Campagna d’ItaliaIl panorama desolante dei partiti e l’obbligo per i riformisti di continuare l’agenda Draghi

Se a destra prevale l’estremismo, con Forza Italia finita al traino dei sovranisti, per il Pd sarà difficile dininnescare la tentazione di unirsi ai populisti di sinistra (tolti i Cinquestelle ormai scomparsi). L’unica novità potrebbe arrivare dal centro, ma fatica a formare il necessario rassemblement

di Sharon McCutcheon, da Unsplash

Sulle colonne di questo giornale Mario Lavia ha fatto un bruciante commento sulla campagna elettorale appena cominciata: fa schifo. In effetti non ha tutti torti. Lascia stupefatti che Salvini ancora si presenti circondato di simboli sacri, di barconi da affondare nel mare, di accise da abolire e da corporazioni da difendere, che Berlusconi in preda a pulsioni mitomani riproponga il programma di vent’anni fa che non ha mai realizzato, sostituendo i posti di lavoro con gli alberi e omettendo le dentiere gratis, che la Meloni continui a non sapere cosa dire su qualsiasi tema che le venga sottoposto, che Conte tenti di illudere i gonzi presentandosi come una specie di Bertinotti del XXI secolo animato dalla fiamma della giustizia sociale, che ovviamente non sa nemmeno che cosa sia; ma anche che Letta come una specie di “Italo Amleto” dica nello stesso giorno tutto e il contrario di tutto, mentre il suo partito sbanda su questioni cruciali dalla Sicilia e Piombino e che Calenda pensi che basti lui per fare il “fronte repubblicano” chiamando a se “i pargoli” come se fosse Gesù e presentando ogni giorno un programma a cui gli altri si devono limitare ad aderire.

Se questa è l’offerta che le forze politiche mettono in campo non ci dovremo meravigliare se alle elezioni gli astenuti continueranno a crescere. Questa è infatti più che una offerta politica è la fotografia di un Paese nel quale la politica è evaporata e non costituisce più lo strumento attraverso il quale risolvere i problemi collettivi che l’evoluzione dei fenomeni sociali ed economici propone incessantemente, ma si è ridotta a un triste giochino autoreferenziale che interessa una minoranza di cittadini.

Una nuova destra
Però, come sempre accade, la realtà non sta ferma .Quindi anche ciò che può apparire all’esterno una morta gora nella quale non succede nulla di nuovo, in realtà è uno specchio d’acqua attraversato da movimenti significativi che potranno avere l’effetto di modificare lo scenario politico nel quale gli elettori saranno chiamati ad esprimere le loro preferenze.

Innanzitutto i due poli di centrodestra e centrosinistra non esistono più: sembra che ancora gli italiani dovranno scegliere tra queste due formazioni politiche, ma non è così. Rispetto al 2018 il primo è diventato destra sovranista e populista, egemonizzato da un formazione politica che non ha ancora fatto i conti con il fascismo, che in Europa sta in un raggruppamento parlamentare di estrema destra illiberale e antieuropeista. E inoltre una destra filoputiniana come in nessun altro Paese europeo, visibilmente manovrabile dal dittatore russo, quando non direttamente a libro paga. In questa nuova destra Forza Italia è praticamente scomparsa, ridotta a un ruolo ancillare: non ha più la leadership perché non i voti e perché Berlusconi non conta più niente, ma come Cernenko viene tenuto in vita dai notabili del suo partito per le sue televisioni e perché può negoziare con la Meloni e Salvini un po’ di posti in parlamento, a condizione che non disturbi il manovratore sul piano ideologico e della collocazione internazionale.

Il fatto che nella crisi del governo Draghi, per la prima volta dopo il conflitto con Fini, Forza Italia abbia perso personalità illustri che guidavano il partito da decenni, mette in luce non tanto che il partito sia una nave che sta affondando dalla quale i topi fuggono all’impazzata, quanto piuttosto che quella nave ha perso la bussola e al suo interno per le sparute minoranze liberali rimaste non ci sia più agibilità politica.

Questa trasformazione del centrodestra in destra sovranista e populista a guida di Giorgia Meloni si presenterà con un programma che è il contrario della cosiddetta “agenda Draghi”: tutto assistenzialismo corporativista, lotta all’emigrazione, sostegno al fronte anti-atlantista nella guerra russo-ucraina, anti-ambientalismo, negazione dei diritti civili, spesa pubblica fuori controllo e soprattutto anti-europeismo dichiarato.
Certo, raccoglierà i voti dei taxisti e dei concessionari balneari, della piccola borghesia contraria agli immigrati e agli omosessuali, di ciò che resta dei no vax e di tutti i nemici dell’Europa, ma sarà difficile che prenda i voti di quella vasta fascia di ceti medi conservatori (ma moderni) che preferiscono la Francia alla Polonia, l’America alla Russia, l’Occidente all’Oriente. Per farlo prima aveva la risorsa di Berlusconi e di Forza Italia, ora questa risorsa è scomparsa e non sarà certo la faccia di Tajani o della Bernini a riempire un vuoto strategico di così vaste proporzioni.

La débacle del M5S
L’altra trasformazione straordinaria riguarda il M5S, che nel 2018 ottenne il 32% di voti e rappresentò il primo partito del Parlamento: quello che dava le carte della politica italiana. A distanza di quattro anni questo partito non esiste più perché, nel corso della legislatura, ha perso metà dei sui eletti in una diaspora incessante verso altri partiti o verso il gruppo misto, ma soprattutto perché quel che resta e che porta ancora il nome di 5S si è scisso in due partiti, uno guidato da Conte (che è depositario del marchio) e un altro che segue invece Di Maio.

