I like non pagano piùNiente diversificazione e poche idee. Così Meta ha cominciato a perdere miliardi

A determinare il calo del fatturato è stata la diminuzione delle inserzioni pubblicitarie, che per il colosso di Zuckerberg costituiscono ancora il 98% degli introiti. Le altre Big Tech, che da tempo assumono una strategia finanziaria meno sbilanciata, hanno contenuto le perdite

Jason Dent, Unsplash

La fine di un’epoca? Forse no, ma di sicuro è la fine di una striscia positiva durata oltre un decennio.

Per la prima volta nella sua storia, Meta – l’azienda di Mark Zuckerberg che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp – ha registrato una diminuzione del fatturato anno su anno: -1% nel secondo trimestre del 2022 (28,8 miliardi di dollari), con un gli utili ridotti del 36% (6,7 miliardi).

Si tratta di un colpo durissimo per il colosso tech con sede a Menlo Park. Le previsioni non erano rosee, ma i risultati finanziari sono stati comunque sotto le aspettative e il futuro (almeno nell’immediato) appare incerto, con la crescita nel terzo trimestre che potrebbe subire un’ulteriore flessione. Nota a margine: la divisione Reality Labs, responsabile del metaverso solennemente profetizzato da Zuckerberg, ha perso circa 2,8 miliardi nel trimestre.

Sebbene il (primo e storico) calo della crescita dei ricavi fosse stato preannunciato a Wall Street, i numeri ufficiali confermano la situazione particolarmente difficile non solo della compagnia californiana, ma anche di molte altre. La crisi del mercato legato alle pubblicità online sta infatti pesando sulle società che da queste ultime ricavano la maggior parte dei loro guadagni.

Anche in casa Google non si stappa champagne: fatturato (meno di 70 miliardi di dollari) e utili (16 miliardi) hanno deluso le aspettative, con i ricavi pubblicitari aumentati solo del 12% (quelli di YouTube addirittura del 5%). Numeri a cui la Silicon Valley, negli ultimi anni, non era stata abituata. Cosa succede? il rallentamento generale è legato a doppio filo con il ritiro massiccio degli investimenti pubblicitari sul web da parte degli inserzionisti. Una tendenza che Alphabet, la holding che controlla Google, attribuisce al generale clima di incertezza, riconducibile a «molteplici fattori che è difficile disaggregare».

Nel caso di Meta, la preoccupazione è dovuta al fatto che il 98% del suo fatturato è rappresentato da inserzioni pubblicitarie (concesse sulla base degli interessi degli utenti: la vendita dei loro dati personali è la principale fonte di guadagno dell’azienda). A porre le basi di una situazione complicata ci aveva già pensato Apple l’anno scorso, avanzando la richiesta di un blocco del tracciamento delle applicazioni Facebook e Instagram sui suoi iPhone, cosa che aveva reso gli annunci sui social meno efficaci e che era costato 10 miliardi di dollari in entrate (in un post su Facebook Zuckerberg aveva criticato aspramente l’ultima funzione anti-tracciamento rilasciata per iOS).

Secondo Zuckerberg, il contesto di debolezza della domanda pubblicitaria sarebbe «guidato dalla più ampia incertezza macroeconomica» del mercato. Il punto, tuttavia, è che la compagnia sta pagando a caro prezzo una scelta ben precisa portata avanti negli ultimi anni: la mancanza di una diversificazione nella sua strategia finanziaria. Nessun’altra delle Big Tech della Silicon Valley (e dintorni) è così sbilanciata in termini di fatturato: Google (che occupa il secondo posto alle spalle di Meta per quanto riguarda la quota di guadagni derivati dall’advertising) offre diversi servizi web e ha fatto del cloud uno dei suoi business più redditizi. Lo stesso vale per Amazon, che da ormai diverso tempo non si occupa più esclusivamente di e-commerce; al contrario: dal 2018 la divisione Aws (Amazon Web Service) che si occupa dei servizi di cloud computing rappresenta oltre la metà dei guadagni totali della creatura di Jeff Bezos.

Nel tempo anche Apple ha dimostrato di puntare economicamente non solo all’ecosistema iPhone e Microsoft, più di chiunque altro, ha diversificato la spartizione dei suoi introiti (tra vendita dei sistemi operativi Windows, cloud, pacchetti office, gaming, dispositivi propri…).

Viceversa, Meta sembra ancora distante da un’indipendenza rispetto al settore pubblicitario. E nonostante Zuckerberg abbia sottolineato come nessuno possa essere in grado di prevedere la durata del ciclo di recessione economica, ha ammesso come la situazione sia complessivamente «peggiore di quella di un anno fa».

Nel frattempo, nel tentativo di competere con il crescente TikTok, la compagnia ha dato il via libera a un piano di riprogettazione delle infrastrutture Facebook e Instagram, con lo scopo di porre l’accento sui reel – i video brevi – e su sistemi che consiglino i post agli utenti con maggiore efficacia. Tuttavia, sviluppare l’intelligenza artificiale necessaria a questo scopo rappresenterà un investimento cospicuo.

Già lo scorso giugno, a ogni modo, il clima a Menlo Park non era dei migliori. Durante la consueta sessione settimanale di domande e risposte ai dipendenti, Zuckerberg aveva comunicato ai lavoratori che sarebbe stato previsto un blocco delle assunzioni, preannunciando una gestione «più aggressiva delle prestazioni per eliminare il personale incapace di raggiungere gli obiettivi», come riportato da The Verge. «Realisticamente, in azienda ci sono probabilmente un mucchio di persone che non dovrebbero essere qui. Il nostro piano prevede di ridurre costantemente la crescita dell’organico nel corso del prossimo anno. Questo è un periodo che richiede una maggiore intensità e mi aspetto che riusciremo a fare di più con meno risorse», aveva concluso il patron di Facebook.

Insomma: stop alle assunzioni (forse anche tagli al personale), più reel e avanti tutta continuando a puntare parecchie fiches nel piatto del metaverso. Questo ad oggi sembra essere il piano di Meta. Ma funzionerà? Difficile dirlo, ma lo scetticismo sembra prevalere tra gli analisti e i commentatori.

La decisione di virare sui reel come contenuto prioritario è apparsa forzata a molti utenti; su Instagram si è persino sollevata una protesta social che ha coinvolto personalità come Kylie Jenner e Kim Kardashian, al grido di “basta copiare TikTok”. Inoltre, un recente studio di Dept Agency ha rilevato che solo il 16% delle persone capisce cosa sia esattamente il metaverso e, stando all’azienda di consulenza Forrester, nel Regno Unito il 52% delle persone che riesce a comprenderlo non vorrebbe comunque entrare a far parte di un ecosistema digitale gestito da Meta.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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