Me ne vado, anzi forse restoLa manfrina di terz’ordine delle dozzinali minacce di Conte al governo

L’avvocato del populismo, sempre più confuso, promette battaglie (inutili) sul decreto Aiuti e non sa che pesci pigliare sulla permanenza dei grillini nella maggioranza. Ha 48 ore di tempo per decidere, salvo che non lo abbiano già fatto per lui Taverna e Di Battista

di Daniel Prado, da Unsplash

Tutto congiura contro l’allegra brigata Giuseppe Conte: in questi giorni l’uomo è più confuso del protagonista del Papeete, l’amico Matteo Salvini, il che rende difficile una previsione secca su ciò che avverrà, ma sta di fatto che si sta lavorando affinché non venga giù tutto, peraltro in un momento drammatico come questo – inutile fare il solito elenco di problemi, tutti lo conoscono, a cominciare da Conte.

Ieri Mario Draghi e salito al Quirinale che naturalmente è dalla parte della stabilità. Il “piano” di Palazzo Chigi è lineare, il premier sa che deve non tanto rispondere agli ultimatum del suo predecessore quanto al Paese, che ha assoluto bisogno di ossigeno, e dunque, come scritto da Linkiesta, ha pronto un intervento “corposo” (almeno 10 miliardi) da distribuire su diversi tavoli, ivi compreso quello dei salari.

Oggi Draghi incontrerà i leader sindacali, e tra di loro ce n’è uno di particolare importanza, quel Maurizio Landini che sarà di fatto il rappresentante di Conte al tavolo di palazzo Chigi, visto che più volta ha esternato il suo sostegno alle richieste dell’esausto capo grillino. D’altra parte il segretario della Cgil parla ormai come un leader politico (malgrado voglia restare per i prossimi anni alla guida del sindacato più forte, il che in teoria non sarebbe ammissibile, o fai il politico o il sindacalista) e la sua sintonia con il “grillismo sociale” antagonista è palese da molto tempo e forse adesso che il M5s è a pezzi avverte che quello spazio può in qualche modo essere occupato da lui.

Dunque, tornando a questi difficili giorni per la maggioranza (si è svegliato pure Silvio Berlusconi che ha chiesto una verifica), per lo spericolato ex premier sarebbe difficile uscire da un governo pronto a mettere in campo risorse ingenti contro l’inflazione, sui salari, sui contratti. L’avvocato del populismo ha 48 ore per decidere: se giovedì i grillini non voteranno la fiducia sul decreto Aiuti (perché contiene l’odiato termovalorizzatore, mentre Roma è a pezzi) è probabile che Draghi, dopo aver comunque incassato la fiducia perché i numeri ci sono anche senza i contiani, salga di nuovo al Colle per ascoltare le indicazioni di Mattarella. A quel punto sarebbe ipotizzabile un rinvio del governo in Parlamento, e si vedrà lì se l’azzeccagarbugli sarà stato di fatto commissariato da Di Battista e Taverna e costretto dai “duri” a lasciare la maggioranza. O se invece sarà stata tutta una manfrina da prestigiatore di terz’ordine. È possibile. Anzi, probabile.

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