HoffnungsträgerPer alimentare la speranza di un’Europa libera, l’Ue deve ripudiare i sovranismi

È preoccupante l’atteggiamento di Consiglio e Consiglio europeo, che ignorano le proposte dell’Assemblea. L’organo che rappresenta i cittadini è il primo mattone dell’identità comune che serve per superare la divisione del continente in Stati solo apparentemente indipendenti

AP/Lapresse

Il 3 luglio 1995 se ne è andato Alex Langer, a piedi nudi accanto a un albero di albicocco. Avevamo presentato attraverso la Commissione cultura una risoluzione sulla urgenza della pace e sugli imminenti massacri a Srebrenica e Zepa legata ad un tema che a qualcuno poteva apparire marginale e che sarebbe apparso invece tremendamente importante: il diritto all’informazione e alla libertà di espressione.

La Conferenza dei capigruppo aveva sovranamente deciso che la nostra risoluzione non era urgente e che si sarebbe potuta discutere in autunno. Glielo avevo comunicato il 30 giugno e ci eravamo seduti a parlarne su uno scalino del Parlamento europeo discutendo del futuro dell’Europa che si sarebbe dovuta aprire al dialogo fra slavi, latini e anglosassoni per costruire un continente di pace.

Alex mi ha detto che non eravamo più “portatori di speranze” (Hoffnungsträger) ma non avevo capito che la fine della speranza sarebbe stata per Alex un peso insopportabile e questo dialogo e il suo ultimo viaggio a piedi nudi al Pian dei Giullari restano per me un dolore indelebile che torna lancinante ogni anno ogni 3 luglio.

Ci illudevamo che, dopo l’eccidio di Srebrenica, la forza del messaggio dell’Europa unita – che non era stata tuttavia capace di impedire quell’eccidio insieme al vile comportamento dei Caschi Blu olandesi – avrebbe impedito che ci fossero altre guerre e altri genocidi ai suoi confini e ci eravamo anche illusi che la forza della democrazia liberale avrebbe influito sulle autocrazie totalitarie e molti si erano anche illusi che la forza del mercato e del libero commercio avrebbe portato la libertà dove non c’era ancora.

Così abbiamo fatto entrare la Russia nel club dei Paesi più industrializzati – il “G7” che è diventato “G8” ma è poi tornato ad essere un “G7” dopo l’invasione della Crimea nel 2014 – e la Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio ma la libertà non ha varcato le frontiere dei due Paesi, mentre il numero dei Paesi governati da “democrazie illiberali” nel mondo sta aumentando se ci basiamo sulle statistiche annuali.

Ci eravamo illusi che non ci sarebbero stati più genocidi alle frontiere dell’Unione europea sottacendo o ignorando le molte guerre e guerriglie e guerre civili che hanno insanguinato il mondo dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi. Abbiamo pensato che le guerre fossero sempre provocate dalle autocrazie totalitarie ma abbiamo dimenticato l’insegnamento del Manifesto di Ventotene che ci ha ricordato come le cause delle guerre derivano dal nazionalismo e dalla pretesa della sovranità assoluta che, in mancanza del dialogo, aprono la strada all’uso delle armi.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Vladimir Putin è il frutto della volontà nazionalista di ricostruire la “grande Russia”, così come lo è stata per la Cina la conquista di Hong Kong nel 1997 nonostante la definizione ingannevole “una Cina, due sistemi” e potrebbe esserlo domani l’invasione di Taiwan.

Con Alex Langer abbiamo condiviso il progetto di una costituzione per l’Europa in cui fosse affermato il principio fondamentale del superamento del nazionalismo e delle sovranità assolute, che i popoli che erano vissuti per anni sotto regimi totalitari avrebbero trovato la libertà e la democrazia solo in una dimensione federale e che le loro democrazie sarebbero state solide solo in un’Europa siffatta.

Con Alex Langer avevamo anche immaginato che, nella futura costituzione europea, avrebbe dovuto trovare una sua collocazione solenne un principio simile all’art. 11 della costituzione italiana: «L’Unione europea ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli e come mezzo per la soluzione delle controversie internazionali».

Quel che sta avvenendo in queste settimane dovrebbe suscitare preoccupazione e angoscia non solo per gli effetti sanguinosi del nazionalismo russo in Ucraina ma anche per gli orientamenti irresponsabili e incoscienti che stanno emergendo in Europa come risposta a quel nazionalismo.

Ci riferiamo all’idea di una futura Unione europea in cui la politica estera e di sicurezza, ivi compresa la dimensione della difesa, continui a essere elaborata, decisa ed eseguita nel quadro di un modello confederale dove prevalgono i nazionalismi e le sovranità assolute nascosti sotto la foglia di fico della apparente eliminazione del diritto di veto.

Ci riferiamo alle due proposte principali di revisione del Trattato di Lisbona approvate dal Parlamento europeo il 9 giugno che riguardano l’inalterato potere di decisione intergovernativa del Consiglio europeo e del Consiglio nei settori in cui i governi hanno preteso di mantenere questa signoria.

Ci riferiamo al fatto che il Parlamento europeo ha accettato il metodo dell’art. 48 del Trattato sull’Unione europea secondo cui i governi sono “i padroni dei trattati” (come è stato ribadito dal Consiglio europeo) e le competenze sono attribuite – o anche sottratte – all’Unione europea su decisione dei governi (si dice in tedesco Kompetenz Kompetenz).

Questa acquiescenza inaccettabile del Parlamento europeo alla arroganza del Consiglio del 21 giugno e del Consiglio europeo del 23 giugno, che non hanno nemmeno preso atto delle proposte della assemblea, è confermata dal fatto che la stessa presidente Roberta Metsola ha deciso di inviare una lettera semestrale ai presidenti di turno del Consiglio fino alla vigilia delle elezioni europee nel maggio 2024 per ricordare loro la risoluzione del Parlamento europeo del 9 giugno 2022.

In altri tempi, e con un altro Parlamento europeo, l’Assemblea avrebbe sdegnosamente risposto all’arroganza dei governi dicendo loro: «A nome dei cittadini europei che ci hanno eletto e di fronte alla vostra incapacità di decidere ci assumeremo noi il compito di elaborare, adottare e proporre alla ratifica dei parlamenti nazionali un progetto che sostituisca integralmente il Trattato di Lisbona e che entri in vigore fra coloro che ne accetteranno i principi fondamentali del superamento dei nazionalismi e delle sovranità assolute».

Quali portatori di speranze possiamo pensare di essere ancora e di «continuare ad agire nel giusto» se non ci batteremo per scardinare fino in fondo quel che ha provocato e provoca le guerre e spiegare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle europei che l’unica strada per la pace passa attraverso il riconoscimento di una comune identità europea per superare la divisione del continente in Stati solo apparentemente indipendenti?

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