La sfida per la ChiesaLe tre ragioni per cui Papa Francesco non è un populista

Dante Monda approfondisce il tema del progetto di inclusività immaginato dal Pontefice: Bergoglio non è un leader politico che arringa una massa, ma una guida spirituale universale

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L’unità del popolo proposta dal populismo si esprime in una «volonté générale» unica, secondo la concezione di Rousseau, considerata di per sé legittima e valida anche moralmente. Müller lo sottolinea nel suo saggio What is populism? definendo il populismo «a particular moralistic imagination of politics», e sottolineando il suo carattere anti-pluralista: «the core claim of populism is thus a moralized form of antipluralism». Mudde e Kaltwasser definiscono infatti, oltre ovviamente all’elitismo, il pluralismo come nemico principale del populismo. La volontà generale non è plurale ma una, e se ha sempre ragione allora si riduce o viene meno lo spazio per altre volontà. L’unità è unanimità omogenea del popolo «puro» da differenze e dissensi. 

Alla luce di queste definizioni si può riprendere l’analisi del pensiero di Francesco, chiedendosi che rapporto abbia con il populismo. Francesco è popolare, ma non «populista», per tre ragioni. Innanzitutto perché non è un leader in senso politico: egli non guida, da sopra, una massa omogenea coesa ideologicamente, come un leader politico. Al contrario, essendo un pastore e un missionario, incontra a tu per tu,  provando a «guardare almeno una persona, un volto preciso», ognuno nella sua diversità e anche lontananza. Solo così riesce a guidare, o meglio ad accompagnare, tutti verso un’unità comune, una comunità, partendo dalle loro singole particolarità. Illuminante in questo senso è il modo in cui egli delinea la tensione fra particolarità e totalità, mantenendola sempre aperta nonostante il principio «il tutto è superiore alle parti» sembrerebbe dare preminenza alla totalità: si tratta di una preminenza simbolica, che indica la direzione verso cui si deve puntare, l’unità, senza però giungervi mai:

“Essere un popolo non significa annullare se stessi (la propria soggettività, i propri desideri, la propria libertà, la propria coscienza) a favore di una pretesa totalità che, in definitiva, non si tradurrebbe in altro se non nell’imposizione di alcuni sugli altri. Ciò che è «comune», ovvero della comunità del popolo, può essere «di tutti» solo se al contempo è «di ciascuno». Riferendoci simbolicamente all’episodio biblico della Pentecoste potremmo dire che non esiste una lingua unica, bensì la peculiare capacità di comprenderci l’un l’altro parlando ognuno nella propria (At 2,1-11)”.

Il riferimento simbolico cui si ispira Francesco è la Pentecoste: universalità ma non omogeneità. Egli scrive «il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale». La «lingua», cioè il modo di organizzare le idee e le cose, resta diversa per ciascuno, eppure ci si può comprendere. La «cultura dell’incontro» è proprio questo: vivere la prossimità a partire dalla lontananza e dalla differenza. […] 

La seconda ragione per cui Francesco non è populista, risiede nel contenuto della dottrina teologica cristiana e nelle sue conseguenze etico-politiche. Infatti l’idea che Bergoglio/Francesco ha di popolo […] è diretta derivazione del comandamento evangelico dell’amore per il prossimo: è il farsi prossimo a costruire un «farsi popolo», integrando il conflitto nell’unità, il peccato nella misericordia. Se si dimentica questo elemento fondamentale non si coglie il centro del messaggio, anche politico, di Francesco, che è il Vangelo. È solo l’amore che richiama ad una risposta, a una «responsabilità» da «non fuggire». In questo consiste quello che lui definisce provocatoriamente il «populismo cristiano»: innanzitutto una risposta, un ascolto, non un parlare, o peggio un «gridare, accusare e suscitare contese». L’amore, che è amore di Dio, sovrannaturale, «non avrà mai fine», supera, riconoscendoli ma relativizzandoli, i conflitti e le divisioni, e supera, mantenendola ma relativizzandola, anche la razionalità. La comunità dunque, al contrario della teoria contrattuale di Hobbes, fondata sulla paura e sulla forza, per il cristianesimo nasce dall’incontro nell’amore. Prendendo come riferimento Agostino, Francesco pone al centro del suo pensiero politico l’amor. Esso, come indica il padre della Chiesa, deve essere amor Dei e non amor sui, cioè aperto al trascendente e non auto-riferito. Solo «l’apertura umile e contemplativa nel confronti del prossimo» e la «piena accettazione dell’altro», proprio come segno della trascendenza, costruiscono il popolo. Il paradosso cristiano è lampante e la logica terrena del politico è messa in discussione. Il cristianesimo supera la paralizzante paura e la condanna della debolezza, cardine di ogni struttura politica di disciplina teorizzata more geometrico a partire da Hobbes. La relativizza attraverso una «misericordia» che spinge «a uscire da sé con forza e audacia», e al coraggio sovrumano dell’inclusione:

