Maschere nudeIl nonsense di un dibattito sull’identità di una sinistra in cui si cambiano i partiti invece dei dirigenti

Ora che persino Prodi apre al proporzionale, l’ipotesi di un sistema elettorale in cui ciascun partito si presenta con la propria identità e il proprio programma solleva nel Pd un angoscioso interrogativo: quali sono i nostri?

Unsplash

Adesso che persino Romano Prodi apre al proporzionale, con la stessa formula passivo-aggressiva – «tutto meglio del Rosatellum» – già usata da Enrico Letta e dai molti altri che finora hanno fatto di tutto per tenersi il Rosatellum, qualcosa sembra muoversi davvero, almeno a sinistra. L’ipotesi di un sistema elettorale che consenta a ciascun partito di presentarsi agli elettori con la propria identità e il proprio programma, tuttavia, ha sollevato nel Partito democratico un angoscioso interrogativo. Vale a dire: quali sarebbero la nostra identità e il nostro programma?

Obiettivamente, questioni elettorali a parte, non è un problema che riguardi solo la sinistra italiana. L’ultimo numero del Magazine del New York Times, per esempio, apre con un lungo articolo sull’estinzione dei «democratici moderati», stretti in una morsa tra un’ala radicale molto combattiva e molto forte tra i militanti, i dirigenti e alcune influenti (e affluenti) fasce di elettorato da un lato, dall’altro un presidente, Joe Biden, di lunga storia moderata e centrista, che sembra tuttavia avere sposato le posizioni dei neosocialisti. Anche sul piano dell’atteggiamento parlamentare – almeno a giudizio dei pochi moderati rimasti – ostile a qualsiasi accordo bipartisan, al punto da preferire sicure sconfitte su questioni simboliche, ma capaci di elettrizzare il proprio campo, a possibili vittorie sul piano legislativo, ottenute però al prezzo di mediazioni e compromessi.

Non ne parlo, sia chiaro, per sollecitare facili analogie con l’Italia (ognuno è comunque libero di valutare da solo quanto il parallelo regga, ed eventualmente fin dove), ma per il motivo opposto. Per segnalare cioè una curiosa differenza. L’articolo del New York Times Magazine si apre infatti con il racconto di un incontro, all’inizio di quest’anno, tra il deputato democratico Josh Gottheimer e la sua capogruppo Nancy Pelosi, per discutere il «messaggio» del partito. Incontro in cui lui le avrebbe mostrato il video di un comizio di Bill Clinton del 1996, come esempio e modello di un partito vincente. Scelta non sorprendente, considerato che Gottheimer ha lavorato come speechwriter alla Casa Bianca durante il secondo mandato di Clinton, e considerato soprattutto come ancora oggi, tanto nella sinistra americana quanto nella sinistra europea, il dibattito ruoti ancora intorno a meriti e demeriti del clintonismo e della cosiddetta terza via, e ai successi ottenuti dai leader che l’hanno incarnata, da Tony Blair in Gran Bretagna a Gerhard Schröder in Germania, e ai non pochi problemi che quei leader e quella stagione hanno lasciato irrisolti o aggravati (in America, per dirne una, una deregolamentazione finanziaria ormai generalmente riconosciuta tra le cause della crisi del 2008).

Dov’è dunque la differenza con la situazione della sinistra italiana di cui volevo parlare? Scommetto che il lettore più avvertito ci è arrivato da solo, ma meglio essere sicuri: la differenza fondamentale è che in Italia quelli che oggi guidano la tardiva crociata contro un clintonismo ormai in via di estinzione persino in patria, quando Clinton e Blair erano al potere e facevano quei discorsi, erano su quegli stessi palchi, a dire le stesse cose (o sotto, ad applaudire). La differenza è che Hillary Clinton, nel dibattito interno ai democratici, è lì dove è sempre stata, e così, sul fronte opposto, Bernie Sanders (e lo stesso vale, cambiando quel che c’è da cambiare, per gli altri partiti della sinistra europea). Solo in Italia coloro che nel 1996 lanciavano le parole d’ordine rimpiante oggi da Gottheimer sono gli stessi che oggi, fuori tempo massimo, vorrebbero anche farci la lezione sui guasti prodotti da quella stagione. È un modello intramontabile: sempre dalla parte in cui tira il vento, ma sempre nella posa del fiero anticonformista, se non proprio del rivoluzionario. Non faccio nomi perché a meritare una citazione sarebbero almeno in venti, e farei un ingiusto regalo ai dimenticati, ma soprattutto perché, com’è evidente proprio dai numeri, non è questione di persone, è questione di sistema.

Per quanto infatti le ragioni di questa anomalia possano essere numerose e varie, e anche antiche, non sottovaluterei il peso della pseudo-rivoluzione maggioritaria, con l’altalena delle coalizioni piglia-tutto in cui nascono, si unificano, si scindono e si rifondono sempre nuovi-vecchi partiti, ora in nome del liberismo ora in nome del socialismo, ma guidati sempre dalle stesse persone. Un sistema in cui da trent’anni consideriamo normale che siano i gruppi dirigenti a cambiare i partiti, anziché il contrario.

L’assurdità e l’autocontradditorietà di tutto il dibattito pseudo-ideologico su identità e programmi della sinistra riformista e radicale – del Campo largo lettiano, del Nuovo Ulivo bersanian-speranziano, del Cocomero fratoian-bonelliano – è in fondo solo l’ultima e inevitabile conseguenza di questa giostra trentennale. Un motivo in più per sperare che al proporzionale si torni davvero (vale a dire: senza coalizioni, dunque senza premi di maggioranza, e magari con una bella soglia di sbarramento).

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter