Fiamme indomabiliIl populismo di Erdogan ha reso la Turchia incapace di affrontare gli incendi boschivi

La mancanza di personale e mezzi forestali è una conseguenza delle politiche del presidente, che negli ultimi anni ha tolto fondi statali al ministero. Ma nel Paese è anche difficile aprire un dibattito sull’impatto di certe scelte sull’ambiente, a causa della repressione

AP/Lapresse

La stagione degli incendi in Turchia è appena iniziata, ma si è già trasformata in un nuovo terreno di scontro tra il governo guidato da Recep Tayyip Erdogan e l’opposizione. Nel giro di pochi giorni, il fuoco ha divorato 3.400 ettari di foresta nella località costiera del sud-est turco, riportando alla memoria degli abitanti della zona l’incubo degli incendi scoppiati in diverse parti del Paese l’anno precedente.

Nel 2021 hanno bruciato ben 140 mila ettari di terreno a causa delle alte temperature e della mancanza di preparazione da parte delle autorità competenti nel domare le fiamme. La Turchia poteva contare solo su tre aerei anti-incendio presi in affitto dalla Russia al prezzo di 1,3 milioni di lire al giorno, mentre i mezzi dell’Associazione aeronautica turca (Thk) erano inutilizzabili a causa della mancata manutenzione.

In quell’occasione, il governo era stato costretto a fare affidamento sugli aiuti provenienti dell’esterno per domare le fiamme, pur lanciando in contemporanea una campagna social in cui si sottolineava la capacità del Paese di far fronte da solo alle emergenze. La realtà dei fatti però ha messo in evidenza tutte le carenze del governo e la scarsa attenzione data all’ambiente e alla sua tutela.

La mancanza di personale e mezzi per domare gli incendi è stata una conseguenza delle politiche del presidente Erdogan, che negli ultimi anni ha diretto i fondi statali verso ministeri come quello della Difesa e degli Affari religiosi a discapito anche di quello Forestale, che ha invece dovuto fare i conti con la diminuzione delle risorse a sua disposizione.

Dopo i devastanti incendi del 2021, il governo ha cercato di correre ai ripari aumentando del 220% il budget destinato a quest’ultimo dicastero, ma secondo i sindaci delle località maggiormente interessate dai roghi gli sforzi fatti non sono sufficienti.

I primi cittadini di Marmaris e di Bodrum, entrambe zone turistiche sulla costa del mar Egeo, hanno avvertito già da tempo che gli uomini e i mezzi attualmente schierati non sono sufficienti per far fronte a una situazione di emergenza come quella dell’anno scorso.

La devastazione del 2021 è stata senza precedenti, ma considerando le alte temperature che anche quest’anno caratterizzano la zona costiera il rischio che quello stesso scenario si ripresenti nuovamente è decisamente alto. Come denunciato dal sindaco di Marmaris, a maggio il municipio disponeva di un solo elicottero, troppo poco per un’area ad alto rischio incendi, ed era ancora in attesa di velivolo dotati di visione notturna. La stessa richiesta di incremento dei mezzi è giunta dal primo cittadini di Bodrum, ma la risposta del governo non è stata quella sperata.

Il ministero degli Interni ha accusato i due sindaci di affermare il falso e di voler strumentalizzare la questione per fini politici, mentre il presidente ha proposto di rendere ancora più esemplari le pene per chi appicca gli incendi. Come affermato dallo stesso Erdogan, è necessario valutare la reintroduzione della pena di morte per i piromani, una proposta subito accolta favorevolmente dal ministro della Giustizia Bekir Bozdag.

Il ripristino della pena capitale, eliminata dall’ordinamento turco nel 2004, segnerebbe un passo indietro della Turchia non solo in termini di rispetto dei diritti umani, ma anche nelle relazioni con l’Unione. La condanna a morte infatti era stata eliminata dal governo guidato sempre da Erdogan per rispettare i criteri di adesione all’Unione europea, un processo da tempo arenatosi e che interessa sempre meno il presidente turco.

Ma più che a uno scopo realmente deterrente, la reintroduzione di una condanna così pesante serve a Erdogan per spostare il focus del malcontento popolare dalle carenze del governo verso chi appicca gli incendi. Con un possibile ritorno anche politico, dato l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali e le difficoltà del partito di governo di mantenere salda la propria base elettorale.

Ma la scarsa attenzione dedicata negli anni dall’Akp e da Erdogan all’ambiente e la minaccia di nuovi, devastanti incendi rischia di far perdere consensi al presidente. Sempre più cittadini, come si è visto anche durante le amministrative del 2019, valutano i partiti anche in base all’attenzione da loro dedicata all’ambiente, un tema che continua ad essere secondario per il presidente. Come dimostra la scelta di continuare con la realizzazione di grandi infrastrutture e di maga-progetti che tengono in scarsa considerazione i danni, spesso irreversibili, che hanno sull’ecosistema.

Parlare dell’impatto che le politiche del governo hanno sull’ambiente, però, è sempre più difficile. Già nel 2021 chi riportava le notizie sugli incendi che avevano colpito la costa egea veniva accusato di diffondere false informazioni e di scatenare il panico, ma quest’anno i limiti imposti alla libertà di informazione sono sempre più stretti. Il parlamento turco si appresta ad approvare una legge che prevede una pena detentiva di tre anni per i giornalisti condannati per diffusione di informazioni false per mezzo stampa e anche tramite social media, rendendo così ancora più difficile riportare correttamente quanto accade nel paese. Raccontare le carenze del governo nell’affrontare gli incendi potrebbe presto essere sufficiente per finire dietro le sbarre.

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