a termine che poi, in alcuni casi, si sono trasformati in contratti a tempo indeterminato».

Il feedback da parte delle aziende partner e degli stessi detenuti lavoratori è stato positivo. E così quest’anno il progetto è stato ampliato e rinnovato, con la partecipazione di molti nomi nuovi del mondo imprenditoriale.

«I beneficiari coinvolti questa volta sono 30 e saremo noi a gestire la selezione con l’obiettivo di formare un gruppo il più motivato possibile», spiega Laura Ciardiello. «Abbiamo aggiunto due corsi di formazione specifici sulla logistica e sulla ristorazione, perché abbiamo ricevuto già delle richieste da parte di alcune aziende di questi settori. Inoltre, per le stesse aziende abbiamo previsto un percorso di sensibilizzazione in modo da preparare l’accoglienza e l’inclusione delle persone detenute».

L’aspetto sorprendente è proprio la crescente sensibilità dimostrata dalle aziende. Prosegue Laura Ciardiello: «Stiamo riscontrando un’ottima risposta da parte delle imprese: in questo momento sono molte quelle che desiderano impegnarsi in attività concrete di Csr. Stiamo portando a bordo partner di alto livello, aziende che credono davvero nel nostro progetto e nei valori che promuove». Oltre che dal mondo della ristorazione e della logistica, diverse richieste sono arrivate anche da realtà che si occupano di pulizie e retail.

Al momento sono in corso i colloqui da parte di Fondazione Adecco per selezionare i 30 partecipanti. «Il primo aspetto che valutiamo è il percorso di crescita che hanno svolto in carcere», spiega Antonio Riva. «Il secondo è la motivazione, perché accedere a un ambiente lavorativo non protetto è particolarmente sfidante». Una volta selezionati i beneficiari, sarà necessario completare le procedure burocratiche e attendere l’autorizzazione all’uscita da parte del magistrato. Poi partiranno i corsi di orientamento e di formazione professionale, inclusi quelli sulla sicurezza e sulle normative alimentari. Gli inserimenti in azienda sono previsti da giugno in poi.

«Per le persone che entrano nel progetto, questa è una sfida ma anche un’opportunità incredibile», dice Antonio Riva. Secondo quanto previsto dall’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario, queste persone possono allontanarsi dalla struttura detentiva per lavoro, ma la sera devono tornare a dormire in carcere. «Il solo fatto di uscire è già di per sé una componente straordinaria che favorisce il benessere psicologico del detenuto».

Ma non solo. Come spiega Roberto Bezzi, «il fattore determinante è un accrescimento dell’autostima, legato alla possibilità di tornare a essere un lavoratore, un uomo o una donna produttivi. E si ha l’opportunità non solo di fare questo, ma anche di essere inseriti in contesti professionali normalizzanti, con persone che arrivano da ambiti diversi rispetto a quello carcerario. Per chi ha famiglia significa anche ricominciare ad avere un ruolo attivo in quel contesto partecipando, ad esempio, alle spese».

Il passaggio dal carcere alla realtà lavorativa ovviamente non è privo di ostacoli. Qualcuno non ce la fa e si ritira prima di terminare il percorso. «Dobbiamo mettere in conto che qualcuno non sia ancora preparato o non sia adeguato a un inserimento lavorativo stabile», dice Antonio Riva. «Passare da una situazione protetta alla semilibertà, in alcuni casi, crea una situazione di instabilità psicologica».

Lo conferma anche Roberto Bezzi: «Vivere con i colleghi, rispondere a domande che possono essere poste sulla propria storia e sulla vita in carcere, può essere difficile. Però questo accadrà anche quando saranno liberi. Progetti come “Riparto da Me” danno la possibilità di fare un bagno nella realtà, senza edulcorazioni. E se il carcere deve preparare “al fuori” come la legge ci dice, lo deve fare non proteggendo la persona, ma mettendola di fronte alla realtà per quello che è».

Il percorso di formazione e orientamento che Fondazione Adecco mette a disposizione dei partecipanti ha proprio l’obiettivo di preparare al contesto lavorativo persone che sono fuori dal mercato del lavoro da molti anni. O che magari non vi hanno mai fatto ingresso.

L’obiettivo finale è quello di «contrastare la recidiva con la possibilità che progetti come questo possano essere replicabili anche in altre strutture di reclusione», dice Antonio Riva.

In Italia, il tasso di recidiva tra coloro che hanno scontato una pena in carcere è del 68%. Ma le probabilità che si torni a delinquere si abbassano se, durante la permanenza in carcere, la persona detenuta ha avuto la possibilità di accedere a corsi di istruzione e formazione e se gli viene offerta l’opportunità di lavorare. Per le persone detenute che non svolgono programmi di reinserimento, il tasso di recidiva sfiora il 90%, mentre tra coloro che vengono reinseriti in un contesto socio-lavorativo scende al 10%.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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