I versi della passioneIl carattere tutto italiano di tifare (calcio e ciclismo) con gli striscioni

Come spiegano Daniele Marchesini e Stefano Pivato nel loro ultimo libro (Il Mulino), l’abitudine proviene dal mondo della politica e, all’inizio, distingue gli ultras dagli hoolingas inglesi. Fino a pochi anni fa era possibile esporre scritte offensive e macabre che oggi, per fortuna, sono proibite

LaPresse - Fabio Ferrari

Se si sfogliano i settimanali sportivi fino agli anni Sessanta e si fissa lo sguardo sulle fotografie che ritraggono gli spalti degli stadi un dato balza immediatamente agli occhi: le immagini restituiscono una sequenza di volti senza soluzione di continuità. A partire dall’inizio degli anni Settanta il panorama cambia decisamente: soprattutto nelle curve fanno la loro comparsa quegli elementi scenografici destinati a mutare per sempre lo scenario: gli striscioni. Inneggianti alle squadre o ai propri beniamini, offensivi nei riguardi dei presidenti o delle squadre avversarie, diventano presenze familiari delle domeniche calcistiche degli italiani.

È a partire dall’inizio degli anni Settanta che la politica entra negli stadi e importa dai cortei studenteschi o dalle manifestazioni dei metalmeccanici il tazebao introdotto dalla rivoluzione culturale cinese come strumento di dialettica politica. Quella che viene allora definita la «democrazia sui muri» si trasferisce dalle piazze e dalle strade nelle curve degli stadi. Lo striscione diventa da quel momento un elemento caratteristico che contraddistingue il tifo degli italiani: infatti mentre in Inghilterra o in altri paesi europei la passione calcistica si esprime prevalentemente in maniera verbale, in Italia lo striscione rappresenta, assieme all’abbigliamento (sciarpe e cappelli) o a congegni sonori (tamburi e strumenti a fiato), uno dei mezzi di comunicazione principali della fede sportiva. Anzi, uno dei discrimini per distinguere gli ultras dagli hooligans è proprio quello dello striscione. Mentre il tifo degli hooligans è rappresentato da forme clandestine, spesso non prive di manifestazioni di violenza, quello degli ultras si palesa attraverso una chiassosa visibilità.

Le scritte impiegano spesso forme linguistiche del tutto originali che si adattano a essere recitate attraverso canti e cori la cui finalità è quella di esprimere sentimenti diffusi di esaltazione e partecipazione.

Fra il 2007 e il 2010 una serie di disposizioni e divieti ha regolamentato l’uso del linguaggio proibendo il ricorso a un lessico che suonasse come allusione o incitamento alla violenza. Fino a quella data non è raro notare sugli spalti, allorché a giocare è la squadra del Torino, allusioni macabre alla tragedia di Superga del maggio 1949: «Quando volo penso al Toro», «Da Lisbona a Torino era meglio il motorino» o «Solo uno schianto» accompagnano il tifo contrario alla squadra granata. A quei cartelli i torinisti rispondono spesso con pesanti allusioni alla tragica finale di Coppa dei Campioni giocata fra la Juventus e il Liverpool il 29 maggio 1985, in striscioni nei quali campeggiano scritte come «Disonore ai morti dell’Heysel» o «Grazie Heysel».

A volte quelle scritte rinviano a uno storytelling che si dipana nel corso delle varie partite. Agli inizi degli anni Ottanta, in una partita in cui il Napoli ospita il Verona, i due amanti più famosi del mondo entrano nella contesa calcistica con «Giulietta è ’na zoccola», a cui sarebbe seguito «Romeo è cornuto».

Ma le partite fra le squadre del Sud e quelle del Nord sono spesso occasione per striscioni non sempre benevoli come quelli appena menzionati. I tifosi del Nord replicano spesso a quelli del Napoli e di altre squadre del Meridione con feroci slogan come «Vesuvio lavali col fuoco» e il suo omologo «Vesuvio facci sognare». O ancora, «Dai quartieri spagnoli ai Campi Flegrei Vesuvio regalaci un’altra Pompei». Oppure «Napoli colera», quest’ultimo in allusione all’epidemia che colpì la città partenopea nel 1973. Di analogo tenore lo slogan che la tifoseria del Verona dedica a quella del Catania durante una partita di un campionato degli anni Novanta: «Forza Etna».

