Banda ultralargaLa rete unica italiana si farà, ma è solo il primo passo di un cambiamento più grande

La fusione tra Tim e Open Fiber non si può più rimandare, anche solo per ragioni economiche. Il riassetto del settore, al momento in difficoltà ma con previsioni di lungo respiro positive, andrà oltre la realtà delle telco e riguarderà l’intero comparto media

di Denny Muller, da Unsplash

Forse questa volta è davvero quella buona e il più che decennale incubo della rete unica della banda ultralarga in Italia arriverà davvero a compimento. Le premesse sembra ci siano tutte: il Mou, il memorandum of understanding, l’accordo preliminare, tra Tim e Open Fiber siglato in maggio non farà la fine di quello del 2020, caduto nel dimenticatoio con buona pace di tutti. Ed è probabile che entro la fine dell’anno scopriremo anche che la rete unica non è la soluzione definitiva del tutto, ma il tassello di inizio di un riassetto che promette di andare anche oltre le sole telco ed estendersi all’intero comparto media.

La fusione tra la rete di accesso – l’ultimo miglio – di Tim e Open Fiber dunque si farà, anche perché non si può più evitarlo: non farla costa troppo e non ci sono i soldi. E non solo. Un esempio Tim ha oltre 42 mila addetti, più della metà legati alla rete. Open Fiber ne ha 1.350. Pochi giorni fa l’ad di Open Fiber Mario Rossetti ha detto che, per sviluppare le sue reti, tra aree nere, bianche e grigie, per l’anno prossimo avrà bisogno di 8mila persone in più. Certo, sono soprattutto addetti alla posa dei cavi e non da assumere nelle telco, ma il punto è che le risorse non bastano più: le telco investono con la certezza che il mercato, nello stato in cui è, non garantisce il ritorno del capitale e che ogni duplicazione di spesa non è più economicamente sostenibile. Non lo dicono gli ad e i ceo delle telco europee, lo dicono i mercati finanziari che continuano a penalizzare il settore delle tlc ben oltre la media degli altri settori industriali, ben oltre le previsioni nere su prezzi, crisi delle reti logistiche e incertezze geopolitiche legate alla guerra in Ucraina.

Eppure le prospettive per le grandi reti dati ultraveloci e per la fibra ottica, a livello mondiale, sono positive. Secondo Technavio, il mercato globale dei sistemi ottici arriverà a un valore di 166 miliardi di dollari al 2024, con una crescita annua del 16%. Point Topic prevede che 1,6 miliardi di utenti nel mondo saranno connessi in fibra al 2030, con una crescita del 26%, e quasi il 90% di questa crescita sarà nei primi 30 mercati mondiali. L’Adsl, la tecnologia della banda larga via rame, tra otto anni avrà una quota residuale del 3%. E anche i sistemi misti rame-fibra, come il Vdsl o ogni tipo di Fttc, scenderanno ad appena il 5,8%. Insomma, il futuro c’è, la strada è segnata ma finché gli attori non si muovono in quella direzione le borse, che guardano ai risultati trimestre su trimestre, ne prendono atto e portano i loro soldi verso altri lidi. Per fortuna che non ci sono solo quelle, spiegano gli analisti finanziari: i fondi, i grandi Private Equity, hanno orizzonti temporali più lunghi e stanno facendo incetta di telco. E non ci sono soltanto Kkr in Tim e Macquarie in Open Fiber, ma da Blackstone in giù è una giostra in pieno movimento. E in fondo anche la presenza di Cdp in questa partita non ha una logica diversa, anche se poi l’istituto di Via Goito vi aggiunge motivazioni di carattere strategico nazionale.

«In tutta Europa l’attuale modello di business delle telco è complicato da sostenere: non riescono a coprire il costo del capitale – spiega Marc Vos, Managing Director e Senior Partner di Boston Consulting Group in Italia – e in queste condizioni la triplice sfida dell’aumento dei costi portati dall’inflazione, degli investimenti sulla fibra e della realizzazione delle nuove reti mobili 5G non aiuta. E le quotazioni di Borsa riflettono questo stato di cose. Non è un problema solo italiano: l’attuale assetto delle reti, la net neutrality di cui oggi si avvantaggiano i grandi produttori di traffico dati, in primis le streaming tv, non favoriscono gli investimenti sulla fibra. Andando avanti così tutto rischia di complicarsi e l’Ue di perdere un tassello fondamentale dei suoi piani di sviluppo. In Italia sarebbe un duro colpo alla digitalizzazione dell’economia. Ancor più critico per il Mezzogiorno».

Ma intanto sulla rete unica italiana nei prossimi tre mesi avremo la conferma che la quadra è vicina. Già per agosto si dovrebbe raggiungere un primo step intermedio, con una iniziale definizione concordata di perimetri e valori dell’operazione che darà vita alla Netco, dove confluiranno gli asset di Fibercop (Tim e Kkr) e poi la stessa Open Fiber.