Entrambi sono alla ricerca del proprio destino, guidati da due capi che rappresentano due macchiette, ridicole se non fossero tragiche, che guardano a sinistra ma con prospettive diverse e confliggenti. Conte, per stare in piedi e resistere alla controffensiva di Di Battista e della Raggi, ha denunciato l’ “agenda Draghi” perché insensibile alle istanze sociali del proprio progetto politico, che vuole sfidare “da sinistra” il Pd in nome del progressismo. Ora, che l’avvocato di Volturara Appula in pochi mesi da esponente di spicco del populismo europeo sia diventato il vessillifero della sinistra radicale “antidraghiana” in nome degli oppressi appare così poco credibile che nessuno dei suoi adepti ha ripreso la questione. In realtà Conte è alla ricerca di una sponda, dopo aver combinato la più grande frittata politica della storia italiana: voleva fare paura a Draghi e dimostrare di essere ancora un capo politico influente e in grado di condizionare le scelte dell’esecutivo, senza fare cadere il governo, ma il centrodestra ha colto la palla al balzo e lo ha infilzato come un tordo.

E ora Conte non sa cosa fare, perché a destra non può andare, a sinistra l’alleanza con il Pd è fortemente compromessa, e se va da solo alle elezioni sparisce: può solo sperare che fare che le componenti melenchoniane del Pd siano ancora nelle condizioni di lanciargli qualche scialuppa di salvataggio e di imbarcarlo in una “alleanza progressista”, ma in realtà populista, dal sapore più sudamericano che europeo.

Questo M5S non è più dunque una offerta politica in grado di intercettare le rabbie del Paese come era accaduto già alle elezioni del 2013 e poi soprattutto nel 2018: è una forza minoritaria dominata dal populismo estremista ma privo degli strumenti in grado di incidere nella vita politica nazionale: un rimasuglio vociante come al tempo dei vaffaday e delle scie chimiche, ma un dejà-vu, vecchio e prevedibile, capeggiato da rimasugli impresentabili di grippi dirigenti ormai squalificati, che disgustano persino il comico fondatore.

Le sirene dell’alleanza progressista
E a sinistra che succede? Come al solito il Pd é in mezzo allo stesso guado dal 2018: progressismo o riformismo? Sembrano due sinonimi ma non lo sono. Infatti voler costruire intorno al Pd un’alleanza progressista come invocano le correnti di sinistra, e come pare intenda fare Letta, significa costruire un’alleanza di sinistra che vada da Fratoianni al Psi e che ha dovuto rinunciare alla presenza del partito di Conte solo perché ha favorito in maniera maldestra la caduta del governo Draghi, e non certo per una divergenza di linea politica.

Infatti questa alleanza non c’entra nulla con “l’agenda Draghi” perché la sua cultura politica è permanentemente attratta dall’assistenzialismo come risposta alle diseguaglianze sociale, dall’ambientalismo radicale, dal giustizialismo, dalla convinzione che la difesa della giustizia sociale presupponga un “nuovo modello di sviluppo”, che la redistribuzione riguarda i redditi e non le opportunità, che essere di sinistra comporta che un po’ “i ricchi piangano”. Se si sceglie un’alleanza con Bonelli, Bersani e Fratoianni addio rigassificatori, addio industria 4,0, addio riforma del Rdc, addio rigore sul debito pubblico, addio riforma fiscale, addio valutazione dei magistrati, cioè addio all’impianto riformista di quell’agenda. Al loro posto vedremo risputare le patrimoniali, la difesa dei taxisti e di tutte le corporazioni che strangolano il paese, il “no” a tutto, un pacifismo che ci porta fuori dall’atlantismo europeista, le litanie antiliberiste e un mucchio di decreti Zan destinati a perdersi nei meandri parlamentari.

Infatti il Pd chiude a Conte ma apre a Leu, che come il M5s non ha votato la fiducia al governo Draghi, e apre al partito di Di Maio, che è populista tanto quanto Conte, ma solo più opportunista.

Fare il “partito di Draghi” senza l’agenda Draghi è un controsenso che si supera solo se il Pd sceglie di guardare al centro riformista e non alla sinistra massimalista o peggio se in nome dell’”antifascismo” evita di proporre un’ ammucchiata senza programmi e senza futuro che va da D’Alema e Brunetta. Per rifare il centrosinistra ci vogliono Calenda, Renzi e la Bonino e non Fassina, Vendola e la De Petris, ci vuole il civismo democratico e non l’Anpi. Se no c’e L’Unione che ovviamente è l’opposto di Draghi. Con l’Unione camuffata il centrosinistra perde, perché è la solita faccia della vetusta medaglia che ha sull’altra il centrodestra e gli elettori credo non si faranno più infinocchiare.

Se invece il Pd avesse il coraggio di fare un “mossa del cavallo” utile a disintegrare una offerta politica stantia le elezioni potrebbero dare risultati sorprendenti. Ma non accadrà e quindi ai riformisti spetta di costruire una nuova offerta politica non equidistante tra destra e sinistra, ma estranea al fasullo bipolarismo che mobilita solo minoranze.

Certo Renzi, Calenda, Della Vedova, Bentivogli una responsabilità c’e l’hanno e grossa come una casa: devono spiegare ai propri elettori perché non stanno insieme, perché fanno fatica a costruire un rassemblement riformista, pur avendo le stesse idee, che avrebbe buone chance elettorali. Se non lo faranno consegnando il Paese alle destre per personalismi e per opportunismi perderanno ogni funzione di leadership: andranno a casa anche se ciascuno di questi partitini manderà in parlamento una propria rappresentanza, semplicemente perché hanno fallito.

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