Il senso della tragediaIl dubbio di Amleto dilania anche noi ed è la malattia della nostra realtà

Nel cielo e nella terra di Shakespeare ci sono più cose di quante possa sognarsi qualsiasi filosofia. E c’è persino l’idea che sia Ofelia, anche se fa una brutta fine, a offrirci uno spiraglio di speranza

averie woodard, Unsplash

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La realtà preme da tutte le parti con una forza implacabile, una violenza che prosciuga le nostre energie e dissipa la nostra capacità di credere e di gioire. Il mondo assorda con il suo rumore e i nostri occhi bruciano, sono saturi, con un’incoerenza sempre più grande tra informazione e disinformazione e con la costante presenza della guerra. L’azione lascia il posto alla distrazione. Fissiamo i nostri schermi sentendoci persi, sentendoci soli, trovando difficile credere in qualcosa, impegnarci in qualcosa, vivere in un modo che ci faccia sentire veramente vivi. Questo è un tempo di piombo, un tempo pesante, un tempo di scarsità. Di conseguenza, ci sentiamo infelici, ansiosi, miserabili, annoiati.

Scommetto che ci sentiamo tutti un po’ come Amleto.

Dall’inizio del 2022 la mia realtà è stata assolutamente shakespeariana. Ho passato il tempo a comprendere e ad analizzare l’Amleto. Lo faccio in modo molto semplice e all’antica. Leggiamo l’intera opera ad alta voce in classe, riga per riga, e cerchiamo di capire che cosa possano significare le parole – o meglio, quante cose possano significare quelle parole. C’è qualcosa nella pura energia del linguaggio di Shakespeare – la sua intensità musicale, le sue raffiche di suoni, le sue accelerazioni nelle associazioni, le sue immagini concatenate e le sue parole che ruzzolano – che supera qualsiasi tentativo di inserire quelle parole in qualche griglia interpretativa. Nel cielo e nella terra di Shakespeare c’è più di quanto si possa sognare in qualsiasi filosofia. Il suo linguaggio si spinge continuamente oltre i limiti del senso, lasciandoci una sensazione di brivido ma allo stesso tempo di disagio, di stranezza e persino di minaccia.

Ma in questa che è la più famosa delle opere teatrali che cos’è la realtà? È l’irrealtà, un dubbio pervasivo che ha catturato l’anima di Amleto. Questa sensazione di irrealtà è il presagio della nostra e la illumina

Amleto è una creatura del dubbio in cui tutti i motivi di fiducia nel mondo e in se stesso sono evaporati nella paura, nella paranoia, nel sospetto e nella consapevolezza di un crimine omicida. Il mondo di Amleto è un mondo di spie, in cui tutti sono osservati in un regime politico di sorveglianza totale. È forse per questo che lui non può mai dire la verità che ha appreso dal fantasma di suo padre. Il tempo e il luogo non hanno un collegamento fra loro. La Danimarca è una prigione. Il mondo è una prigione. E Amleto batte le sbarre della sua cella con le parole. Infatti, la cella di Amleto è il linguaggio. Ed è con i suoi infiniti giochi di parole, con le sue allusioni sessuali, con le sue buffonate vicino alla tomba e con le solitarie cascate di ragionamenti, è con parole, parole, parole che cerca di controllare la realtà che lo consuma. Non ci riesce.

Come succede ad Amleto, il dubbio è la malattia nel corpo della nostra realtà. Il dubbio ci dilania, come se dei topi rosicchiassero da sotto le assi del pavimento della casa dell’essere. È come un eczema esistenziale che ci grattiamo sotto i vestiti. E non si tratta di un dubbio intellettuale. Non è il dubbio freddo, scettico e razionale del filosofo nel suo studio. È un dubbio viscerale, esistenziale, che ci fa sentire vuoti e abbandonati. Può trattarsi di un dubbio sugli altri e sulla benevolenza delle loro intenzioni, di un dubbio sugli aggiornamenti infiniti delle notizie che ci arrivano attraverso gli smartphone, di un dubbio sulle istituzioni su cui facciamo affidamento per la nostra sicurezza e il nostro benessere. E, soprattutto, può essere un dubbio su noi stessi scaturito dalla crudeltà dell’autonalisi, che ci porta, in ultima istanza, a chiederci se essere o non essere

