Lettera d’amore alla città La magnificenza di Parigi e una gita sulla Senna

I parigini lo fanno pochissimo, ma uno dei modi migliori per visitare la Ville Lumière è proprio lungo il suo fiume. Per questo, spiega Eleonora Marangoni nel suo ultimo libro “Paris, s’il vous plaît” (pubblicato da Einaudi), ci sono i bateaux-mouches, dal nome bizzarro e dalla storia curiosa

di Joe Desousa, da Unsplash

Una delle cose più belle che si possano fare a Parigi è una cosa che i parigini non fanno mai: navigare lungo la Senna. Dopo la Tour Eiffel, il Louvre e il Centre Pompidou, i bateaux-mouches sono la quarta attrazione più popolare della città, ma i parigini su queste barche salgono di rado, quasi soltanto per feste organizzate, su battelli privatisés per compleanni, feste di laurea e cene aziendali.

La Senna è sempre stata navigata, in origine soprattutto a scopo commerciale, e si racconta che, in epoca romana, l’antica Lutetia venne fondata proprio da marchands de l’eau. Ecco perché Parigi, che dista centinaia di chilometri dal mare, ha come simbolo una barca, e il motto della città, dal 1853, è «Fluctuat nec mergitur»: è sbattuta dalle onde ma non affonda. A spiegarmi il significato dello stemma e del motto della città era stato, ai tempi dell’università, un mio compagno di corso. Jan aveva origini olandesi da parte di madre, e a Parigi era arrivato da Montpellier insieme a una ragazza che poi era partita per non so più quale DOM* e non era più tornata. Jan era rimasto, si era iscritto all’università, lavorava come fotografo ai matrimoni per mantenersi e viveva dalle parti del Port de l’Arsenal su una piccola péniche che aveva comprato a pochi soldi da un cliente che si sposava e metteva la testa a posto. Era un tipo un po’ ombroso, abbronzato anche in inverno; amava Victor Hugo, Hemingway, James Ellroy e la letteratura russa, sbuffava ogni volta che mi sentiva nominare Proust, che liquidava come «relou», pesante, o Fitzgerald, che gli pareva «douillet», delicatino, e se avesse dovuto vivere in una delle «vostre cages à lapin», ripeteva sempre riferendosi ai minuscoli studios e chambres de bonne in cui stavamo noi altri studenti, se ne sarebbe di certo andato via. Lui la barca la usava per «stare», non per navigare, e di certo non gli sarebbe mai venuto in mente di farsi un giro su un bateau-mouche.

I bateaux-mouches vennero inventati alla fine degli anni Quaranta da un armatore, Jean Bruel, che viveva su un battello e considerava la Senna «la plus belle avenue de Paris». Nel dopoguerra, con la ripresa del turismo e dei viaggi di piacere, a Bruel venne in mente che il fiume potesse essere navigato non solo per trasportare merci e passeggeri, ma anche per visitare la città. Comprò un vecchio battello a vapore che era stato usato durante l’Esposizione universale del 1900 per permettere ai visitatori di raggiungere i vari padiglioni della città, lo rimise a posto e ci montò sopra due proiettori della difesa antiaerea abbandonati dai tedeschi perché, anche se la città si era già autoproclamata «Ville Lumière» (ecco una tendenza tipicamente parigina: l’autoproclamazione), a quei tempi le sponde della Senna dopo il tramonto erano completamente buie. Fu quella la prima imbarcazione a navigare lungo il fiume con il solo scopo di far ammirare a chi era a bordo il panorama della città. Tre anni dopo, Bruel fece costruire un altro battello, con grandi aperture laterali in vetro e acciaio, che diventerà il modello tipico dei bateaux-mouches che si vedono oggi.

Bruel chiamò i suoi battelli «bateaux-mouche» semplicemente perché il primo che aveva acquistato era stato costruito a Lione, nell’antico quartiere di La Mouche (oggi chiamato Gerland). In un articolo su «Le Monde», il linguista Albert Dauzat insinuò che nel nome ci fosse un errore: in francese l’aggettivo si accorda in genere e numero al sostantivo cui si riferisce, e Dauzat faceva notare ai lettori come, per armonizzarsi a bateaux, mouche avrebbe dovuto essere scritto al plurale, e dunque con la «s» finale. Bruel, pur di contraddirlo, si divertì a far credere a tutti che il nome venisse da un certo Jean Sébastien Mouche, capo della polizia segreta e collaboratore del barone Haussmann, che aveva creato la flotta di imbarcazioni per facilitare la circolazione nel centro di Parigi. Chiese all’amico giornalista e sociologo Robert Escarpit di inventare una breve biografia del personaggio, e il 1° aprile 1953, alla Passerelle Solférino, tra gli applausi generali, presentò al ministro dei Trasporti, al prefetto, alla stampa e al tout-Paris dell’epoca, il busto barbuto del fantomatico capitano (che aveva trovato al mercato delle pulci).

