ForzalavoroLe giornate di sei ore, i dossier in bilico con la crisi di governo e la carenza di statali

Nella newsletter di questa settimana: le alternative alla settimana di lavoro di quattro giorni, le riforme e i fondi a rischio se il governo cade, il piano europeo d’emergenza sul gas e l’effetto del caro energia sul settore metalmeccanico. Ma anche le conseguenze della crisi demografica sul mercato del lavoro, lo stop alle assunzioni nelle Big Tech e lo tsunami di licenziamenti che non c’è stato. Ascolta il podcast!

(Unsplash)

MEGLIO LA SETTIMANA CORTA O GIORNATE DI LAVORO PIÙ BREVI?
Si parla molto della settimana lavorativa più corta. Ma nonostante la proposta allettante di avere weekend lunghi tre giorni, condensare cinque giorni di lavoro in quattro può rivelarsi stressante. Per i lavoratori e pure per i datori di lavoro, come abbiamo già raccontato qualche settimana fa. Ecco perché si pensa ad altre possibili alternative. La principale è ridurre le ore di lavoro giornaliere.

Sei è il numero perfetto? Alcuni psicologi, ad esempio, suggeriscono di lavorare sei ore al giorno anziché otto. Anche perché «ci sono aziende che per il tipo di attività che svolgono devono per forza rendersi disponibili cinque giorni alla settimana», spiega Celeste Headlee, autrice di “Do Nothing: How to Break Away from Overworking, Overdoing, and Underliving”. «E per queste aziende, potrebbe essere più facile e conveniente abbreviare la giornata lavorativa».

  • I dipendenti potrebbero lavorare in modo più efficiente e con maggiore concentrazione se tornassero a casa prima, dice. In più potrebbe essere «un vantaggio per la definizione delle priorità» nella giornata: si perderebbe meno tempo e anche i capi organizzerebbero meno riunioni inutili. Senza dimenticare che la giornata lavorativa di otto ore non sarebbe il formato migliore di lavoro, perché abbiamo solo una quantità limitata di tempo per concentrarci al giorno. E «in otto ore finiamo per fare più errori, siamo meno innovativi e meno efficienti».

Rompere gli standard La struttura delle otto ore, certo, è difficile da rivoluzionare. «Invece di misurare effettivamente i risultati delle persone, è più semplice contare il numero di ore in cui lavorano e presumere che più è meglio. Questo è un presupposto che deve essere infranto», dice Adam Grant, professore di psicologia organizzativa alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania.

  • In effetti, gli studi dimostrano che lavorare più a lungo non è necessariamente correlato a una maggiore produttività. E diversi esperti suggeriscono che il numero ottimale di ore lavorative potrebbe essere solo di 35 ore a settimana o sei ore al giorno. Norvegia e Danimarca, per fare un esempio, hanno settimane lavorative inferiori a 40 ore e sono rispettivamente il secondo e il settimo Paese più produttivo al mondo. Un’indagine su quasi 2.000 lavoratori nel Regno Unito ha mostrato che, in media, le persone si sentono davvero produttive solo per circa metà della giornata lavorativa. E in una struttura sanitaria in Svezia, hanno sperimentato per due anni la giornata lavorativa di sei ore tra gli infermieri: il risultato è che hanno preso molto meno congedi per malattia, il che ha permesso di organizzare l’85% in più di attività con i pazienti.

Le insidie Sebbene ci siano chiari vantaggi di una giornata lavorativa ridotta, non significa che non ci sia nulla che possa andare storto. In primo luogo, non c’è alcuna garanzia che ogni lavoratore sarà ugualmente produttivo durante una giornata più breve. Una giornata lavorativa più breve potrebbe anche complicare le cose per le multinazionali, perché potrebbe ridurre la sovrapposizione tra i fusi orari. Inoltre, potrebbero esserci costi nascosti per i datori di lavoro. Per esempio, nello studio svedese, la struttura ha dovuto assumere più infermieri per compensare le ore ridotte.

Sogno o realtà? Nonostante le insidie, tuttavia, la riduzione dell’orario di lavoro, o meglio una maggiore flessibilità, è un tema di cui si discute sempre di più. Sulla scia della pandemia, alcuni datori di lavoro stanno attivamente ripensando – e persino sfidando – lo status quo del lavoro. Si parla tanto di settimana lavorativa di quattro giorni, ma non essendo adatta a tutte le attività, la verità è che non sta spopolando. Quindi, per le aziende riluttanti a chiudere per un giorno intero in più ogni settimana, i giorni lavorativi più brevi potrebbero essere un compromesso più semplice.

  • «La maggior parte dei lavoratori a cui viene data l’opportunità una giornata più breve ne trarrebbe un enorme vantaggio», dice Adam Grant. «Saranno più grati, più leali all’azienda e più motivati. Lavoreranno di più nel tempo che hanno e lavoreranno in modo più intelligente in quelle ore». Ma c’è un gruppo in particolare che senza dubbio trarrebbe grande beneficio da una giornata più breve: i genitori che lavorano.