Con il suo dubbio, Amleto uccide in sé ogni amore – per Ofelia, per sua madre, per il mondo e per se stesso. L’uomo non lo soddisfa, e nemmeno la donna. E noi, del tutto simili ad Amleto, scivoliamo verso il basso in una malinconia che si posa su di noi come una nube tossica onnipervasiva. Troviamo che il mondo sia un promontorio sterile, un giardino incolto e pieno di cose morte, rudimentali e in decomposizione. Shakespeare definisce l’intera atmosfera dell’Amleto con una straordinaria economia di mezzi nella scena iniziale con le guardie sui merli di Elsinore. Francesco dice: «I’m sick at heart». Non ci viene detto perché è triste. Francesco scompare per sempre poche righe dopo, ma l’atmosfera di malinconia pervade l’opera.

Il dubbio accende la nostra intelligenza sospettosa e spegne la nostra capacità di amare.

Si tratta di questo? Ci fa male il cuore? Siamo condannati a un’infelicità straordinariamente intelligente come quella di Amleto, un’infelicità che oscilla, come fa in lui, tra la malinconia e la pulsione a dire buffonate, tra il non riuscire ad agire e il recitare? Shakespeare non è interessato a fornire risposte e non abbiamo idea di che cosa pensasse riguardo a nessuna delle questioni importanti del suo tempo (o del nostro). La considero una benedizione.

Eppure c’è Ofelia. Laddove Amleto implode di un dolore che crolla in una malinconia senza fondo, Ofelia esplode nel lutto per suo padre, Polonio. Il suo dolore trova voce nelle sue canzoni d’amore e di perdita nel IV atto e in un linguaggio dei fiori singolarmente potente, attraverso il quale dona boccioli accuratamente codificati a Gertrude, a Laerte e a Claudio. Ovviamente, le cose non finiscono bene per lei. Viene descritta mentre scivola lungo la riva fangosa in un ruscello vitreo. Eppure, fino alla sua morte, continua a cantare ed è circondata da fiori. Ofelia è la vera vittima tragica dell’opera.

È la direzione della sua sofferenza, a mio avviso, a essere significativa e così diversa da quella di Amleto. Non è interiore, ma esteriore. E qui c’è un po’ di saggezza, l’inclusione di un po’ di bellezza nella sua follia. Lei non crolla nel dubbio, ma esplode in un movimento di amore sofferto. Mentre Amleto parla all’infinito di suicidio e sogna la vendetta, è paralizzato a livello di azione. Ofelia agisce per amore, si uccide portando avanti così il suo desiderio. Alla domanda di Amleto:

«Essere o non essere», Ofelia risponde: «Signore, sappiamo che cosa siamo, ma non che cosa potremmo essere». È questo «potremmo essere» a essere suggestivo, un condizionale che suggerisce una possibilità e tiene aperta una piccola porta.

Tutto è sempre sventura, vista in un certo crepuscolo rassicurante. L’infelicità non ti abbandona mai. La malinconia è una compagna di vita affidabile per la regolarità con cui si presenta nelle nostre vite. Non c’è niente di più rassicurante che arrendersi alla propria pesantezza, al peso del nostro essere che ci trascina verso il basso e a cui sembra non essere possibile sottrarsi. Come testimoniano gli interminabili soliloqui di Amleto, c’è perfino una consolazione perversa nel sentirsi tragicamente avvinti a se stessi. Nella nostra cultura questo passa spesso come un segno di intelligenza – personalmente la vedo come una qualità molto sopravvalutata.

Al contrario, Ofelia contiene la promessa di qualcos’altro. Se la nostra realtà è soffusa di dubbio, e il dubbio uccide l’amore, allora c’è ancora la possibilità di un contromovimento che contrasti la malinconia: l’azione dell’amore che estende le sue braccia verso l’esterno e non si ritrae di fronte alla realtà.

È forse giunto il momento di aprire le braccia.

© 2022 THE NEW YORK TIMES COMPANY AND SIMON CRITCHLEY

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