Scelte linguistiche Come parlare di cambiamento climatico senza dire cambiamento climatico

Omettere questa espressione, così come “riscaldamento globale”, potrebbe aiutare a raggiungere i cittadini solitamente diffidenti nei confronti della scienza. Ma la riflessione è più ampia: ci sono parole che dovremmo usare (e non usare) per comunicare (bene) la crisi climatica, e non va sottovalutata l’importanza di semplificare. Che non vuol dire banalizzare

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Comunicare bene la crisi climatica non è un aspetto secondario del problema: è parte della soluzione. È un’azione necessaria da intraprendere con cura, urgenza e responsabilità. Come dicono vari studi, infatti, le parole usate per raccontare cosa sta accadendo e cosa accadrà modificano l’efficacia del messaggio e, dunque, la sua possibilità di stimolare un cambiamento. 

La riflessione su quali termini scegliere e quali no potrebbe tragicamente apparire una questione di lana caprina se poi, accendendo la tv o leggendo un quotidiano, si incappa in infondate posizioni di negazionismo climatico poste sullo stesso piano delle più accreditate e condivise evidenze scientifiche. Uno dei casi più recenti è accaduto il 7 giugno davanti alle telecamere di Cartabianca su Rai 3, quando il climatologo e divulgatore scientifico Luca Mercalli, incalzato dall’ennesimo «ma l’Ipcc è contestato», ha interrotto sia il collegamento sia lo sterile confronto predisposto a favore di share

Anche la disinformazione sul clima ha le sue strategie, e conoscerle dà alla buona comunicazione della crisi climatica una chance in più di raggiungere il più ampio e diversificato pubblico possibile. 

Nella testa dei negazionisti climatici
Un recente rapporto dell’Institute for strategic dialogue ha analizzato decine di migliaia di conversazioni online avvenute negli ultimi 18 mesi, giungendo alla conclusione che gli argomenti forti dei negazionisti climatici contemporanei riguardano principalmente il ritardare l’azione climatica, contestando di fatto non tanto il problema in sé, quanto la sua dimensione di urgenza. 

Gli altri macro-temi messi virtualmente sul tavolo della discussione dai negazionisti sono i seguenti: non servono rivoluzioni radicali per affrontare il cambiamento climatico; tali rivoluzioni sarebbero in ogni caso costose e avrebbero conseguenze prevalentemente negative, quando non del tutto inutili e tardive; sono le altre Nazioni a dover intraprendere per prime delle azioni risolutive. 

Il rapporto nota poi un fatto interessante: i “diffusori” della disinformazione climatica sono un numero ridottissimo – poche decine in tutto il mondo – ma sono capaci, collegando ad arte il tema del cambiamento climatico ad altre questioni divisive, di intercettare nutriti gruppi di persone già diffidenti nei confronti della scienza.

Alcune strategie di disinformazione sono state più sottili. Nel 2002, con una nota confidenziale, il consulente politico e della comunicazione repubblicano Frank Luntz suggeriva all’allora presidente statunitense George Bush di sostituire l’espressione “riscaldamento globale” con “cambiamento climatico”, giudicata meno spaventosa della prima. L’intento era esclusivamente politico, ovviamente: la questione climatica era un punto dolente per Bush e i suoi, ed era necessario recuperare terreno nel dibattito. A questo scopo, nella nota si suggeriva anche di insistere sulla mancanza di certezze scientifiche sul tema. Se la comunità scientifica non è concorde, infatti, non agire tempestivamente o non agire affatto non sembrano più mosse criticabili o irresponsabili, ma quantomeno caute. 

Scelte linguistiche determinanti (e non solo simboliche)
Al netto delle discutibili intenzioni di questo cambio di linguaggio, l’espressione “riscaldamento globale”, in inglese “global warming”, ha probabilmente dei limiti se l’intento è quello di comunicare a una vasta platea di persone (non addette ai lavori o non sensibili nei confronti dell’argomento). Intendiamoci: l’innalzamento delle temperature è inequivocabile, e uno dei punti saldi dell’Accordo di Parigi sul clima e quello di limitare i danni contenendo tale aumento a 1,5 °C. Eppure, lo stravolgimento naturale causato dal global warming non si manifesta esclusivamente con annate sempre più calde. 

«La costa est degli Stati Uniti è investita da un’ondata di gelo, e questo potrebbe essere il Capodanno più freddo mai registrato. Per proteggerci potremmo usare un po’ di quel buon vecchio riscaldamento globale che il nostro Paese, e non altri, sta pagando migliaia di miliardi di dollari. Copritevi bene!», twittava nel 2017 l’ormai ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump. In sostanza: se c’è il riscaldamento globale, allora perché fa così freddo? 