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NEL MEZZO DELLA CRISI
L’appuntamento più atteso della settimana, ovviamente, è quello del 20 luglio con le comunicazioni di Mario Draghi al Parlamento. Mercoledì sapremo se il premier avrà accontentato le richieste di Giuseppe Conte e del Movimento 5 Stelle, e dunque la crisi rientrerà, oppure se la rottura con i grillini sarà totale. E quindi si apriranno diversi possibili scenari, dal governo balneare al rimpasto. I mercati finanziari guardano all’Italia. Qualche fibrillazione c’è già stata, ma si auspica che la rottura possa rientrare.

In bilico La fase di incertezza che si è aperta, intanto, lascia in bilico gli aiuti contro l’inflazione previsti nel prossimo decreto, i fondi del Pnrr e anche la prossima manovra. Il Sole 24 Ore indica le dieci date chiave per le prossime settimane.

Convergenze Il presidente degli industriali Carlo Bonomi ha mostrato intanto un’apertura sul salario minimo chiesto dai Cinque Stelle. Mentre Draghi starebbe studiando un taglio dell’Iva e un nuovo bonus per i lavoratori.

 

ECONOMIA DI GUERRA
Emergenza gas Pur con la crisi di governo alle porte, Draghi – con un gruppo di ministri – oggi è volato in Algeria. Doveva restare due giorni per il vertice intergovernativo, ma stasera sarà già di ritorno a Roma. Il premier non ha rinunciato all’appuntamento perché dall’Algeria passa una parte importante della risposta alla crisi energetica per l’Italia. Ma anche per l’Europa. Le riserve di gas del Paese nordafricano sono enormi e il governo Draghi ha lavorato in questi mesi per assicurarsi importazioni sempre maggiori. Se Vladimir Putin chiudesse del tutto i rubinetti dalla Russia, il metano algerino darebbe infatti una grossa mano a tamponare l’emergenza.

In agenda Mercoledì 20 luglio, la Commissione europea rivelerà il piano di emergenza energetico nel caso in cui la Russia non riprendesse ad assicurare i flussi di gas. Gazprom ha già fatto sapere che non è in grado di garantire «il funzionamento sicuro» del Nord Stream 1 dopo il 22 luglio, quando dovrebbero terminare i lavori di manutenzione.

L’effetto sulle imprese La Fim Cisl ha aggiornato il suo report sugli effetti della crisi energetica nel settore metalmeccanico. Se dopo tre settimane di guerra i posti a rischio erano 26mila, ora ballano poco meno di 71mila posti di lavoro. Aumenta la cassa integrazione soprattutto nelle imprese energivore, siderurgia in testa. Ma pesa anche la carenza di microchip, a partire dall’automotive. 

 

OCCHIO A FRANCOFORTE
Il 21 luglio si riunisce il comitato direttivo della Banca centrale europea sulla politica monetaria. È attesa la conferenza stampa della presidente Christine Lagarde, che dovrebbe annunciare il rialzo dei tassi e il famoso scudo anti-spread. Francoforte dovrebbe comunicare ai mercati quale sarà la protezione per i Paesi ad alto debito come il nostro. Ma la crisi di governo italiana non aiuta. Anzi: rafforza i cosiddetti falchi che chiedono di aumentare le condizionalità sullo scudo.

 

COSE DI LAVORO
Il Paese ristretto L’Italia del 2030 potrà contare su una forza lavoro ridotta. Secondo i dati Istat rielaborati dal Sole 24 Ore, all’appello mancheranno circa 1,98 milioni di residenti in età attiva tra i 15 e i 64 anni. In particolare, avremo un saldo negativo di 150mila giovani tra 15 e 29 anni. Tra le città più colpite, Oristano, Rieti e Rovigo. In controtendenza Bologna, Prato e Parma.

Cercasi impiegati Nonostante le assunzioni e lo sblocco del turnover, nella pubblica amministrazione italiana mancano ancora 900mila unità. Al fisco servono 15mila dipendenti, all’Inps altri seimila, alla Giustizia 9mila. Sempre più spesso, gli enti non riescono a trovare le persone di cui hanno bisogno e i concorsi non riescono a coprire i posti messi a bando. 

Fine della corsa? Dopo dieci anni di crescita e il boom di inizio pandemia, le Bigh Tech frenano sulle assunzioni. Google ha annunciato lo stop ai nuovi ingressi, Microsoft e Tesla riducono il personale, Meta ha bloccato l’arrivo di nuovi ingegneri e tecnici. Il nodo centrale, forse, come scrive La Stampa, è che in questo momento di grandi sconvolgimenti internazionali è venuto meno uno dei capisaldi su cui si regge il valore di queste società: la fiducia nel futuro.

Buone notizie Vi ricordate la bomba sociale annunciata dai sindacati (almeno alcuni) dopo lo sblocco dei licenziamenti? Non c’è stata. In Veneto, addirittura, le assunzioni sono superiori al periodo precedente alla pandemia.

Alla prossima settimana,
Lidia Baratta

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