Game over?Wall Street si è salvata dal crollo delle criptovalute, i piccoli investitori no

Il Bitcoin è crollato in modo significativo più volte durante il suo ciclo vitale, ma questa corsa al ribasso è diversa rispetto al passato. A pagarne le spese sono i cittadini comuni attirati durante la pandemia dalla promessa di rendimenti rapidi in un settore così seducente come quello crypto

«Il denaro c’è ma non si vede: qualcuno vince, qualcuno perde», diceva Gordon Gekko nel celebre “Wall Street” di Oliver Stone, del 1987. Dopo settimane a dir poco concitate per gli investitori in criptovalute – caratterizzate dal crollo generalizzato delle quotazioni – i mercati del denaro virtuale stanno tornando a stabilizzarsi. Il crack finanziario si lascia alle spalle un settore con livelli di capitalizzazione calati mediamente del 50-70%, con il valore del Bitcoin passato – nell’arco di una manciata di mesi – dai 47mila dollari dello scorso marzo agli attuali 19mila.

Nel generale bagno di sangue delle cryptocurrencies, quasi tutti hanno perso. Qualcuno però, ha perso meno di altri. È il caso delle grandi banche e dei fondi di investimento di Wall Street, che ne sono usciti quasi illesi, a differenza di molti privati che si sono ritrovati sul lastrico da un giorno all’altro.

Qualcuno ci ha persino guadagnato: lo scorso novembre gli analisti della banca Bnp Paribas (francese ma con presenza a Wall Street) hanno stilato un elenco di cinquanta titoli che ritenevano sopravvalutati, tra cui molti legati all’ambito delle criptovalute. Paribas ha poi dato ai suoi clienti più importanti (fondi speculativi, gestori di patrimoni familiari multimiliardari e altre classi di investitori) l’opportunità di scommettere che questi asset sarebbero precipitati. Così, quando lo scorso maggio il titolo di TerraUSD ha iniziato a crollare trascinando nel baratro tutto il settore crypto, il valore del paniere dei cinquanta titoli si è ridotto della metà e chi aveva scommesso contro Bitcoin&Co ha fatto il colpo grosso.

Come hanno fatto i giganti della finanza newyorchese a evitare l’ecatombe? Semplice: limitando il più possibile gli investimenti verso un mercato ritenuto, fin da subito, pericoloso. Non che non volessero partecipare alla festa quando il fiorente settore delle crypto ha iniziato a far parlare di sé. Semplicemente, gran parte delle banche di Wall Street sono state costrette a rimanere in disparte, relegate più all’osservazione che alla partecipazione diretta in un mercato così turbolento. In parte, anche a causa delle barriere regolamentari messe in atto dopo la crisi finanziaria del 2008. Allo stesso modo, i gestori dei grandi fondi d’investimento hanno applicato strategie e piani per limitare al massimo la loro esposizione diretta con il mercato delle criptovalute, riconoscendone i rischi ancor prima che le potenzialità. Così, quando qualche settimana fa il castello di carte è crollato, il toro di Manhattan ha contenuto le perdite.

In realtà, nel corso dell’ultimo decennio – nel pieno del fermento di questo mercato – le banche avevano provato a infilarci lo zampino, trovando l’opposizione delle autorità di regolamentazione americane e internazionali. Nel 2021 il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, che contribuisce a stabilire i requisiti patrimoniali per le grandi banche del pianeta, aveva proposto di assegnare ad alcuni token digitali come Bitcoin ed Ether la «massima ponderazione possibile del rischio» e si era consultata in merito a un «trattamento prudenziale delle esposizioni in criptovalute». Pertanto, laddove le banche private avessero voluto inserire gli investimenti in criptovalute nei loro bilanci, avrebbero dovuto detenere un valore almeno pari in contanti, in modo da compensare il rischio di un eventuale tracollo improvviso.

In particolare, le autorità di regolamentazione statunitensi avevano avvertito le banche di stare alla larga da questo genere di attività. Il ricordo della crisi dei mutui subprime era ancora nitido. Tradotto, significava niente prestiti garantiti da Bitcoin o da altri token digitali, ma anche niente servizi di prime brokerage (prendere in prestito titoli e liquidità da reinvestire) legati al mondo delle cryptocurrencies, perché ogni operazione avrebbe comportato l’assunzione di rischi troppo grandi.

Così le banche americane hanno iniziato a offrire ai propri clienti servizi e prodotti molto limitati in materia di criptovalute, entrando così in questo mondo ma stando attenti al contempo a incorrere in eventuali sanzioni imposte dall’alto. I clienti di Morgan Stanley, per esempio, non potevano investire più del 2,5% del loro patrimonio netto totale in questi investimenti e potevano scegliere solo tra due fondi. Una delle due opzioni era rappresentata da Galaxy Bitcoin Fund, il cui amministratore delegato Mike Novogratz (ex banchiere di Goldman Sachs) ha dichiarato il mese scorso al New York Magazine di essersi assunto troppi rischi nel corso degli anni. Rischi che ora sta pagando a caro prezzo.

A molte persone però, è andata decisamente peggio. Si tratta per lo più di figure diventate ricorrenti negli ultimi anni: i piccoli investitori privati, attirati dalla promessa di rendimenti rapidi in un settore così seducente come quello crypto, lontano dai radar dell’establishment finanziario (almeno sulla carta). Molti erano trader alle prime armi che, bloccati nelle proprie abitazioni a causa della pandemia, si sono tuffati in questo mondo, acquistando criptovalute emergenti o quote di fondi che detenevano questo genere di titoli.

Dopo aver bloccato i prelievi a 1,7 milioni di clienti (parlando di «condizioni di mercato estreme»), giovedì 14 luglio la piattaforma di prestito di criptovalute Celsius Network ha dichiarato bancarotta. In precedenza anche Coinbase, uno dei maggiori exchange, ha annunciato il licenziamento del 18% della sua forza lavoro. A fine giugno il fondo speculativo Three Arrows Capital, che aveva una forte leva finanziaria sulle criptovalute, è stato messo in liquidazione.

Sebbene il Bitcoin sia crollato in modo significativo più volte durante il suo ciclo vitale, questa corsa al ribasso è diversa rispetto al passato. Il settore è diventato più grande e interconnesso che mai, con investitori amatoriali e istituzionali che si sono contesi ogni centimetro di spazio in quello che fino all’anno scorso era un mercato da 3 miliardi di dollari (il crack ha polverizzato 2 miliardi di dollari di valore).

Ora il panico generale sembra destinato a placarsi ma ha già mietuto alcune vittime: nel Regno Unito e a Taiwan si sono registrati almeno due suicidi per conseguenze economiche individuali legate al tracollo.

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