Greenwashing calcistico I discutibili obiettivi ambientali dei Mondiali in Qatar

«Lo scopo del nostro studio era quello di dimostrare un punto semplice: la prossima Coppa del Mondo non sarà carbon neutral», sono le parole di Gilles Dufrasne, autore di un importante report dedicato al consistente impatto ecologico della competizione del prossimo inverno

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Un Mondiale destinato a fare la storia? Il prossimo 21 novembre, allo stadio Al Thumama di Doha, inizierà la Coppa del Mondo di calcio in Qatar, la prima a disputarsi nella penisola araba e anche la prima a disputarsi nel corso della stagione invernale. L’obiettivo degli organizzatori è quello di creare una competizione in grado di lasciare un’eredità duratura al Paese e all’intera penisola, anche in termini di sostenibilità ambientale. 

«Fin dall’inizio, i nostri sforzi di preparazione per il Qatar 2022 sono stati intrapresi con l’obiettivo di costruire qualcosa che restasse nel tempo», ha affermato l’ingegnere Abdulrahman Al Muftah, esperto di sostenibilità e ambiente. L’obiettivo degli organizzatori è infatti quello di rendere la prossima edizione della massima competizione calcistica mondiale la prima a emissioni zero. Un obiettivo certamente ambizioso e un’intenzione lodevole, anche se il rischio è che non sia altro che mero greenwashing.

Tra il dire e il fare
Gli ultimi eventi sportivi, non solo calcistici, hanno mostrato come sia ancora necessario lavorare molto in termini di sostenibilità e rispetto per l’ambiente. Lo dimostrano le cattedrali nel deserto che sono state lasciate, come la Vela di Calatrava costruita per i Mondiali di nuoto di Roma 2009 o la pista di bob di Cesana per le Olimpiadi di Torino 2006; l’autostrada che si perde nella foresta amazzonica per i Mondiali di Brasile 2014 o le strutture sportive costruite nell’East End di Londra per le Olimpiadi del 2012 (che hanno causato lo sfratto di alcuni residenti). 

Anche il calcio, come gli altri sport, percepisce in maniera sempre più pressante la questione ambientale. In Germania gli stadi che vengono costruiti sono ad impatto zero, e anche in Qatar l’intenzione è fare lo stesso. Se non di più. La natura compatta del torneo e la vicinanza tra le sedi (le più distanti sono lontane appena 75 chilometri) renderanno più semplici gli spostamenti, che avverranno non in aereo ma utilizzando mezzi di trasporto come la metropolitana. 

«La vicinanza delle nostre sedi vedrà molte persone utilizzare la nostra infrastruttura di trasporto pubblico durante la Coppa del Mondo, in particolare l’imponente sistema della metropolitana di Doha. Anche i nostri tram leggeri e la nostra flotta di autobus a basso consumo di carburante giocheranno un contributo importante nella mitigazione delle emissioni di carbonio, con una serie di autobus elettrici schierati per l’evento», ha dichiarato Al Muftah. 

Da non dimenticare la presenza dello stadio Ras Aboud, un impianto da 40.000 posti che rappresenta uno dei fiori all’occhiello del progetto qatariota, visto che sarà completamente smontabile e riutilizzabile. Altro pilastro della strategia eco-friendly della famiglia qatariota degli Al Thani è l’energia solare: il Qatar ha infatti pronto un impianto di 800 megawatt (MW) su un terreno di 10 chilometri quadrati, grande quasi due volte Gibilterra, per produrre energia non solo per la rassegna calcistica ma anche per i decenni a seguire. 

Eppure non basta
Secondo le prime stime, la Coppa del Mondo in Qatar avrebbe comunque un’impronta di 3,6 milioni di tonnellate di biossido di carbonio, superiore a quella prodotta dall’ultima edizione in Russia nel 2018, ferma a 2 milioni di tonnellate, e alla rassegna itinerante di Euro 2020, rimasta a 450 mila tonnellate. Nell’ultimo caso, va specificato, erano già entrate in gioco delle compensazioni alquanto discutibili, come la promessa di piantare alberi a fronte della quantità inusitata di emissioni di Co2 prodotte dagli spostamenti aerei necessari per la competizione itinerante (poi in parte limitati dalla pandemia). 

A un certo punto, il comitato organizzatore e la Fifa hanno improvvisamente annunciato che la rassegna qatariota sarebbe stata a zero emissioni, grazie alla presenza di sedi riutilizzabili, come il 974 Stadium (nato da container riciclati), la vicinanza degli stadi e la sostenibilità energetica. 

Non la pensa così però Carbon market watch, Ong di Bruxelles che riunisce diverse sigle internazionali per fornire una prospettiva indipendente sui singoli progetti di riduzione dei gas serra e valutare criticamente il processo decisionale politico che ne sta alla base. Secondo il loro report, il calcolo utilizzato per valutare l’impronta di carbonio della manifestazione è sbagliato. 

«L’obiettivo del nostro studio era quello di dimostrare un punto semplice: la prossima Coppa del Mondo non sarà carbon neutral», dichiara Gilles Dufrasne, autore del rapporto, a Linkiesta. La ragione sarebbe chiara: il rapporto ufficiale sottostima le emissioni, ritenendo i crediti di carbonio acquistati sufficienti. «Purtroppo, non bastano: è probabile che l’impatto della Coppa del Mondo sul clima sia significativo, visto che parteciperanno oltre un milione di spettatori, che arriveranno tramite viaggi aerei, e sono stati costruiti stadi all’avanguardia. Questo genera quantità significative di emissioni di gas serra», sottolinea Dufrasne. 

Per questo non è sufficiente dichiarare di voler creare in Qatar il più largo giacimento di torba al mondo e piantare nuovi alberi: come sottolinea il rapporto, la zona scelta è una delle più aride del Paese e la richiesta di acqua che ne deriverebbe rischia di compromettere le attività umane nella zona. Inoltre, il rapporto contesta proprio il metodo con il quale si è scelto di bilanciare il carbonio: per far sì che l’impronta sia nulla è necessario studiare sistemi che restino per 200 o 300 anni, non per soli 12 mesi o per un breve periodo di tempo, come sembrano essere le soluzioni prospettate da Doha. 

Di certo non lo sono i soli due progetti che il Qatar ha sviluppato in partnership con l’Organizzazione del Golfo per la Ricerca e lo Sviluppo che, secondo gli organizzatori, dovrebbero provvedere a compensare 1,8 milioni di metri cubi di Co2 emessi e aiutare lo sviluppo della regione. Peccato che entrambi siano in Turchia, Paese distante quasi 3 mila chilometri dall’emirato, e che provvedano a compensare soltanto il 7,42 per cento di quanto promesso, cioè 133667 metri cubi di Co2. 

Infine, il modo stesso in cui si racconta la neutralità carbonica resta sostanzialmente sbagliato: il rapporto infatti sottolinea come dichiarare che i viaggi in aereo, che sono i principali responsabili delle emissioni di carbonio, possono essere fatti in modo neutrale per il clima è sbagliato: così si fa credere ai tifosi di calcio di poter volare intorno al globo senza conseguenze per il pianeta. Tutta propaganda e greenwashing insomma: la storia sembra essere decisamente diversa.