Forza e foraggio Gli analfabeti laureati, i traduttori ignoranti e l’italiano imparato a orecchio

Chi dovrebbe esser colto in realtà è un semi-istruito con velleità, chi scrive canzoni pop di successo non sa la differenza tra pecore e capre, e chi traduce articoli per gli intellettuali sostituisce verbi a casaccio. Viva la madrelingua!

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L’italiano a orecchio non è certo cominciato ora, forse ora lo notiamo di più perché tutti ritengono d’avere qualcosa da dire, a tutti urge comunicare, l’incapacità di formare una concordanza giusta all’interno d’un periodo non particolarmente complesso è una livella che accomuna la manicure e la romanziera, l’ingegnere e il poeta.

Una volta i laureandi sapevano l’italiano? Chissà, magari lo pensiamo solo perché tendiamo a sopravvalutare il passato, o perché una volta non avevamo amici docenti che ci mostrassero tesi universitarie contenenti svarioni da bocciatura alle medie inferiori. Il cambiamento forse più grave – almeno in termini di commedia – è quello da ricchi che non sembravano madrelingua a intellettuali che non crederesti mai lo fossero: come la strutturi una commedia in cui il personaggio che dovrebbe esser colto è in realtà un semi-istruito con velleità?

In Divorzio all’italiana (1961), la moglie del barone di Cefalù gli spiega che lo scopo ultimo della vita è l’amore: «Se non si amerebbe, noi appassiressimo, Fefè». In C’eravamo tanto amati (1974), la figlia del palazzinaro miliardario in lire dice alla madre che per dimagrire non mangia «idrocarburi». In entrambi i casi i mariti (Mastroianni nel film di Germi, Gassman in quello di Scola) si struggono per Stefania Sandrelli. I registi vogliono farci credere che è perché le mogli hanno i baffi o l’apparecchio per i denti, ma noi sappiamo la verità: è che la Sandrelli non cerca di darsi un tono usando parole di cui non conosce il significato.

Ma nessuno si aspettava che due donne senza titoli di studio sapessero parlare, sebbene ricche, cinquant’anni fa (oggi sarebbe sessismo: il progresso di questi anni è che puoi far sbagliare i congiuntivi solo ai personaggi maschili). Ci aspetteremmo, invece, che le parole sapesse usarle chi le usa per mestiere.

Qualche mattina fa il marito della Ferragni, trovandosi in una masseria pugliese, ha fatto una diretta Instagram in mezzo agli animali. L’allevatore gli ha detto che il mucchio di fieno (o altro) che indicava era foraggio, e lui ha chiesto cosa significasse «foraggio».

Ho pensato: ma fai il paroliere, cribbio. Poi mi sono ricordata d’un podcast in cui aveva detto che per lui il marketing è un mestiere quanto la musica, e ho pensato: almeno non pensa d’essere Paolo Conte. Poi certo, se penso che io a quindici anni ascoltavo cantautori con vocabolari di migliaia di parole e questi derelitti di giovani d’oggi ascoltano gente che non sa cosa voglia dire «foraggio», ecco.

Mentre pensavo a un qualsivoglia testo di Guccini – quello in cui dice che il suo lavoro è «fare il make-up a metonimie erranti»: se lo ascolta un paroliere d’oggi gli viene il mal di testa – mi sono resa conto che il visitatore della masseria stava trascorrendo l’intera diretta scambiando le capre per pecore. Sono consapevole che a Rozzano non ci fosse consuetudine con l’opera di Strehler (segnalo il podcast con J Ax in cui – prendendo per il culo il poverino che aveva osato dire di non sapere chi fosse Strehler – gli amici ne recitano mansioni dalle voci Wikipedia sostenendo d’avere con Strehler grande familiarità, proprio come i critici culturali di Twitter: sono un paio di minuti che fanno molto ridere); mi chiedo però se quando hai dei figli piccoli non girino per casa libri illustrati che costringono anche te a imparare la differenza tra pecore e capre.

Forse è un problema generazionale, ma di generazione temo includa la mia. Nella diretta Instragram che ha fatto con Woody Allen, per parlare del suo nuovo libro Zero Gravity (La nave di Teseo), Alec Baldwin, 64 anni, ha detto di essersi dovuto spesso fermare a cercare il significato di alcune parole usate da Allen (86 anni). Allen ha risposto che gliel’ha detto anche sua moglie (51 anni), ma che a lui non pare d’avere un vocabolario particolarmente esteso. È che una volta gli alfabetizzati erano alfabetizzati, ci si poteva fidare che lo fossero abbastanza da mettere in un film Rosalia Cefalù o Elide Catenacci senza didascalizzare perché facessero ridere.

L’altro giorno scorrevo un articolo su Internazionale e, là dove l’originale diceva che i critici americani prospettavano l’ipotesi che Top Gun: Maverick finisse candidato agli Oscar, la traduzione del giornale scritto dagli intellettuali per gli intellettuali sostituiva «prospettando» (floating) con «paventando», che evidentemente ne è un sinonimo intercambiabile nella nazione in cui la moglie del barone Fefè potrebbe prendere 30 e lode a un qualsivoglia esame universitario.

Non contribuisce alla chiarezza lessicale il continuo slittamento semantico di tutto. Al Daily Show (già programma comico feroce, adesso bollettino suscettibile), in una puntata della settimana scorsa l’ospite era Veronica Ivy, ciclista canadese nata uomo e decisasi donna attorno ai trent’anni. Quest’informazione che vi ho appena dato – nata uomo – è una gravissima lesione delle regole semantiche stabilite dalla militanza suscettibile, secondo le quali i pronomi e le declinazioni sono retroattivi, e se io domani divento uomo occorre dire «il bambino Guia Soncini a sette anni si ruppe due denti».

Ma non sono i generi delle parole il problema dell’ospitata della Ivy, quanto le parole stesse. A un certo punto, senza che il conduttore non dico obietti ma anche solo cessi di annuire vigorosamente, la Ivy – che è lì per difendere il diritto di chi ha una muscolatura da uomo a competere in gare sportive femminili con chi è nata donna – dice di non capire la distinzione tra donne trans e donne biologiche. «Io mica sono un cyborg», dice senza mettersi a ridere, «sono fatta di materiale biologico, sui miei documenti c’è scritto che sono donna, quindi sono una donna biologica».

Negli anni Ottanta Christopher Hitchens partì per Praga ripromettendosi, qualunque cosa succedesse, di non usare mai quell’automatismo che era l’aggettivo «kafkiano». Quando lo arrestarono e gli dissero che non aveva diritto di sapere perché lo stessero arrestando, sospirò: uno non vorrebbe dire kafkiano, ma ti ci costringono. Ecco: io non vorrei dire che l’attribuzione – prescrittiva – alle parole d’un significato contrario a quello che avrebbero è orwelliana, e non lascerò che mi ci costringano.

Resisterò, e ipotizzerò che non in George Orwell ma nel barone Fefè stia la risposta ai problemi del presente: «Agramonte: diciottomila abitanti, quattromilatrecento analfabeti». Molti dei quali laureati.

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