Buco nell’acquaIl vertice tra Turchia e Russia non aiuta la ripresa dell’export di grano

Ad Ankara si sono incontrati i ministri degli Esteri dei due Paesi, ma non hanno trovato un accordo concreto per creare un corridoio nel Mar Nero in cui far passare le merci, fondamentale contro la crisi alimentare globale

AP/Lapresse

Il viaggio ad Ankara del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov non ha portato il via libera a un corridoio del grano, come i vertici del Cremlino avevano lasciato intendere nei giorni scorsi. Lavrov ha detto, ancora una volta, che spetta all’Ucraina risolvere il problema della ripresa delle spedizioni dai porti ucraini: «Non spetta a Mosca intervenire, perché noi abbiamo già preso tutti gli impegni necessari».

Dal tanto atteso incontro fra i ministri degli Esteri di Russia e Turchia non sono emerse grosse novità. L’unico risultato concreto è un accordo di massima raggiunto tra i due Paesi sul coinvolgimento delle Nazioni Unite e sulla costituzione di un centro di controllo e coordinamento che tracci la rotta delle navi in uscita attraverso gli stretti di Bosforo e Dardanelli in territorio turco. Ma manca ancora il fondamentale assenso dell’Ucraina, che non ha preso parte a questo summit.

«Questi eventi, anche per la scarsa credibilità di Mosca, non sembrano portare a un avanzamento verso un vero e proprio negoziato tra Russia e Ucraina: a differenza degli ultimi vertici in Turchia, stavolta mancava il ministro degli esteri ucraino Dmytro Kuleba, un segnale piuttosto significativo», dice a Linkiesta Eleonora Tafuro Ambrosetti, esperta di Russia, Caucaso e Asia Centrale dell’Ispi.

L’Ucraina è uno dei maggiori esportatori mondiali di grano, mais e olio di girasole, e dai suoi porti passano – passavano – circa il 90% delle esportazioni nazionali. La guerra ha tagliato i rifornimenti, e il blocco russo ai porti del Paese ha interrotto quel che rimaneva del flusso di merci, mettendo in pericolo l’approvvigionamento alimentare di molti Paesi in tutto il mondo.

La Turchia ha provato a imporsi come attore principale nella questione, prendendosi il compito di mediare tra le parti. Ma dopo il vertice di Ankara la sensazione è che serviranno nuovi negoziati, perché di passi avanti concreti non ne sono stati fatti.

Uno dei nodi è di natura tecnica e riguarda lo sminamento del Mar Nero. «Il corridoio del Mar Nero richiederebbe in ogni caso una scorta navale e lo sminamento delle acque, compiti delicati che richiedono un ruolo turco a causa della geografia del Paese», scrive Rich Outzen, un consulente geopolitico dell’Atlantic Council in un articolo pubblicato martedì.

Bonificare le acque non è impresa semplice, probabilmente l’Ucraina non ha nemmeno la tecnologia e i fondi per rimuovere le mine. L’accordo a margine del vertice di Ankara attribuisce quindi alla flotta turca compiti di sminamento e scorta delle navi cariche di grano attraverso il Mar Nero. Dopotutto la Turchia grazie alla Convenzione di Montreaux ha il controllo del passaggio attraverso lo Stretto dei Dardanelli, il Mar di Marmara e il Bosforo. Ma manca in ogni caso il fondamentale assenso dell’Ucraina: Kiev è restia a sminare i propri porti anche per timore di attacchi russi ai propri fianchi scoperti.

Da anni Russia e Ucraina si rinfacciano la responsabilità di aver caricato di mine le acque. Ma in questo caso, l’accordo trovato con la Turchia per Mosca ha un significato ben preciso: «Nell’ennesimo scarico di responsabilità tra le parti, quel che sta facendo Mosca è accordarsi con Ankara per far ricadere la colpa su Kiev», spiega Eleonora Tafuro Ambrosetti.

Ma dopo tutte le dichiarazioni poi smentite dai fatti, la Russia ha un enorme problema di reputazione, la credibilità del Paese è sotto zero sulla scena internazionale. Così le allusioni di Lavrov, o di chi per lui in altri contesti, hanno sempre meno spessore politico.

Prima dell’incontro di mercoledì, l’ambasciatore di Kiev ad Ankara ha accusato la Turchia di aver comprato grano che la Russia ha rubato all’Ucraina durante la guerra. Il vice ministro ucraino per le Politiche agrarie e l’alimentazione, Taras Vysotskyi, ha dichiarato che «la Russia ha rubato quasi mezzo milione di tonnellate di grano che era stato esportato illegalmente dal Paese, ci sono prove che il grano sia stato prelevato da tutte le regioni temporaneamente occupate, tra cui Kherson, Zaporizhia, Luhansk, Donetsk e Kharkiv».

Proprio la Turchia, che dall’inizio dell’invasione ha già venduto all’Ucraina i droni Bayraktar TB2 e altri sistemi militari fondamentali per la resistenza, si sta costruendo un ruolo di mediazione tra le parti: continua ad armare Kiev e mantiene solide relazioni con la Russia, attore indispensabile nel dossier siriano.

«Per Erdogan l’Ucraina è sempre stata una leva per contenere la crescente influenza della Russia nel Mar Nero: appoggiava Kiev in funzione di contenimento del potenziamento della flotta russa nell’area, accresciuta dopo il 2014», spiega Eleonora Tafuro Ambrosetti. «Dall’altra parte il presidente turco cerca appoggio nella Russia per una nuova operazione militare nel nord della Siria contro i curdi, per ripulire l’area dal Pkk, che ha identificato come nemico».

Per il presidente turco questa operazione diplomatica su due fronti è anche un modo per compattare i ranghi del consenso interno, come si fa solitamente nei momenti di crisi: l’inflazione e le difficoltà economiche stanno creando problemi di difficile soluzione al Sultano, proprio a un anno esatto dalle elezioni. «In questo clima di crisi e incertezze – scriveva il Washington Post a fine maggio – prima la guerra trova una conclusione diplomatica e più velocemente si stabilizza la perturbazione economica innescata dal conflitto».

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