La bellezza celataLe meraviglie dei depositi di Pompei che il visitatore non vede

I musei italiani custodiscono più capolavori di quanti vengano esibiti. Per scoprirli Filippo Cosmelli e Daniela Bianco hanno raccolto alcuni esempi in un libro (pubblicato da Utet) pensato per essere anche un Gran Tour del Paese, dalle rarità archeologiche agli archivi abbandonati, passando per le soffitte di antichi palazzi nobiliari

©LaPresse/Palazzo Chigi/Tiberio Barchielli

Ma una grande riscoperta significa anche assumersi il compito di conservare e tutelare la bellezza, e mentre i visitatori possono ancora, come nel XVIII secolo, immergersi in una eleganza e ricchezza stupefacenti, parte di questa meraviglia continua a vivere nei depositi chiusi al pubblico, dove sono custoditi circa 80.000 reperti provenienti dagli scavi della città e del suo territorio. Vista la necessità di adattarsi agli spazi disponibili in un sito sorto gradualmente, tali depositi sono diffusi in luoghi adibiti lungo il percorso, anche se ignorati dalla maggior parte dei visitatori.

Uno dei principali depositi, per esempio, è quello dei cosiddetti Granai del Foro, scavati tra il 1806 e il 1823, affacciati sul lato orientale del Foro civile. Contiene l’immensa mole di materiale fittile e di instrumenta domestica proveniente da case, botteghe e officine: gli utensili di uso quotidiano adoperati da persone come noi, la cui vita e le cui attività, come vedremo, sono state spazzate via in poche ore.

Ma c’è un deposito che conserva, invece, oggetti straordinari, che già ai tempi in cui Pompei era una città viva e fiorente solo in pochi potevano permettersi. Questi oggetti raccontano una storia umana lunga, dolorosa, appassionante, incredibile. In precedenza erano in cassaforte al Museo archeologico di Napoli, ma ora sono qui, raccolti e custoditi in una cassaforte nei depositi della Casa di Bacco, un ambiente riscoperto all’inizio del xix secolo, bombardato nel 1943, e ora scrigno di tesori.

Sapendo quali beni preziosi protegge, sentire il rumore della chiave che apre la porta di questo ambiente e vederla dischiudersi lentamente procura una grande emozione, mista al turbamento di trovarsi in un luogo dove si è svolta una storia tanto drammatica. All’interno, una cassaforte di metallo grigio contiene, ripartito in astucci foderati, un tesoro giunto fino a noi attraverso morte, fuoco, distruzione, e quasi duemila anni di oblio.

Uno scintillare di gioielli di epoca imperiale, monete d’oro e d’argento, unguentaria in vetro che preservano fondi oleosi di rare essenze profumate provenienti da paesi lontani. Anelli d’oro a fascetto con castone ovoidale liscio o inciso, arricchiti di smeraldi, perle, crisopazi, corniole, sardonici, paste vitree e granati. Bracciali e armillae che ornavano polsi, braccia e caviglie femminili: lisci o sbalzati, talvolta dotati di un unico, sobrio ed elegantissimo punto luce costituito da uno smeraldo; a forma di serpente, a una o più spire, con la testa squamata e gli occhi in pasta vitrea o corniola. Un bracciale d’oro ispirato allo stile dei popoli gallo-celtici, costituito da una serie di dischi concavi a forma di piccoli scudi finemente decorati a rilievo e uniti da un doppio giro di catenella. Collane corte a girocollo (monilia) oppure lunghe, lunghissime, da far girare più volte intorno al collo, al seno e ai fianchi (catellae) fissandole con fermagli scorrevoli. Pendenti di gusto siriano e greco a forma di ruota o di luna crescente (lunula), con piccolissimi globi alle estremità. Orecchini d’oro a spicchio di sfera: completamente lisci come nella tradizione etrusca, o ricoperti di una fitta puntinatura a sbalzo. Orecchini con grappoli di piccole gemme, tenute da fitti castoni o da un canestro di fili d’oro. Oppure pendenti di perle, singole, doppie o triple (crotalia), che stando ai racconti di Seneca e di Petronio e ai ritratti delle donne di Al-Fayyum erano i più amati dalle matrone romane. O semplici cerchietti d’oro, impreziositi da una gemma.

È ciò che resta degli agi e dei piaceri di Oplontis, odierna Torre Annunziata, ma all’epoca lussuosa località per gli otia della buona società poco fuori dal grande centro urbano di Pompei. Nonché, dal 1997, patrimonio dell’unesco per il suo straordinario valore.

Una comunità opulenta (e forse è proprio questa l’origine del suo nome), elegante e sofisticata, così ottimista e abituata al proprio benessere da ignorare le avvisaglie della tragedia che l’avrebbe seppellita sotto un’infernale pioggia di fuoco lasciando soltanto, come cantò secoli dopo Giacomo Leopardi, «campi cosparsi di ceneri infeconde, e ricoperti dell’impietrata lava».

da “Il tesoro invisibile. Viaggio nell’arte custodita nei depositi dei musei italiani”, di Filippo Cosmelli e Daniela Bianco, Utet editore, 2021, pagine 208, euro 22