La vita acquatica di Monsieur Bruel diventa definitivamente irresistibile qualche anno dopo, nell’estate del 1961, quando attraversa la Manica a bordo di un’Amphicar, un veicolo cabriolet anfibio che sembrava uscito da una delle Wacky Races di Hanna-Barbera e venne prodotto per qualche tempo in Germania all’inizio degli anni Sessanta. Bruel era in coppia con Tony Andal, proprietario di un cabaret galleggiante. I due partirono da Calais e sbarcarono cinque ore e cinquanta minuti più tardi di fronte alle bianche scogliere di Dover. Guidava Andal.

La prima volta che sono salita su un bateau-mouche dovevo avere dieci o undici anni, ero con i miei genitori ed era anche la prima volta che visitavo Parigi. Non ricordo quasi niente, tranne un cielo rosa, un vento gelido e una giacca matelassée che detestavo e che mia madre voleva sempre che mettessi quando eravamo in viaggio in Paesi che lei riteneva freddi. La seconda volta fu molti anni dopo, vivevo a Parigi da un po’ e dall’Italia era venuta a trovarmi Monica, una ragazza romena che aveva lavorato per anni a casa dei miei. Abitavo con un ragazzo, Tomas, e dalla rue du Commerce, métro Motte-Picquet Grenelle – dove per mesi avevamo sub-subaffittato la casa di una fotografa armena –, ci eravamo appena spostati in rue Montmartre, nel II arrondissement.

Monica, che non era mai stata a Parigi e sognava quel viaggio da anni, mi aveva scritto con grande anticipo per chiedermi se potevamo ospitarla. La casa dell’armena era una sistemazione provvisoria, ed era tutt’altro che un nido d’amore: il bagno era in cucina, e la moquette arrivava fino ai piedi della doccia. Ma c’era una stanza da letto, e in soggiorno un canapé convertible per gli ospiti. Insomma, era un tugurio, ma un tugurio dalle dimensioni rispettabili, così le risposi subito di sì. Un paio di settimane dopo, la fotografa armena ci chiamò per dirci che le avevano cancellato un lavoro, e che sarebbe quindi rientrata prima del previsto in Francia. Cercammo in fretta un’altra sistemazione, e poco dopo ci trasferimmo in rue Montmartre. Lo studio in cui andammo ad abitare era un ambiente unico, lungo e stretto, con una grande finestra in fondo, ideale per abitare soli, strettino se si era in due, improponibile per tre. Io e Tomas dormivamo su un clic-clac, un divano letto che aprivamo di sera e chiudevamo al mattino, e per accogliere Monica – che veniva per tre, quattro giorni e non era mai stata a Parigi – avevamo comprato da Decathlon un materassino da campeggio. L’avevamo gonfiato poco prima che lei arrivasse (a bocca, perché ci eravamo dimenticati di comprare il soffietto), avevamo discusso a lungo per decidere dove metterlo (non che ci fossero poi tante opzioni, ma quando si abita in due in trenta metri quadri si discute quasi su tutto). Monica era arrivata un giovedì sera con una valigia piccolissima e un beauty case enorme: adesso studiava da parrucchiera, e non si spostava mai senza un set professionale di phon, spazzole, lacche e bigodini.

La mattina dopo aveva insistito per sistemarmi i capelli: anche se io detestavo le pieghe, quello era un modo di ritrovarci, di stare vicine dopo tanti anni che non ci vedevamo, e non me l’ero sentita di dirle di no. Sapevo quanto a lungo avesse desiderato fare questo viaggio, e ci tenevo a farle trascorrere il miglior soggiorno possibile in città. «Allora, dove andiamo oggi?» mi aveva chiesto mentre mi stirava le punte con la spazzola rotonda. Io non sapevo da dove cominciare: dove si inizia, con Parigi, se devi mostrarla a qualcuno che non c’è mai stato e che non vedi da tanto tempo? Forse dalla Senna, avevo pensato, e così avevamo fatto.

In barca avevamo bevuto Perrier e mangiato bretzel, ci eravamo fotografate a vicenda e poi insieme, sedute una vicino all’altra. Non si chiamava ancora selfie, allora. Era maggio, uno di quei giorni in cui fa bello in tutto il mondo. Io avevo dei capelli lisci lisci con le punte arricciate in su, portavo un vestito di lino a righe bianche e grigie che ho perso anni fa in un trasloco e non ho mai più trovato, pensavo che avrei passato la mia vita con Tomas, e che avrei vissuto a Parigi per sempre. Non ricordo come proseguì la giornata, so solo che tornammo a casa dopo cena con le facce rosse per il sole, i piedi doloranti e tre ritratti maldestri di un barbouilleur di Montmartre. Fu forse la giornata più turistica di tutta la mia vita, ma la «sindrome di Parigi» era stata scongiurata.

* La sigla poetico-colonialista dom sta per Départements d’Outre-mer, e tiene insieme «Guadeloupe, Guyane, La Réunion, la Martinique et la Mayotte».

 

da “Paris, s’il vous plaît”, di Eleonora Marangoni, Einaudi editore, 2022, pagine 208, euro 18,50

© 2022 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Pubblicato in accordo con Grandi & Associati, Milano

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