Tra chi poneva questa domanda per avvelenare i pozzi, c’era anche chi si interrogava sinceramente su questo punto: perché la mia esperienza diretta entra in così palese contrasto con l’idea di mondo che mi viene trasmessa dall’espressione “riscaldamento globale”? In realtà, al di là del fatto che meteo e clima sono concetti differenti (il primo spiega fenomeni circoscritti nel tempo e nello spazio, il secondo di lunghissima durata), l’ondata di freddo anomalo di quel periodo era dovuta al vortice polare, che era a sua volta causato dal riscaldamento globale. Ma non per tutti è scontato arrivare a questa spiegazione, tra l’altro controintuitiva: perché i media mainstream non la comunicano chiaramente, ad esempio, o anche perché non si hanno gli strumenti, la voglia o il tempo per reperire e capire quell’informazione.

Rispetto a “riscaldamento globale”, l’espressione “cambiamento climatico” evoca probabilmente un’immagine più vasta e calzante del presente: fa sempre più caldo, è vero, ma più i fenomeni meteorologici anomali e distruttivi aumentano, più le precipitazioni sono violente, la siccità e le tempeste di sabbia crescono, il livello delle acque sale, eccetera. Eppure, anche questa espressione ha dei limiti. 

L’idea di cambiamento richiama infatti qualcosa di passivo, inevitabile, persino naturale e normale. Tutto cambia, anche noi cambiamo: perché preoccuparsene troppo? Per questo motivo nel 2019 il Guardian – come anche alcuni scienziati e organizzazioni – aveva optato per un cambio di linguaggio: non più “global warming” (“warm” vuol dire “tiepido”), ma “global heating” (da “hot”, “caldo”). Non più cambiamento climatico, ma emergenza, crisi o catastrofe climatica. Non più scettici, ma negazionisti del clima. Sono tutte scelte linguistiche che sicuramente raccontano meglio il mondo in cui viviamo: un mondo in cui rischiamo davvero conseguenze devastanti, in cui le evidenze scientifiche alla base della crisi climatica esistono e non possono essere screditate, in cui è urgente intervenire collettivamente. 

Adattare la comunicazione al grande pubblico
Per moltiplicarne l’efficacia, la strategia comunicativa va però adattata al pubblico. Secondo Renita Coleman, professoressa di giornalismo alla University of Texas di Austin, per raggiungere anche i lettori diffidenti nei confronti della scienza i media dovrebbero talvolta (non sempre) evitare di usare quei termini, come riscaldamento globale o cambiamento climatico, che innescano un’immediata reazione di chiusura e scetticismo.

Nel recente studio condotto da Coleman e altri ricercatori, 1.200 adulti statunitensi hanno letto alcuni articoli sulla crisi climatica e risposto a un questionario. In alcuni dei testi proposti le espressioni “cambiamento climatico” o “riscaldamento globale” erano sostituite con la parola “clima”: non veniva detto chi o cosa abbia causato la crisi climatica e ci si concentrava molto di più sulle soluzioni all’emergenza. Dopo la lettura di questi articoli, gli scettici hanno affermato di voler impegnarsi per cercare e condividere più notizie sui cambiamenti climatici e adottare misure per mitigare i danni.

Adattare la comunicazione al grande pubblico, poi, vuol dire ricordarsi che non ci si sta rivolgendo a scienziati, climatologi o addetti ai lavori. E che non bisogna dare nulla per scontato. Da uno studio della University of Southern California e della United Nations Foundation del 2021 è emerso che tra gli statunitensi c’è una certa fatica nel comprendere i termini più comunemente usati per descrivere la crisi climatica. Lo studio ne ha analizzati otto, scelti tra le parole chiave dei report dell’Ipcc. 

Tra i più fraintesi ci sono “mitigazione” e “sviluppo sostenibile”, ma i ricercatori sono rimasti sorpresi nello scoprire che anche espressioni come “cambiamento improvviso” – quindi molto facili da comprendere – spesso non vengono inserite correttamente nel contesto climatico: per alcuni l’espressione è infatti un riferimento all’ambiente, per altri alle azioni personali. Già altre ricerche precedenti erano giunte alla stessa conclusione: per comunicare bene la crisi climatica è necessario semplificare il linguaggio. L’idea può far rabbrividire, perché richiama l’estremo della comunicazione mediocre, del marketing spinto e della propaganda politica. 

Ma semplificare non vuol dire automaticamente banalizzare, distorcere il messaggio, forzare la complessità in uno schema elementare e parziale. La sfida, anzi, è questa: non temere la complessità della crisi climatica e porgerla ai lettori e agli ascoltatori che, desiderosi o bisognosi di capire, aspettano solo le parole giuste.