Endorsement accuracyC’è un (nuovo) metodo per combattere le fake news sui social media

Uno studio in attesa di pubblicazione sulla rivista scientifica Personality and Social Psychology Bulletin dimostra come si potrebbe diminuire la condivisione delle bufale e aumentare quella delle notizie vere e verificate

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Le fake news e la disinformazione sono una costante nel dibattito pubblico sulla qualità dell’informazione. Un argomento talmente rappresentativo di quest’epoca che il Collins Dictionary ne aveva fatto la sua parola dell’anno nel 2017, dopo Brexit e l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti (non a caso).

Molti studi scientifici hanno dimostrato come i social network siano diventati un hub per le bufale, con i loro algoritmi, i metodi di condivisione e ricondivisione dei contenuti. Allo stesso tempo, però, queste piattaforme sono anche la principale fonte di informazione per molte persone, soprattutto nelle fasce d’età più giovani.

Nel 2020, il 57% dei millennial negli Stati Uniti dichiara di utilizzare i social media per le notizie su base giornaliera. Percentuali simili si registrano anche nel Regno Unito, in Francia e nei Paesi Bassi, e sono ancora più elevate altrove: in Kenya, Sud Africa e Bulgaria il 70% della popolazione adulta legge le notizie a partire dai social media.

Facebook, Instagram, Twitter e altre piattaforme sono meno controllati rispetto ai siti e ai giornali cartacei delle singole testate giornalistiche e il profilo di ogni utente può potenzialmente diventare una fonte di notizie, condividendo o pubblicando contenuti. In questa mancanza di controllo possono proliferare – e proliferano – le notizie false.

Un nuovo studio, appena accettato per la pubblicazione dalla rivista scientifica Personality and Social Psychology Bulletin, dimostra che c’è un metodo per ridurre la condivisione di fake news e aumentare la percentuale di real news, cioè di notizie vere e verificate, condivise. Il titolo dell’articolo è “I think this news is accurate: Endorsing accuracy decreases the sharing of fake news and increases the sharing of real news”.

«Abbiamo presentato il primo intervento conosciuto che diminuisce la condivisione delle fake news e aumenta quella delle real news», dice a Linkiesta il professor Valerio Capraro, del dipartimento di Economia della Middlsex University di Londra, coautore dello studio con Tatiana Celadin, del dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Bologna. «Sappiamo che nella maggior parte chi condivide fake news – aggiunge Capraro – non lo fa perché interessato, ma perché non ci riflette più di tanto, non pensa che potrebbe creare un danno. Partendo da qui, rendere saliente il concetto di accuratezza e il fatto che la notizia che si sta per condividere potrebbero essere false può cambiare le cose».

Lo studio è stato accettato ed è ora in attesa di pubblicazione – potrebbero volerci diverse settimane – ma Linkiesta ha letto un preprint, cioè una versione che precede la pubblicazione in una rivista accademica o scientifica. «Ogni stimolo a rendere saliente, evidente l’accuratezza del contenuto – si legge nello studio – in genere riduce la condivisione di notizie false, pur avendo scarso effetto sulle notizie reali. In questo caso introduciamo una nuova richiesta di accuratezza, più efficace delle richieste precedenti. […] In quattro studi preregistrati mostriamo come una richiesta di “approvazione dell’accuratezza”, inserita nel pulsante di condivisione, riduca la condivisione di notizie false, aumenti la condivisione di notizie reali e mantenga costante il coinvolgimento generale. Ed esploriamo anche il meccanismo attraverso il quale funziona questo particolare intervento».

La novità dell’analisi, dunque, sta nel rendere ancora più esplicita l’accuratezza, fattore che dovrebbe rendere le persone meno propense a condividere notizie false: «Approvare l’accuratezza prima della condivisione – si legge ancora nello studio – può far riflettere le persone sulle loro decisioni di condivisione».

L’idea è che ognuno di noi debba porre la sua garanzia, esporsi, in qualche modo: «In linguaggio tecnico l’abbiamo chiamato endorsing accuracy, perché chi condivide fa sapere agli altri che pensa che la notizia sia accurata», spiega Capraro.

Di recente Twitter ha inserito sulla sua piattaforma una funzione che ricorda questi messaggi. In caso di retweet, il social chiede di aprire quantomeno l’articolo che si sta condividendo. È utile per chi condivide contenuti senza un’attenta valutazione: è come se lo staff di Twitter dicesse «noi sappiamo che non hai letto l’articolo, sei sicuro di volerlo condividere lo stesso?». In questo caso, però, il messaggio agisce soltanto in una direzione, cioè su chi condivide: l’effetto può essere, al massimo, una riduzione generale delle condivisioni, quindi anche delle real news.

Nelle dimostrazioni proposte da Capraro e Celadin nel loro studio ci sono tre diversi tipi di intervento per contrastare la diffusione di fake news sui social media: il primo è l’avviso «Ricorda che potrebbe trattarsi di fake news» sul pulsante di condivisione, che contribuisce a ridurre le intenzioni di condividere notizie false ma non influenza le intenzioni a condividere notizie reali; il secondo è invece un’approvazione dell’accuratezza nel pulsante di condivisione, quindi il messaggio «Penso che questa notizia sia corretta», che registra una diminuzione delle intenzioni di condividere notizie false, un aumento delle intenzioni di condividere notizie reali e mantiene inalterata la condivisione e il coinvolgimento complessivi (Mi piace + condivisioni); il terzo tipo invece è una semplice richiesta di precisione nel pulsante di condivisione, «Pensa se questa notizia è accurata», che ha ridotto le intenzioni di condividere notizie false, mantenendo inalterate le intenzioni di condividere notizie reali.

Ovviamente lo studio non è privo di limiti, tutti ne hanno qualcuno. In questo caso si tratta di un’analisi svolta su una piattaforma online creata per somigliare a Facebook, ma non è proprio Facebook, né Twitter, né Instagram. Inoltre lo studio prende in considerazione un campione di soggetti molto ampio, ma ricavato interamente dalla popolazione degli Stati Uniti, perché è lì che sono stati svolti gli esperimenti: «Non sappiamo ancora se e quanto può estendere e replicare in altri Paesi e altre culture», dice Capraro.

Ad ogni modo, è comunque uno studio incoraggiante, che crea una piccola crepa nel rumore interminabile della condivisione di fake news sui social network. È il primo studio conosciuto che potrebbe avere, in caso di applicazione efficace nella realtà, un impatto diretto sulla qualità dell’informazione che circola tra i miliardi di utenti dei social.