Alleanza AtlanticaÈ la Russia che ha spinto la Finlandia a entrare nella Nato, dice il ministro del Commercio di Helsinki

Ville Skinnari, vicesegretario del partito socialdemocratico finlandese, spiega che il 24 febbraio per il suo Paese è cambiato tutto. E in caso succedesse il peggio, «tutti i finlandesi» sono pronti ad andare al fronte. Intanto però occorre lavorare a una strategia economica comune europea, ma no a un nuovo Recovery Fund

AP/Lapresse

Ville Skinnari, ministro del Commercio estero e dello Sviluppo della Finlandia e vicesegretario del partito socialdemocratico guidato dalla premier Sanna Marin, in questi giorni è in Italia per sottoscrivere diverse forme di cooperazione nel campo della tecnologia, della transizione energetica e della difesa.

E in un’intervista alla Stampa, spiega che la strada che porta Helsinki nella Nato è stata aperta proprio dall’invasione dell’Ucraina. Mentre il suo Paese è pronto anche al peggio.

«Eravamo preoccupati e avevamo informazioni che qualcosa potesse capitare», racconta. «Devo però confessare che quando è accaduto, il 24 febbraio, è stato uno shock, una vera sorpresa. Questa aggressione avrà un impatto profondo e duraturo sull’architettura difensiva dell’Europa e anche per la Finlandia: la Russia è vicina, il confine comune è di 1350 chilometri».

Intanto si prepara l’ingresso nella Nato. «Ogni partito finlandese sta considerando la questione e alcuni hanno già assunto una posizione pubblica», spiega Skinnari. «Noi socialdemocratici formeremo la nostra posizione il 14 maggio. Spero ci sia unanimità. La cosa più importante è che i partiti finlandesi siano forti e coesi. Sarà un segnale molto vigoroso per l’esterno e anche sul fronte interno. Qualunque sia l’esito, sarà per il Paese, per dare il meglio a un sistema di difesa su cui abbiamo investito molto. Dal punto di vista militare, abbiamo uno degli eserciti più forti d’Europa. Le 285mila unità di riserva, come me che sono sottotenente, partecipano a frequenti esercitazioni, anche se i nostri lavori sono diversi».

E in caso succedesse il peggio, «tutti i finlandesi» sono pronti ad andare al fronte, dice senza mezzi termini. «È naturale. C’è un forte impegno diffuso. Il nostro sistema di sicurezza, come di controllo delle frontiere, è un modello orizzontale molto studiato. Il nostro ruolo in Europa è quello di essere produttori di sicurezza e stabilità. Noi siamo pronti a resistere per decenni se qualcosa dovesse succedere. È il frutto di scelte fatte molti anni fa, è una preparazione alla difesa che è nel nostro Dna».

Ma tutto è cambiato dal 24 febbraio. «E se qualcosa ha riscritto la posizione della Finlandia e la sua attitudine nei confronti della Nato, è stata la Russia», spiega. «L’alleanza con gli Stati Uniti è centrale. Per questo io credo che sia molto importante che noi si proceda in avanti insieme con la Svezia».

Nel frattempo, «è giunto davvero il tempo di ricostruire una visione per una Europa più forte a livello globale, soprattutto sul fronte economico dove, chiaramente, non lo siamo: abbiamo bisogno di una crescita sostenibile, investimenti verdi, digitalizzazione, un aumento della produttività. Senza di questo, non possiamo essere competitivi in un momento in cui anche la spesa militare sta crescendo. La sostanza è che servono soluzioni per creare posti di lavoro, in particolare per i giovani. L’Europa deve essere più forte». E soprattutto «deve poter cooperare di più».

Attenzione però: «Il Parlamento finlandese è però stato molto chiaro sui Pnrr. Ce n’è bisogno, certo. Ma può succedere una sola volta». E anche sul tetto al prezzo del gas proposto dall’Italia mostra più di un dubbio: «Senza la sicurezza energetica, viene il momento in cui sei costretto a cercare alternative. La Finlandia ragiona in questa prospettiva da anni e siamo indipendenti dal punto di vista energetico: solo il sei per cento del fabbisogno è legato al gas. Sentiamo le iniziative dei diversi Paesi e capiamo le pressioni a cui sono sottoposti in termini di approvvigionamenti e pezzi, soprattutto perché la transizione richiederà tempo. Vogliamo essere costruttivi e trovare soluzioni. Ma una soluzione in cui mettiamo un limite ai prezzi non basato su una economia di mercato è molto complicata».