Il sedicente bravoLe acrobazie di Giorgetti per riallinearsi a Salvini dopo l’esperienza draghiana

L’eminenza grigia del Carroccio era un sostenitore convinto del governo di unità nazionale e non l’ha mai negato. Adesso dovrà condurre la campagna elettorale al fianco del segretario leghista e forse tornare ministro al fianco della peggior destra

Lapresse

Di solito non parla, gli piace interpretare l’eminenza grigia che lavora sodo nell’ombra e decide, con un debole per le nomine pubbliche. In questi giorni invece i giornali traboccano di sue frasi soffiate per lanciare messaggi, spiegare, giustificare, prendere le distanze, per non assumersi la responsabilità della caduta di Maradona. Così Giancarlo Giorgetti aveva definito Mario Draghi quando, esercitando l’arte calcistica-politica da mediano, aveva convinto Matteo Salvini a entrare nella nazionale dell’unità.

Ci entrò lui, il suo amico di cordata Massimo Garvaglia e la veneta Erika Stefani, vicina al governatore Luca Zaia. I moderati, i governisti. Senza che Salvini ci mettesse becco. Lo stesso è accaduto con Forza Italia: Mara Carfagna, Renato Brunetta e Mariastella Gelmini non sono stati scelti da Silvio Berlusconi e abbiamo visto cosa è successo. Sempre osteggiati dal cerchio magico di Arcore, mai invitati alle riunioni in cui si decideva, comprese alle ultime dove è stata emessa la sentenza di morte del loro esecutivo.

La Lega di governo al governo e i colonnelli del “Capitano” leghista a rosicare, a dire che Giorgetti è appiattito su Draghi, che se ne infischia delle esigenze del Carroccio, dell’elettorato leghista. Sarebbe sua la colpa del crollo dei consensi, e non di Salvini, che ha inanellato un errore dietro l’altro. Lui, il ministro dello Sviluppo economico, non ci sta e si assolve per giustificare l’espulsione dal campo di Maradona.

Un leghista in tutte le stagioni. Trent’anni lì, «una vita da mediano… sempre lì, lì nel mezzo, finché ne hai stai lì» al vertice del partito, da Umberto Bossi a Roberto Maroni, a Salvini, con le cravatte slacciate, le giacche stropicciate, la faccia furbacchiona, la bacchetta bocconiana in mano per picchiare. Come è successo all’inizio di luglio scorso quando ha definito «rivoluzionari della scuola Radio Elettra» quelli del suo partito tentati dalla crisi di governo approfittando delle turbolenze innescate da Giuseppe Conte sul Dl Aiuti.

Tutto inizia da queste turbolenze che sono diventate tempesta. Ma Giorgetti, che conosce bene i suoi polli, aveva già capito che sarebbe stato lo stesso Salvini a infilarsi nel pertugio che ha portato alla crisi di governo. Quando c’è odore di sangue la bestia si risveglia: farsi scappare l’occasione di tirare il calcio di rigore a porta vuota, cioè far precipitare tutto a elezioni, era un’occasione d’oro. È quello che è successo, ma Giorgetti non si è messo di traverso. Ha avvertito il premier di quello che veramente stava montando al vertice della Lega?

Ora, nelle innumerevoli uscite sui giornali in maniera indiretta, sostiene di avere suggerito a Draghi di tenere il punto, di dare dimissioni irrevocabili: «Tanto ti incastrano lo stesso». Insomma, sapeva cosa aveva in testa Salvini, ma non l’ha detto in tempo al premier. E quando era troppo tardi gli ha suggerito di tenere duro. In questo modo smentisce in un solo colpo Berlusconi e Salvini che si affannano ad attribuire a Draghi la volontà di mollare perché lo sciagurato non ha accettato il bis con nuovi ministri e senza i Cinquestelle. E poi era stanco, si è premurato a dire Berlusconi, si lamentava di lavorare il doppio rispetto a quando era alla Bce. Oltre il danno la beffa.

Giorgetti ora non intende rinnegare nulla di quello che ha fatto accanto a Draghi, che a suo avviso meritava un’uscita di scena migliore. Alla Camera e al Senato lo ha abbracciato e applaudito, gli ha espresso solidarietà ma non ha ingaggiato una battaglia nel suo partito. Uscire dalla Lega come hanno fatto da Forza Italia Gelmini, Brunetta e Carfagna? Figuriamoci!

A Enrico Letta che lo ha criticato per gli applausi, ha risposto che continuerà a farlo perché Draghi lo merita. Però sta sempre lì «a recuperar palloni» per Salvini. Non ha condiviso la scelta dei rivoluzionari Radio Elettra, verrà ricandidato e, in caso di vittoria del centrodestra farà il ministro, magari dell’Economia o comunque con portafoglio pesante.

Dovrà prima impegnarsi in campagna elettorale, accanto a Giorgia Meloni e coloro che hanno sempre detto che il governo Draghi è stato una disgrazia per l’Italia. Si impegnerà con acrobazia, senza mai rinnegare Draghi, sia chiaro.

Poi, quando tornerà al governo, dovrà pure sobbarcarsi la fatica di trasformare in leggi tutte le promesse elettorali dei suoi alleati e amici di partito, comprese la flat tax alla Viktor Orbàn e gli scostamenti di bilancio. Prenda appunti: Berlusconi propone di porterà tutte le pensioni a mille euro. Il Cavaliere è già in orbita, è carico come un grillo (lo assicura Antonio Tajani), vuole vendere cara la pelle di titolare dei moderati, altro che succube dei sovranisti. Pregusta, Berlusconi, di tornare tra i banchi del Senato dal quale era stato allontanato dopo la condanna e l’applicazione della Severino. Vendetta, tremenda vendetta.

Prepariamoci allo show, a un film paradossale, a vedere magari Meloni frenare l’impeto e l’assalto della finanza pubblica, Giorgetti, insieme a Guido Crosetto, a mediare con Bruxelles. Prima ancora però, tra pochi giorni, l’horror movie della divisione dei collegi uninominali.

C’è chi scommette che il mediano maximo ci stupirà, non accetterà di candidarsi, e se ne andrà in pensione anticipata a 55 anni, sdegnato da questa politica e da questi politicanti, a organizzare gite in pullman con altri pensionati a Città di Pieve.

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