Vladimir come SlobodanLa campagna radicale per l’incriminazione di Putin al Tribunale dell’Aja

L’iniziativa non è una provocazione, ma la naturale conseguenza dei crimini di guerra condotti dal Cremlino, così com’è già successo in passato con Milosevic, Karadžić e Mladić

Mikhail Klimentyev, Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP

Nel suo articolo di lunedì scorso Francesco Cundari si domandava, giustamente angustiato, perché molti dei campioni della sinistra girotondina e indignata, intransigente e permanentemente scandalizzata da ogni “inciucio” tipicamente democratico – ad esempio il dialogo istituzionale tra maggioranza o opposizione – si mostri oggi così disponibile a “inciuciare” addirittura con Putin e a concedergli qualcosa di quel che chiede – magari anche tutto – in nome della pace.

Ognuno può trovare il suo “perché” alla domanda di Cundari, cioè a quella che appare una contraddizione, ma che potrebbe anche essere una forma di coerenza con il pregiudizio tradizionalmente anti-americano e anti-atlantico della sinistra italiana. Però c’è un perché, secondo me, ancora più specifico ed evidente: chi a sinistra (e non solo a sinistra) ha ritenuto che Putin andasse bene ieri, in un modo o nell’altro non se lo fa dispiacere neppure per l’oggi e il domani.

Questo spiega la dilagante condiscendenza in Italia, rispetto ad altri Paesi europei, per il macellaio del Cremlino. Il fatto che prima, quando macellava su più piccola scala, praticamente nessuno in Italia considerasse i suoi crimini un intralcio per una esibita amicizia porta oggi i medesimi amici e i loro discepoli a ritenere che non basti una macelleria su vasta scala per interrompere il dialogo e disconoscere le ragioni del macellaio.

In Italia c’è stata una sola eccezione, che evidenzio in palese conflitto di interesse, facendone attivamente parte da tempo: quella del mondo radicale. Non che siano mancati uomini di cultura, opinionisti e anche politici non radicali capaci di recitare in questi anni la parte delle Cassandre sui veri propositi della Russia e dell’ex colonnello del KGB diventato zar post-sovietico. Ma è esistito una sola area politica, pure nelle sue indecifrabili divisioni, ad essere stata contro Putin in modo inequivoco e radicale. Quella, appunto, radicale.

Quindi rispondendo alla domanda di Cundari sulla presenza o meno di una consistente minoranza di persone che condivida sconcerto e indignazione di fronte alla perdurante connivenza con Putin di una parte importante della politica e della società, rispondo: sì. Esiste e non da ora, in tutto il mondo radicale, la piena consapevolezza di quanto accade sul teatro di guerra e di ciò che rappresenta in Italia – sia sul piano interno che internazionale – la tendenza a “giustificare” l’invasione militare di Putin, le distruzioni e l’assassinio di decine di migliaia di civili e la voglia di tornare – malgrado tutto – a fare affari con uno dei peggiori criminali politici della storia recente.

Questa situazione, cioè le retoriche e le ambiguità pacifiste di fronte a una guerra di aggressione e annessione, non è affatto nuova e non bisogna tornare all’Europa di Monaco per trovare il più immediato precedente. Ce n’è uno più vicino nel tempo e nello spazio… Quando negli anni ’90 il presidente serbo Slobodan Milosevic, con i suoi bracci armati Radovan Karadžić e Ratko Mladić, massacrava croati e bosniaci per poi mettere nel mirino i kosovari, si aprì nella nostra società e nella nostra politica una crepa, anzi un crepaccio uguale a quello in cui siamo finiti oggi. Anche allora la pulizia etnica, lo sterminio di civili, la distruzione di infrastrutture e città, a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste, fu vissuto da molti con distacco e fastidio e poi, quando l’Italia decise di sostenere l’intervento militare alleato in Kosovo, questo fastidio si trasformò in una vera opposizione.

C’era Umberto Bossi che diceva ai radicali: «Meglio Milosevic che Culosevic», intendendo che era meglio il massacratore di chi difendeva i massacrati difendendo pure gli omosessuali. Il patriarca Kirill, che benedice l’invasione di Putin dell’Ucraina contro il contagio gay, non ha inventato nulla. Ci aveva già pensato il guru di Gemonio.

C’era poi parte importante della intellighenzia di sinistra che era contro l’intervento della Nato per fermare Milosevic (quindi a favore dell’intervento di Milosevic per ammazzare i kosovari). Non era stato forse lo stesso Michele Santoro, che oggi spopola con le sue fesserie antiucraine a sostegno di Putin, ad avere organizzato una puntata di Moby Dick sul Ponte Brankov a Belgrado? Visto, che tutto torna? Viva la pace, contro la libertà, la democrazia e lo stato di diritto. Come si vede, non da ora.

Allo stesso modo c’è chi non da ora, ma da quando Putin ha messo piede al Cremlino, ha detto e scritto tutto quello che c’era da dire. Sono, appunto, i radicali. Che hanno denunciato la strage di ceceni mentre l’Europa si voltava dall’altra parte, sostenendo una amministrazione dell’Onu come proposto dall’allora legittimo governo ceceno di Aslan Maskhadov, finito anche lui ammazzato da Putin, e manifestando in molte piazze europee per denunciare le azioni terroriste di Putin.

Chi fosse Putin era chiaro da subito. La differenza è stata tra chi voleva vedere e chi non voleva vedere; tra chi voleva capire e chi preferiva fare finta di non capire. Erano soli e pochi i radicali a manifestare contro l’invasione della Georgia e, di nuovo in piazza, in assoluta solitudine, mentre i bombardieri russi radevano al suolo Aleppo per il macellaio siriano Bashar al-Assad. Dal 2014 i radicali hanno sostenuto la decisione ucraina di aderire all’Ue e hanno denunciato l’annessione illegale della Crimea e l’occupazione del Donbass; è lì che la guerra è cominciata.

Dal 24 febbraio 2022 pare sia cambiata la storia, invece è semplicemente arrivata dove doveva arrivare. Il più grave attacco alle fragili democrazie europee non viene portato solo con l’uso militare della propaganda e delle distorsioni cognitive, ma con le armi dello sterminio, della distruzione e dello stupro di massa. La guerra contro l’Ucraina è la guerra contro l’Europa. Mentre qualcuno a nome del mondo progressista volge lo sguardo altrove o addirittura simpatizza o parteggia per l’aggressore – come Cundari giustamente sottolinea – i Radicali italiani hanno lanciato, come si fece per Milosevic, una campagna per chiedere l’incriminazione di Putin di fronte alla Corte Penale Internazionale con l’appello “Putin all’Aja”. Anche per Milosevic, sembrava una follia o una provocazione. Invece Milosevic in Tribunale alla fine c’è arrivato. C’è da augurarsi un identico destino per Putin, anche per il bene della Russia e dei russi, oltre che dell’Ucraina e degli ucraini.