“Gesù osserva la realtà senza lasciarsi andare ad alcun giudizio né a constatazioni paralizzanti; al contrario, ci invita all’azione fervida. La sua audacia consiste proprio nel compiere un atto inclusivo. … La grandezza e la vulnerabilità del popolo fedele, che colmano di misericordia il Signore, non lo conducono a fare un calcolo prudente dei nostri limiti, secondo il suggerimento degli apostoli, bensì lo spingono alla cieca fiducia, alla generosità e alla magnanimità evangelica, come accade nell’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci”. 

Terza ragione per cui Francesco non è populista è che non è un politico, ma il capo della Chiesa cattolica, che è universale. […] Pur avendo di mira il bene comune, il politico dovrà sempre riconoscersi come parte, cioè dovrà rappresentare la sua constituency: proprio questo lo rende capace di agire sulla realtà sociale. Il Papa invece, nominato a vita dal collegio cardinalizio, e secondo la dottrina cattolica su ispirazione dello Spirito Santo, in linea di principio non ha vincoli con alcuna parte sociale contingente e non deve lottare politicamente contro nessuno. Per questo egli non parla di politica, se la si intende come gioco di forze contrapposte o anche come sistema di elaborazione di politiche pubbliche, ma di «Politica con la maiuscola», cioè dell’orientamento morale dell’azione nella comunità. La forza del suo appello al cambiamento consiste nel dare indicazioni, direzioni: tocca agli attori politici seguirle e percorrerle. Lo dice chiaramente: 

“Vogliamo un cambiamento che si arricchisca con lo sforzo congiunto dei governi, dei movimenti popolari e delle altre forze sociali… Ma non è così facile da definire il contenuto del cambiamento, si potrebbe dire il programma sociale che rifletta questo progetto di fraternità e di giustizia che ci aspettiamo. Non è facile definirlo. In tal senso non aspettate da questo papa una ricetta. Né il papa né la Chiesa hanno il monopolio dell’interpretazione della realtà sociale né la proposta di soluzioni ai problemi contemporanei. Oserei dire che non esiste una ricetta”.

Sono parole nette. La soluzione immediata, tecnica, ai problemi non la può dare un leader religioso. Addirittura forse «non esiste». Il realismo di Francesco è schietto, egli sa che sulla terra non si può realizzare il regno di Dio tramite un sistema perfetto. Eppure sa anche che si può e si deve mettere in movimento la Storia per far schiudere, già nel presente, il suo compimento pur sempre escatologico, seminando con pazienza e accogliendo l’azione provvidenziale dello Spirito. 

In sintesi Francesco non è populista, nel significato che si dà a questa parola nella teoria politica attuale. Fondamentalmente perché, da pastore missionario (non leader) della Chiesa cristiana (fondata sul comndamento dell’amore) cattolica (cioè universale, superiore alle parti), fuoriesce dalla logica del politico inteso nei termini di Carl Schmitt (amico/nemico), secondo cui il popolo sarebbe un oggetto omogeneo che esiste in quanto contrapposto all’altro, che è il nemico. Insomma egli non è populista perché non è politico.

 

“Papa Francesco e “il popolo”. Una sfida per la Chiesa e la democrazia”, di Dante Monda, (Morcelliana), numero pagine, 13 euro