Responsabilità collettivaI bambini sono le prime vittime di ogni tragedia umanitaria

A Venezia esperti del settore ed europarlamentari discutono le violazioni ai diritti dell’infanzia in tutto il mondo, dall’Ucraina ai conflitti dimenticati. Tra i relatori anche Makeiev Oleksii, vice-ministro degli Affari Esteri ucraino, che ha portato alla conferenza uno spaccato di vita quotidiana nel suo Paese

AP/Lapresse

Il Monastero di San Nicolò al Lido di Venezia come sfondo, le parole sui diritti negati ai bambini in tanti luoghi del pianeta, al centro. La conferenza di alto livello sullo stato globale dei diritti umani, alla sua seconda edizione, ha affrontato un tema di per sé sempre attuale e reso ancora più chiaro dalla guerra in Ucraina. Violenza, abusi, povertà, malnutrizione, lavoro e spostamenti forzati, depressione e matrimoni forzati sono le piaghe principali che affliggono i più piccoli in tutto il mondo, come ha ricordato nel suo discorso d’apertura la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola.

Le sofferenze dei bambini
Al convegno sono sono intervenuti personaggi di spicco nella lotta per i diritti dell’infanzia: Veronica Gomez, presidente del Global Campus of Human Rights, associazione organizzatrice dell’evento, Ole von Uexküll, direttore esecutivo della Right Livelihood Foundation e Denis Mukwege, medico congolese vincitore del premio Nobel per la pace nel 2018.

Tanti gli esperti, provenienti dalle agenzie delle Nazioni Unite e dal mondo delle Ong: alcune delle loro testimonianze dirette mettono i brividi. Quella di Seif Sanaa, attivista egiziana che riporta la storia incredibile di una ragazza rapita da un membro dell’Isis, riuscita a scappare mentre era incinta e poi intrappolata per mesi nel quartier generale delle forze di sicurezza al Cairo, dove ha dato alla luce un bambino mai registrato ufficialmente dalle autorità.

O quella di Ibrahima Lo, autore del libro autobiografico “Pane e acqua”, che da ragazzo è arrivato in Italia partendo dal Senegal, sopravvivendo ai campi di detenzione libici e a un naufragio nel Mar Mediterraneo. «Non conoscevo il mare, perché nella mia città il mare non c’è», ha spiegato parlando del suo lungo e pericoloso viaggio.

Oppure i racconti strazianti di Essam Daod, psichiatra infantile specializzato in trattare i traumi delle persone migranti: la donna che a Lesbo cercava un modo di abortire per non partorire il frutto di uno stupro, o la ragazza che in Polonia gli parlava del padre, il suo «supereroe» che correva velocissimo inseguito da uomini armati.

Nei due giorni della conferenza sono previste tre sessioni tematiche: «Bambini dietro le sbarre», «Bambini vittime di conflitti armati e violenza» e «I giovani come motori del cambiamento». Il secondo di questi panel si è aperto con un video emozionale realizzato da Alessandro Ienzi, attore teatrale molto impegnato nella rappresentazione di «storie scomode, quelle che ci fanno vergognare»: racconta la vita di un bambino vittima di una guerra troppo difficile per lui da comprendere.

Il fenomeno è diffuso a ogni latitudine e ha assunto dimensioni allarmanti: 450 milioni di bambini nel mondo vivono in zone di conflitto, praticamente uno su sei. Più di 35 milioni sono gli sfollati, sradicati da casa propria, e in questi contesti sono avvenute circa 24mila gravi violazioni solo nel 2021, secondo i dati delle Nazioni Unite.

Violazioni in tutto il mondo
A un quadro dalle tinte fosche si è aggiunto nel 2022 un nuovo epicentro di violenza, proprio alle porte dell’Unione europea, come ha ricordato fra gli altri Benedetto della Vedova, trattenuto a Roma dalla crisi di governo e per questo intervenuto da remoto.

L’aggressione russa dell’Ucraina contribuisce infatti in maniera significativa a mettere a rischio vite e diritti dei minori. Una circostanza confermata anche da Benoit Van Keirsbilck, uno dei 18 membri della commissione dei diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, secondo cui la situazione nel Paese è molto difficile ancora di più per quei bambini che necessitano di attenzioni speciali.

Ma soprattutto da uno dei relatori più attesi: Makeiev Oleksii, vice-ministro degli Affari Esteri ucraino, che ha portato alla conferenza uno spaccato di vita quotidiana nel suo Paese. «Il giorno dell’attacco, mia figlia mi ha svegliato dicendomi: papà, i russi ci stanno bombardando. E questo è ciò che dicono tutte le notti dei bambini ucraini ai loro genitori».

Suggerendo ai partecipanti di guardare la guerra attraverso i loro occhi, Oleksii ha menzionato la paura, le privazioni, la necessità di correre al riparo al suono di una sirena e l’impossibilità di frequentare la scuola per i figli degli ucraini. Al momento, dice, 215 minori sono morti, 600 sono rimasti feriti e milioni sono dovuti espatriare, lontano dai propri genitori e accolti da famiglie europee a causa del conflitto.

Purtroppo, si tratta solo di uno dei tanti teatri in cui queste ingiustizie avvengono. Secondo l’Onu nel 2021 i Paesi più colpiti da gravi violazioni sono stati Afghanistan, Repubblica democratica del Congo, Palestina, Somalia, Siria e Yemen.

In molti casi i governi e le istituzioni dell’Unione europea non sono esenti da colpe, ha sottolineato la deputata belga Maria Arena, presidente della sottocommissione per i Diritti dell’uomo dell’Eurocamera. Ad esempio quando ai figli dei militanti dell’Isis non viene concessa la protezione che meritano nei nostri Paesi, quando armi europee vengono vendute all’M23, un gruppo militare ribelle autore di stupri di massa nel nord-est del Congo, o quando l’Italia prende accordi con le autorità della Libia, dove anche i bambini vengono imprigionati. «Non dobbiamo fuggire dalle nostre responsabilità né mantenere alcuna complicità con chi viola i diritti umani, altrimenti perderemo ogni credibilità», ha detto.

Di fronte a tanta e così diffusa sofferenza, sono emersi impegni, idee, speranze per il futuro. Ma anche avvertimenti per quello che l’Europa e le organizzazioni internazionali devono e non devono fare. In uno degli ultimi interventi della giornata, l’europarlamentare del Partito democratico Pierfrancesco Majorino ha ribadito la necessità di una «maggiore assunzione di responsabilità collettiva»: gli strumenti per fermare questi orrori ci sono, ma hanno bisogno di una maggiore connessione, una regia condivisa che amplifichi il risultato di ogni sforzo.

E non si deve abbandonare il campo quando una tragedia perde l’attenzione dell’opinione pubblica: un rischio che vale anche per l’Ucraina, visto che si è già concretizzato in altri luoghi del mondo, alle prese con emergenze inizialmente oggetto di grande ascolto da parte della comunità internazionale e poi presto più o meno dimenticate. Ma anche quando telecamere si spengono, le notizie si diradano e l’interesse si affievolisce, la sofferenza dei bambini non scompare.

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