Guia nella Nato Il mio blackout a Milano e la prima legge della soncidinamica

Senza l'elettricità non si può fare niente, me ne sono resa conto in una topaia vista binari dove è andata via l’energia elettrica. Non ho potuto caricare il cellulare, ho fatto la valigia al buio e non ho potuto contattare il desk perché il telefono non andava. È finita con il russo dell’hotel che mi ha inseguito per strada, e io sono entrata nell’Alleanza atlantica

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Senza l’elettricità non si può fare niente, ha appreso la generazione per cui il mondo è iniziato allorché essa generazione s’è aperta un account social, allorché la tv le ha fornito il di essa unico apprendimento (si fa per dire) e la sola capacità di contestualizzazione (si fa sempre per dire): se il mondo compare in una serie televisiva, è quasi come se comparisse nelle tue notifiche social.

Guardavano The Gilded Age e strabiliavano: ma tu guarda, questi avevano le crinoline ma non potevano ricaricare il telefono, ma tu guarda, un giorno le lampadine e fino al giorno prima niente, ma pensa te.

Senza l’elettricità non si può fare niente, penso ogni volta che entro in una stanza d’albergo e constato che le prese sono sempre troppo lontane, troppo basse, dislocate in posti troppo inutili. Sono dodici anni (e sto usando carità interpretativa e calcolando solo da quando abbiamo iniziato ad autoscattarci in perpetuo) che viviamo attaccati al telefono, e gli alberghi non hanno ancora capito che la presa deve stare a dieci centimetri dal cuscino del letto, no a due metri.

Niente, non lo capiscono neanche negli alberghi belli, ti danno credibilissime spiegazioni sulla tua stanza che è sempre l’ultima libera (ma guarda un po’) nell’ultima ala che devono giusto finire di ristrutturare per ottimizzare la questione prese (ma che coincidenza) e – giuro, pochi anni fa me l’hanno fatto nell’unico cinque stelle bolognese – intanto ti offrono una prolunga.

Senza l’elettricità non si può fare niente, penso entrando nella topaia che mi sono accuratamente scelta per la mia presentazione milanese, verificando che le prese sono scomodamente dietro i comodini, e quindi non si può usare il telefono e contemporaneamente ricaricarlo (a meno che tu non sia stata così intelligente da dire a te stessa che vai in una topaia, ci vuole un filo lungo).

Mi sono scelta accuratamente la topaia perché sono stata così furba da scegliermi anche un treno alle sei di mattina, e almeno così attraverso la strada e in due minuti lo prendo: una topaia fronte binario, grazie. Me la sono scelta con cura sulla cartina, e quindi ora non posso neanche dare la colpa all’editore, e se c’è una valvola di sfogo che non dovete levare a un’autrice sotto cortisone è la possibilità di dare la colpa all’editore.

Senza l’elettricità non si può fare niente, penso quando nel pomeriggio del primo giorno rientro per cambiarmi e la cameriera m’informa desolata che non ha rifatto la camera perché le hanno segnato arrivi e partenze su un foglietto, e i foglietti non si aggiornano in tempo reale e non sapeva restassi una seconda notte.

Senza l’elettricità non si può fare niente e sì va bene poveri ucraini ma io amo questa stanza gelata d’aria condizionata, anche se il fatto che però in bagno i termosifoni siano bollenti sembra bislacco a me e farebbe dare testate contro il muro a Draghi.

Senza l’elettricità non si può fare niente, penso quando il parrucchiere da cui vado a tagliarmi le doppie punte mi dice signora è stata fortunata fino a cinque minuti fa c’era la luce saltata: ohibò, mica a Milano non reggerà la rete elettrica? Dice Google che la notte prima in Bicocca erano senza luce, dopo mezzanotte. Fino alle undici ero lì a vedere Paolo Conte, ci mancava solo il concerto col blackout: senza l’elettricità non si può fare niente.

Quindi la sera di martedì presento il libro con gran divertimento, e mentre l’Instagram insulta Carlotta Vagnoli che si è prestata all’intelligenza col nemico, L’estetista cinica vocia in accordo col direttore di questo giornale sulla mia perversione per le subordinate, Natalia Aspesi dalla platea ci dà dei Legnanesi, e tutti fanno foto in cui io sto come mio solito seduta in modi che fanno sembrare Orson Welles un damerino e che finiranno instagrammate acciocché molte possano consolarsi pensando che sono una cicciona svaccata e ciò invalida mie eventuali critiche delle loro analfabete non particolarmente audaci imprese, io penso: senza l’elettricità non si può fare niente.

Poi vado a bere, rido, scherzo, chiacchiero: di miei prossimi libri; di Cristina Fogazzi che se un carneade le scrive «che brutto vestito» fa un’invettiva in cinquanta comode storie Instagram sulla gravità di questo attacco; dell’ospite che ho avuto, tra la presentazione e lo schiumante, in diretta radiofonica, ospite che ha spiegato seriamente d’essere un giornalista più stimabile di Tina Brown; insomma: di mitomania. Prima di salire su un taxi, mi prendo uno Xanax: almeno arrivo in albergo e dormo un po’ prima della sveglia alle cinque.