Poi, entro il 31 ottobre l’intera operazione dovrebbe essere definita, Si avvieranno gli iter dei vagli istituzionali, nazionali ed europei. Le prossime saranno dunque settimane di trattative in cui gireranno le voci più discordanti e si susseguiranno minacce di dinieghi destinati però a non essere mai risolutivi. Le stesse polemiche sul valore della rete Tim ne sono un segnale evidente: oggi viaggiano in un range che va dai 16 ai 21 miliardi di euro, per raggiungere la vetta dei 31 proposti da Vivendi, azionista di maggioranza di Tim con il 24%. Un valore irrealistico ma che serve ai francesi a sottolineare che loro, avendo Tim in carico a circa 60 centesimi per azione, non ci pensano proprio ad accontentarsi di una valutazione troppo vicina all’attuale, sotto i 30 centesimi. Non senza adeguate contropartite.

D’altra parte, però, mentre gli azionisti litigano, le società lavorano. E sempre più spesso lavorano assieme. È per esempio di metà maggio scorso l’accordo con cui Tim affitta ad Open Fiber, per 200 milioni l’anno, l’utilizzo di palificazioni e cavidotti in zone appartenenti alle Aree Bianche, quelle a fallimento di mercato, dove Of ha vinto tutte le gare Infratel ma deve ora fronteggiare ritardi e aumenti di costi, anche per la congiuntura internazionale. Le palificazioni di Tim sono un vantaggio per Open Fiber, sono più consone alle necessità di rete rispetto ai pali elettrici il cui diritto d’uso ha ereditato da Enel, e anche meno costosi da attrezzare perché non si deve affrontare la convivenza con la rete elettrica. Ma nell’accordo Tim si impegna anche a portare su queste reti almeno mezzo milione di utenti in tempi brevi. Un vantaggio per il gruppo guidato dall’ad Pietro Labriola, che da gennaio guida una rete ottica in ritardo per la difesa a oltranza del rame. A fine 2021 l’Osservatorio Agcom certifica che il mercato italiano si sta spostando, anche se lentamente, verso la fibra. L’Adsl ha perso in un anno un quarto dei suoi utenti, la fibra fino in casa è cresciuta del 43,3%, l’Fwa, l’ultimo miglio via ponte radio, del 10,7%; il misto fibra-rame, Fttc, solo del 10,2%. Purtroppo però l’Fttc, che passa obbligatoriamente per gli armadi di strada di Tim, vale da sola ancora 10,2 milioni di utenti sul totale dei 18,7 milioni di accessi a banda larga italiani. Tim ha il 63% di quota di mercato nell’Adsl, il 43% nell’Fttc ma solo al 20% nell’Ftth, dove è il quarto operatore dopo Vodafone, Fastweb e Wind3. E ora sono sul mercato Sky e Iliad. Vodafone, Sky e Wind3 sono stati i primi a firmare accordi con Open Fiber e a loro si è aggiunta Iliad. Fastweb è con Fibercop. Il risultato è che oggi due utenti italiani in fibra su tre navigano sulla fibra di Open Fiber.

Insomma, per Tim l’accordo a questo punto è vitale se non vuole assistere passivamente all’inesorabile erosione di asset e margini. La rete unica si farà. Resta da vedere chi sarà a pagarla. Quanto più debito e personale Tim scaricherà nella Netco tanti più oneri resteranno in mano alla rete e quindi a Cdp. Cosa che i soci privati, Kkr e Macquarie, potranno accettare solo a patto di ottenere tariffe di transito remunerative. Come già avviene per le autostrade. «Questa non è una partita solo finanziaria – sottolinea Laura Rovizzi, ad di Open Gate Italia, società di consulenza specializzata nelle strategie regolamentari – ma finora non si è affrontato il nodo dei nuovi assetti regolamentari. L’intero sistema andrà aggiornato. Si dovrà infine parlare della sorte delle reti, oramai datate, su cui altri operatori hanno investito quando non si prevedeva un unico soggetto a capo dell’infrastruttura».

E infine si dovrà riconsiderare il futuro di Tim. A partire da cosa deciderà di fare il suo azionista di maggioranza Vivendi. Anche il mercato consumer dei servizi di tlc andrà rivisto, ci sarà un probabile consolidamento. Magari allargato alle piattaforme di distribuzione dei prodotti media. Per i francesi l’originario obiettivo di una fusione con Mediaset è ormai fuori portata. Ma potrebbero esserci altre mete. E forse tra analisti e banche d’affari c’è già chi pensa ad architettare ipotesi di aggregazione con Sky.