Accoglienza e dialogoPerché Matteo Maria Zuppi è diventato il capo dei vescovi italiani

L’arcivescovo metropolita di Bologna è da sempre pienamente in linea col sentire di Bergoglio. Particolarmente attento al mondo del lavoro, il presule si è fatto inoltre notare per le posizioni di accoglienza e dialogo con la collettività Lgbt+

LaPresse

Bonario distacco dalle voci sempre più insistenti, che lo indicavano da giorni nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana. Non senza quell’arguta ironia romanesca, degna d’un Domenico Tardini, che gli aveva fatto dare affettuosamente del matto a chi lunedì gli augurava tale nomina da parte del Papa. Ma quell’auspicio si è concretato ieri mattina con la rapida designazione di Matteo Maria Zuppi da parte del pontefice, che, in qualità di “primate d’Italia”, si è attenuto all’inequivocabile parere degli altri vescovi del Bel Paese. Questi, nell’eleggere la terna da presentare a Francesco, avevano poco prima concentrato tanti di quei voti (ben 108) sulla persona del metropolita di Bologna da assicurargli la prima posizione in netto distacco dagli altri due nominativi: il cardinale Augusto Paolo Lojudice, ordinario di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, e il ratzingeriano vescovo di Acireale Antonino Raspanti, rispettivamente fermatisi a 41 e 21 preferenze.

Porporato di creazione bergogliana, il sessantaseienne Matteo Maria Zuppi inaugura dunque in seno alla Cei una nuova era dopo quella di Gualtiero Bassetti. Non nel senso di eclatante strappo con la linea di questi, cui il presule d’origine romana ha fra l’altro rivolto parole di affettuosa gratitudine al pari di altri predecessori quali Antonio Poma, Ugo Poletti, Camillo Ruini, Angelo Bagnasco. Ma di delicata e progressiva inversione di rotta nell’ottica di accelerazione di percorsi rimasti incagliati nelle secche dell’immobilismo, a partire da quello sinodale. Non a caso, nel primo incontro con la stampa, Zuppi ne ha espressamente parlato come uno dei suoi tre punti programmatici («Sono queste le tre dinamiche che mi accompagnano e di cui mi sento tanto responsabile») insieme con l’obbedienza «al Papa che presiede nella carità col suo primato» e con la collegialità. 

Da queste parole già s’evince come il porporato non si possa etichettare tout court come progressista. Pienamente in linea col sentire di Bergoglio, che, imponendogli il 5 ottobre 2019 la berretta cardinalizia, aveva dato prova di considerare prioritario il ponte tra le religioni e l’aiuto ai migranti, l’arcivescovo di Bologna ha goduto infatti della stima di Giovanni Paolo II, sotto il cui pontificato è stato vicario e poi parroco della basilica di Santa Maria in Trastevere, e di Benedetto XVI, che l’ha nominato, il 31 gennaio 2012, vescovo ausiliare di Roma. Una vita, quella di Zuppi, spesa al servizio degli ultimi nelle periferie romane con la Comunità di Sant’Egidio (dal 2010 al 2012 è stato anche parroco dei Santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela) e nel ruolo di negoziatore di pace per le aree più difficili del mondo come, ad esempio, il Mozambico.

Pronipote per parte di madre del cardinale Carlo Confalonieri, già segretario particolare di Pio XI, e laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza, Zuppi è stato successivamente promosso da Francesco, il 27 ottobre 2015, ad arcivescovo di Bologna. Nella metropolia emiliana egli ha sempre coniugato le mansioni squisitamente pastorali e magisteriali di vescovo con l’interesse evangelico per le periferie esistenziali così care a Bergoglio e con un particolare interesse per i migranti. Cosa, questa, che l’ha fatto entrare spesso nel mirino dei salviniani duri e puri, insofferenti anche alle nette condanne di posizioni sovranistiche o strumentalizzatrici di simboli cristiani in chiave identitaria. 

Particolarmente attento al mondo del lavoro, il presule si è fatto inoltre notare per le posizioni di accoglienza e dialogo con la collettività Lgbt+, che proprio a Bologna ha, a livello associazionistico, una delle sue principali sedi storiche. Sono ben note le parole che ha rivolto, il 16 giugno 2016, alla Fiom riunita a Bologna per il 115° anniversario del sindacato. «Il sindacato – ebbe a dire in quell’occasione – ha sempre avuto attenzione nel difendere quello che è di categoria, ma anche quello che non è immediatamente nella propria categoria, come la dignità dell’uomo, dei diritti della persona. La lotta contro l’omofobia e la lotta contro la violenza alle donne ci troveranno vicini. La lotta contro qualunque ingiustizia è nel profondo di chi ha a cuore il bene della propria categoria, ma anche il bene comune. Le conseguenze della crisi sono ancora pesanti c’è sofferenza e incertezza. E questo chiede di non rimandare, di saper affrontare cercando quello che è necessario, abbandonando certe modalità e cercandone di nuove per arrivare a uno sforzo di sintesi». Zuppi ha inoltre prefato Un ponte da costruire: Una relazione tra Chiesa e persone Lgbti, edizione italiana di Building a bridge. How the Catholic Church and the Lgbt community can enter into a relationship of respect, compassion, and sensitivity, del gesuita e consultore del Dicastero vaticano per la Comunicazione James Martin, e Chiesa e omosessualità. Un’inchiesta alla luce del magistero di Papa Francesco del giornalista de L’Avvenire Luciano Moia.

Accoglienza e dialogo, però, che in Zuppi non sono mai sinonimi di acritica acquiescenza. Se ne è avuta prova durante la prima edizione del Festival de Linkiesta, quando il 7 novembre 2019, dialogando con la sociologa Paola Lazzarini, presidente di Donne per la Chiesa nell’ambito del panel La “Fratelli tutti” e la Chiesa del presente, ha detto sul ddl Zan, approvato tre giorni prima alla Camera: «Io ho apprezzato moltissimo, alcuni no, la posizione del giornale dei vescovi, che è Avvenire. Ricordo che è un testo approvato, fra l’altro, solo alla Camera. Ripeto: ho apprezzato moltissimo, qualcuno si straccia le vesti, che il giornale dei vescovi – la posizione dei vescovi è nota, d’altra parte la presidenza della Cei era uscita con una nota prima ancora che venisse presentato il testo – pubblica, in primo luogo, l’intervento di chi ha la paternità della legge, Alessandro Zan, e poi la risposta firmata del direttore, che esprime tutte le sue perplessità. Perché lo trovo intelligente? Perché si discute, perché si cerca di capire, si esprime evidentemente anche un disaccordo, che non è quindi aprioristico. Ma che entra nel merito e, proprio perché entra nel merito, c’è anche il disaccordo. Io trovo questo atteggiamento importantissimo, perché costringe gli uni e gli altri a entrare nel contenuto».

Quindi la chiara conclusione: «Sono andato a vedere la risposta di Avvenire, che riprendeva la risposta di Cesare Mirabelli, che mi è sembrata una risposta intelligente con dei punti di forte perplessità, senza per questo scatenare le apocalissi. A contare sono la comprensione e il confronto. Se poi si crede che il dialogo significhi cedevolezza, allora auguri. L’Avvenire ha fatto un grandissimo lavoro di consapevolezza e anche difesa della posizione della Chiesa al riguardo con le sue perplessità».

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