Passo dal frontdesk e dico al ragazzo: posso darle la carta così domattina corro a prendere il treno alle sei senza perdere tempo al checkout? Dovrebbe dirmi: signora, la carta l’ha inserita nel nostro sito prenotando, ce l’abbiamo per qualsivoglia addebito previsto e imprevisto, è il 2022, vada serena. Invece mi dice: eh ma no eh ma poi eh ma tanto la mattina si fa presto. Ho preso lo Xanax. Non gli dico che non sa lavorare. Ogni volta che non insulti qualcuno te ne pentirai, prima legge della soncidinamica.

Senza l’elettricità non si può fare niente, lo so, ma quando arrivo in camera non metto subito il telefono in carica. Voglio fare ancora qualche chiamata, c’è ancora un pochino di batteria. Dopo venti minuti sono in una stanza in cui si sono spente le luci e non funzionano le prese. Cerco su Google il numero dell’albergo. Lo chiamo. Risulta inesistente.

Senza l’elettricità non si può fare niente, e do per scontato non si possa usare neanche il telefono interno. Che invece va, ma ovviamente il frontdesk risulta perpetuamente occupato, perché mica sarò l’unica che dice ohibò, non c’è luce. Certo non posso prendere l’ascensore senza luce e scendere a chiedere almeno di svegliarmi loro alle cinque, visto che come la metto io la sveglia sul mio telefono che perirà a breve. Certo non faccio sei piani a piedi con l’ernia. Certo non posso dormire con questo dieci per cento di batteria che non reggerà e perdo il treno. E comunque dormire non potrei: il blackout ha fatto scattare una luce d’emergenza che non si può spegnere. Senza l’elettricità non si può fare niente: non accendere le luci che vorresti, non spegnere quelle che non vorresti.

Con l’ultima goccia di batteria mi arriva il messaggio d’un’amica: nel ristorante in cui cenava son rimasti al buio. Farei cento storie fogazziane indignate contro Sala, Putin, l’azienda dell’elettricità, la topaia, tutti, ma non posso: senza l’elettricità non si può fare niente. (Nella piazza, tutte le luci delle altre topaie sono accese).

Crollo. Mi sveglio prima dell’alba, e la luce d’emergenza è spenta. Quindi c’è l’elettricità. Macché: non posso accendere le luci per fare la valigia (è ancora buio), e il telefono non si carica. Ma lo sveglissimo ragazzo non sarà ancora al telefono, no? A quest’ora protesterò solo io. Lo sventurato pensa bene di rispondermi «non mi risulta». A una che alle cinque di mattina ti dice qui manca la cazzo di luce da cinque cazzo di ore e io certo non posso riempire la valigia al buio e trascinarla per sei piani tu rispondi «non mi risulta», come i cornificatori maldestri.

Mi dice che mi porta un’altra chiave perché forse il blackout l’ha disattivata, quelle chiavi elettroniche che devi infilare nell’apposito buco per attivare la corrente, così non sprechi energia uscendo e lasciando in carica il telefono, mentre il termosifone del bagno è a 40 gradi e l’aria condizionata in camera è a 18. Se non avessi il telefono scarico taggherei Draghi e Greta Thurnberg. Sono così nervosa che sbaglio il dosaggio del cortisone. Rimugino degli «avrete notizie dai miei legali».

Arriva, cambia la chiave, s’accendono le luci, fa per andarsene, e io (col dentifricio in bocca) no, adesso lei resta e mi spiega come cazzo sia possibile che io abbia il telefono troppo scarico per far vedere il biglietto con cui accedere al binario, nessuno abbia avvisato o si sia scusato, sia stata tutta notte con la luce d’emergenza che non si poteva spegnere. «Non ha capito». Ottimo inizio, presentami quello che vi fa il training per le relazioni con la clientela. «Ho 177 persone che mi chiamano senza luce, che pretende». Meno male che in treno ci sono le prese elettriche, almeno chiamo l’avvocato.

Dieci minuti dopo esco come una furia dall’hotel, senza neanche fermarmi a insultarli interiormente e a dirgli che guai a loro se mi addebitano la camera, o lo spritz che ho preso tornando da Conte.

Ma il giovanotto sa come risolvere i problemi con le clienti smaniose non all’altezza della prestigiosa topaia, e scatena all’inseguimento dell’insolvente (della quale ha due numeri di carte di credito, una mia e una dell’editore: chissà come pensa funzionino gli addebiti delle topaie nel 2022) un parallelepipedo biondo con auricolare. Che mi urla dietro che devo pagare il bar (e se sapessi che nella notte buia ho preso pure l’acqua dal frigo, figliolo); ed è solo quando riconosco l’accento, preciso identico a quello del siberiano che l’anno scorso mi fece il trasloco, che capisco perché il cinema è morto, superato dalla realtà: non posso crederci, sono sul piazzale della stazione che trascino un trolley inseguita da un russo, nella primavera del nostro discontento bellico.

Il russo mi prende per un braccio. Ma come ti permetti, io entro nella Nato. Il russo mi dice «io parla con voi» mentre mi strattona (bicchiere mezzo pieno: non mi dà del tu). Sibilo una cosa tipo: se vuole parlare con me, cammina assieme a me, certo non mi fermo e perdo il treno per lei e se mi tocca di nuovo chiamo la polizia. Il russo mi lascia andare. Inibito dalla fermezza del mio tono, dalla mia Birkin finta, dalla mia entrata nella Nato? Macché. È chiaramente un vigilante telecomandato le cui batterie hanno raggio d’azione limitato: non può allontanarsi più di tanto dalla topaia. Senza l’elettricità non si può fare niente.