Spesso gli striscioni celebrano gli idoli del calcio, come quello, rimasto famoso, che i tifosi del Brescia dedicano a Roberto Baggio durante il campionato 2001-2002 e che allude alla singolare acconciatura del giocatore: «Dio c’è e ha il codino». Di tenore opposto e di sapore vagamente darwiniano è invece la scritta rivolta a Rino Gattuso, noto per la sua grinta agonistica: «L’uomo discende da Gattuso».

Più rare sono forme di idolatria espresse dal pubblico nei confronti dei campioni del pedale. Fra tutte quella rivolta a Marco Pantani: «Dio c’è ed è pelato».

E quando il campione scompare le tifoserie sono pronte a ricordarlo ai lati della strada o nelle curve degli stadi. Come succede quando per le strade del Giro compaiono scritte come «I tuoi scatti sono leggenda. Il tuo sorriso è nei nostri cuori. Grazie Pirata!!!» o «Bandana al vento e sguardo in salita nel tuo ricordo per tutta la vita! Marco vive!».

Anche nel calcio lo striscione rievoca spesso le figure dei campioni prematuramente scomparsi. Fra tutte le dediche alla tragedia di Superga che puntualmente rivivono negli striscioni dei tifosi torinisti: «Onore ai caduti di Superga» o «Maggio 1949: Lisbona non dimentica. Onore al Grande Torino».

Presenti anche ironiche allusioni sessuali allorché i tifosi della Fiorentina espongono uno striscione rivolto alla squadra del Barcellona in occasione di una partita dell’edizione 1999-2000 della Champions League: «Voi avete Figo, noi la Figa».

Ai tifosi viola viene attribuita una vena goliardica del tutto particolare che qualche studioso fa risalire alla poesia burlesca di Cecco Angiolieri. Come quando, nel 2005, Lapo Elkann, nipote di Gianni Agnelli, nume tutelare della Juventus, è coinvolto in una storia di droga con contorni di carattere sessuale. In quell’occasione i tifosi viola esibiscono striscioni che recitano: «Nuova panda trans: stupefacente!»; «Mancano strisce? Chiedi a Lapo» (accompagnato da una zebra privata delle strisce bianche); «La dieta Lapo: il giorno in bianco, la sera tre finocchi». I tifosi viola hanno la memoria lunga se oltre dieci anni dopo quell’episodio innalzano uno striscione nel quale si legge: «Se Lapo aveva i’naso di Chiellini dovevate vendere la Fiat pe’ mantenerlo».

L’allusione sessuale sembra meno ricorrente nelle scritte e negli striscioni dei tifosi del ciclismo. Nello sport delle due ruote, che per anni ha tifato attraverso l’asciuttezza di scritte come «Viva Coppi e Abbasso Bartali», recentemente ha fatto capolino un linguaggio di impronta decisamente più goliardica. Come in occasione della tappa del Giro d’Italia Tolmezzo-Sappada del 21 maggio 2018 allorché sull’asfalto un anonimo tifoso scrive: «Tenete duro che in cima c’è la figa».

La differenza tra gli slogan degli appassionati di calcio e quelli del ciclismo sembra rinviare alla diversa natura delle tifoserie dei due sport: se sugli spalti degli stadi si respira spesso un clima di violenza, sulle strade del Giro, o del Tour, regna un’atmosfera di festa e di sagra paesana. Come nel 1949, quando Dino Buzzati sulle pagine del «Corriere della Sera» assimila il Giro a una favola destinata a durare nel tempo davanti alla quale gli italiani si trasformano in bambini, quasi fossero di fronte a «una delle ultime città della fantasia»:

Dalla sperduta baita scenderà ancora il taglialegna a gridarvi evviva, i pescatori saliranno dalla spiaggia, i contabili abbandoneranno i libri mastri, il fabbro lascerà spegnere il fuoco per venire a farti festa, i poeti, i sognatori, le creature umili e buone ancora si assieperanno ai bordi delle strade, dimenticando […] miserie e stenti.

da “Tifo. La passione sportiva in Italia”, di Daniele Marchesini e Stefano Pivato, Il Mulino, 2022, pagine 280, euro 22