Cintura di forzaLa vittoria di Orbán certifica la sconfitta di un’Unione Europea prigioniera delle sue regole

L’obbligo dell’unanimità e il diritto di veto conferiscono un enorme potere a Budapest, che ne approfitta per alzare la posta e affossare le azioni contro la Russia. Un meccanismo che, a causa dei limiti autoimposti del processo decisionale, appare impossibile da disinnescare

Dimitry Anikin, Unsplash

Viktor Orbán ha vinto il lungo braccio di ferro con l’Unione Europea e ha imposto un rinvio sine die di una delle sanzioni più importanti da imporre alla Russia di Vladimir Putin: il blocco immediato delle importazioni di petrolio. Il dossier non sarà infatti all’ordine del giorno del Consiglio Europeo di fine mese. Questo nonostante pressioni fortissime, inclusa una missione specifica di Ursula von Der Leyen a Budapest. Dunque una sconfitta anche personale della presidente della Commissione, che tre settimane fa aveva annunciato come certo il boicottaggio del petrolio russo, e un punto a favore del Cremlino, che peraltro ha vinto (per adesso) anche la partita sul meccanismo di pagamento in rubli del metano venduto in Europa, anche se con una procedura complessa.

La vittoria di Viktor Orbán è stata in un certo senso truccata, basata com’è sul diritto di veto, che segnala un gravissimo problema politico per il futuro dell’Unione. È infatti chiaro che una esplicita complicità ungherese con la Russia di Vladimir Putin rende più che scabroso il rifiuto di accettare le cospicue compensazioni comunitarie che gli sono state offerte. Dunque l’Europa si ritrova impotente nel punire la Russia col blocco delle importazioni di petrolio per la sua sanguinaria guerra contro l’Ucraina e per di più con un complice di Putin, poco importa se oggettivo o soggettivo, nelle sue file. Il tutto, a fronte di un Viktor Orbán, reduce peraltro da una vittoria elettorale, che contemporaneamente conferma lo Stato di emergenza che gli permette di restringere al massimo gli spazi di democrazia sul piano interno.

Il problema non piccolo è che sono ben scarse le possibilità di sanare la ferita che questa Ungheria infligge all’Unione in un momento cruciale come la guerra in Ucraina.

L’abolizione del diritto di veto e del criterio dell’unanimità nel Consiglio Europeo per i grandi temi della difesa e della politica estera e energetica permetterebbero di depotenziare i danni inferti da Orbán, per questo è sostenuta con vigore sia da Emmanuel Macron sia da Mario Draghi e Olaf Scholz. Ma non appena è stata formalmente avanzata, giorni fa, ben tredici Paesi dell’Unione hanno emesso un “non paper”, una presa di posizione informale, per negare che vi sia necessità di convocare la indispensabile nuova Convenzione europea che abolisca appunto il criterio dell’unanimità e il diritto di veto. Convenzione che peraltro necessita il voto favorevole di una maggioranza qualificata. Quindi, nonostante l’impegno futuro dei Paesi fondatori, è ben difficile che si possa uscire dall’impasse e isolare quella sorta di quinta colonna di Vladimir Putin che è di fatto Viktor Orbán.

Peraltro, il Trattato di Lisbona del 2008 contempla la possibilità dell’espulsione di un Paese membro. Ma è una procedura di fatto non praticabile nei confronti dell’Ungheria perché può essere applicata solo nel caso di una violazione palese e grave del Trattato stesso e Orbán si guarda bene dal compiere questa violazione, tanto che a fine febbraio ha votato a favore del primo pacchetto di sanzioni europee contro la Russia. Per di più, ovviamente, questa eventuale espulsione deve essere presa all’unanimità (escluso ovviamente il Paese oggetto della procedura di espulsione) e sarebbe sicuramente impossibile ottenerla, per varie ragioni.

Dunque, la ferita politicamente più che rilevante inflitta all’Europa da Viktor Orbán sul blocco del boicottaggio del petrolio russo è destinata a non rimarginarsi. Con serie conseguenze.