Reperti a rischioL’emergenza climatica è una minaccia (anche) per l’archeologia

Dal Bangladesh all’Iraq, dal Regno Unito all’America centrale, lo stravolgimento dell’ambiente da parte dell’uomo danneggia o distrugge tracce di storia dell’umanità

Lapresse

Kemune è un sito archeologico iracheno affacciato sulla diga di Mosul, lungo le sponde del fiume Tigri. Sono le rovine di una città risalente a 3.400 anni fa, l’antica Zakhiku, una città distrutta da un terremoto intorno al 1350 a.C.. Nel 2021 livelli d’acqua estremamente bassi nel bacino idrico, a causa di una grave siccità, hanno riportato pienamente alla luce il sito: negli ultimi anni la siccità ha permesso a Kemune di restare al di sopra del livello dell’acqua, favorendo i lavori degli archeologi.

È un caso più unico che raro, l’eccezionale piuttosto che la regola, una strana coincidenza favorevole: in tutto il mondo l’emergenza climatica mette a rischio, danneggia o distrugge i siti archeologici, rischia di far scomparire tracce di storia dell’umanità.

A gennaio la Bbc stimava circa 22.500 siti archeologici in pericolo nel solo Regno Unito. «Il sedile di un water romano, il guantone da boxe più antico del mondo e la più antica lettera scritta a mano da una donna sono alcuni degli oggetti straordinari scoperti nella torba, ma adesso sono a rischio», si legge nell’articolo.

Il cambiamento climatico potrebbe minare la nostra – inteso come genere umano – capacità di leggere il passato attraverso utensili, oggetti, opere d’arte e costruzioni. La denuncia arriva dagli archeologi stessi, che si uniscono al grido disperato di una grossa parte dell’umanità che chiede interventi e azioni immediate per non danneggiare ulteriormente il pianeta.

Pochi giorni fa si è parlato delle moschee storiche del Bangladesh. La “Città-Moschea” di Bagherat, nel Bangladesh meridionale, è considerata un luogo mistico, leggendario, entrato nelle liste del Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’Unesco nel 1985. Ospita 360 moschee, con le tradizionali cupole in mattoni tipiche della zona del delta del Gange: una testimonianza dell’architettura indo-musulmana – quella che nel XVII avrebbe portato alla realizzazione del Taj Mahal indiano – nonché una meta di pellegrinaggio per i devoti e per i turisti.

Adesso il cambiamento climatico sta portando un aumento del caldo e delle precipitazioni estreme, quindi delle inondazioni, che portano erosione e ondate di acqua salata nel basso delta meridionale del Bangladesh, attraversato da centinaia di fiumi.

«Gli effetti del cambiamento climatico sul patrimonio culturale variano ampiamente ma sono inevitabilmente complessi. È come un cancro la cui crescita costante è tanto difficile da monitorare quanto da risolvere», scrive Melissa Gronlund sul magazine New Lines.

C’è una particolarità nei danni provocati dall’emergenza ambientale: normalmente i danni provocati da guerre, cataclismi e altri eventi impattanti possono essere ripristinabili, quindi reversibili, ma le conseguenze del clima che evolve secondo direttrici impreviste e imprevedibili spesso rimangono inosservate fin quando non è troppo tardi per rimediare.

Il caso della Città-Moschea di Bagherat è simbolico e preso ad esempio da Gronlund nel suo articolo perché spesso queste moschee sono più che semplici luoghi di preghiera: durante i cicloni, i residenti si rifugiano in queste strutture, sulle torri più alte, la cui solidità offre una protezione migliore rispetto alle case popolari. Ora l’innalzamento del livello del mare, le coltivazioni senza freni e la costruzione di dighe nel delta stanno avvicinando l’acqua salata alla terraferma e la trattengono più a lungo. Così salinità si insinua nella muratura delle moschee provocando incrostazioni e scolorimento. E il terreno sempre più umido, talvolta addirittura sommerso, minaccia l’integrità strutturale degli edifici.

«La salinizzazione è sempre stata una minaccia, fin dall’inizio, al punto che gli architetti che hanno costruito le moschee hanno adoperato tecniche non autoctone, ad esempio, circondando le fondamenta con mura di pietra per proteggere i mattoni dall’acqua di mare. Ancora oggi ci sono persone che si prendono cura di queste mura, ripulendole dallo sporco, dalla vegetazione, dalle incrostazioni. Solo che questi correttivi adesso non bastano più di fronte alle nuove sfide portate dalla natura», si legge su New Lines.

Una delle condizioni che rende pressoché incontrollabili le conseguenze dell’emergenza climatica riguarda l’interazione tra i diversi fenomeni ambientali: gli effetti del clima che cambia non si sommano tra loro, ma si moltiplicano fino a diventare una minaccia incontrastabile.

Ne è un esempio la siccità, che causa il fallimento dei raccolti e alimenta il conflitto tra popolazioni locali in diverse aree del mondo. I conflitti a loro volta distruggono o limitano l’accesso ai siti vulnerabili del patrimonio culturale. E una volta danneggiati i siti, altri effetti meteorologici dovute al cambiamento climatico – come le piogge torrenziali – aggravano ulteriormente il problema.

Non è un caso che nello studio “When Rain Turns to Dust”, realizzato dal Comitato Internazionale della Croce Rossa nel 2020, dei primi 20 Paesi colpiti da conflitti, 12 sono stati anche tra i più esposti ai cambiamenti climatici.

A dicembre di quello stesso anno Katherine Hodge – che coordina i lavori di Project Archaeology, network americano che unisce archeologi su tutto il territorio statunitense – aveva spiegato perché l’emergenza climatica può impattare sui reperti archeologici anche in modi poco prevedibili, ad esempio attraverso la deforestazione e l’inquinamento.

È vero che la deforestazione può aiutare gli archeologi liberando il campo da ostacoli che impediscono di accedere a determinati siti archeologici, proprio come accade per la siccità in Iraq. Ma è anche vero che contribuisce a smuovere il suolo e a mutare il contesto archeologico in cui un reperto si è conservato: questo è probabilmente l’incubo di ogni archeologo.

L’inquinamento, invece, agisce in molti modi. Quello legato ai rifiuti in un certo senso si limita a impallare i lavori, a ostruire le operazioni. Ma altri tipi di inquinamento hanno enormi effetti sull’archeologia. «L’inquinamento atmosferico nelle città – si legge nell’articolo di Project Archaeology – può attaccarsi ai siti archeologici, sporcarli o danneggiarli, e il processo di pulizia li degrada nel tempo, mentre le piogge acide possono causare danni irreparabili alle parti più delicate di un sito archeologico: iscrizioni e immagini scolpite possono corrodersi, un problema sempre più preoccupante in molti siti centroamericani – come quelli che ospitano le incredibili opere d’arte Maya – e luoghi importantissimi come il Taj Mahal».

Questi problemi potrebbero non sembrare così urgenti come l’innalzamento del livello del mare o le condizioni meteorologiche estreme, ma rientrano nel pacchetto degli effetti che incidono negativamente sul patrimonio culturale di tutto il mondo.

Non tutti questi problemi possono essere risolti immediatamente, ma qualcosa si sta già facendo: alcune città stanno lavorando per ridurre l’inquinamento atmosferico intervenendo su trasporti, abitazioni e in altri settori. «Sono piccole e semplici correzioni – scrive ancora Hodge nel suo articolo – che però possono influenzare positivamente i resti archeologici nelle grandi città e nelle vicinanze».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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