Carbone e uranioCosì la guerra del gas di Putin sta cambiando gli equilibri politici tedeschi

Di fronte alla necessità di trovare nuove fonti, Verdi e Spd devono essere pronti a prendere iniziative in contraddizione con i loro programmi, come quella di prolungare lo spegnimento delle centrali nucleari. È sull’energia che ora si costruisce consenso e Scholz, posando di fronte alla turbina (riparata) del gasdotto Nord Stream, lo ha capito

Frédéric Paulussen (Unsplash)

Mercoledì, il cancelliere tedesco Olaf Scholz si è fatto scattare una foto davanti a una delle turbine del gasdotto Nord Stream, attualmente conservata presso la sede Siemens Energy di Mülheim an der Ruhr. Dall’inizio del conflitto in Ucraina, il gasdotto è al centro di polemiche: la dipendenza tedesca (ed europea) dal gas russo è una delle principali armi di ricatto in mano al Cremlino per scoraggiare la risposta tedesca e dell’UE all’invasione.

Prima del conflitto, il 45% del gas importato dalla Germania proveniva dalla Russia. Si tratta di una fonte di energia fondamentale per il fabbisogno del Paese, tanto per la sua produzione industriale quanto nel contesto della Energiewende, la svolta energetica che prevede di abbandonare gradualmente nucleare e fonti fossili per investire su quelle rinnovabili, con il gas come misura intermedia cruciale in questo processo. A seguito dell’invasione russa, la Germania ha aderito alle sanzioni europee, bloccando inoltre l’attivazione del Nord Stream 2, il raddoppio del gasdotto già esistente da anni molto dibattuto a livello europeo e globale. L’opera era ormai completata, ma il governo di Scholz ne ha impedito l’entrata in funzione. Berlino ha inoltre diversificato le sue forniture di gas: la quota di quello proveniente dalla Russia è stata ridotta al 35%, ma è improbabile che si riesca a farne del tutto a meno prima del 2024.

Con il prolungarsi e l’intensificarsi delle sanzioni, nelle scorse settimane Mosca ha diminuito unilateralmente l’afflusso di gas verso l’Europa: attualmente i volumi di fornitura sono circa il 40% dei livelli precedenti il conflitto. Per motivare la riduzione, il Cremlino ha parlato di problemi tecnici alle turbine del gasdotto. Una di queste è stata portata in Canada per delle riparazioni, dove però a quel punto è stata trattenuta a causa delle sanzioni. Robert Habeck, Ministro tedesco per l’Economia e la Protezione del Clima, ha chiesto al Canada di inviare la turbina in Germania, per poterla poi spedire a sua volta in Russia. Ma a quel punto, Mosca ha accampato problemi burocratici per l’invio.

Scholz, quindi, mercoledì scorso ha posato davanti alla turbina, dichiarando alla stampa che «la turbina funziona» e che «tutto è abbastanza chiaro e semplice: la turbina c’è, e può essere consegnata, ma qualcuno deve dire chiaramente di volerla». Un chiaro riferimento a Mosca. La mossa di Scholz si inserisce nello scetticismo diffuso a livello europeo sulla versione russa in merito all’interruzione del servizio, ma risponde anche a esigenze molto sentite dalla Germania. Proprio a causa della sua dipendenza energetica dalla Russia, infatti, il governo ha dovuto prendere decisioni d’emergenza, che in diversi casi contraddicono anche la direzione che il governo aveva annunciato di prendere nella fase del suo insediamento.

Questo ha riguardato, in particolare, le due principali forze di governo: i socialdemocratici, che esprimono il Cancelliere, e i Verdi, che hanno due ministeri chiave in questa fase, quello dell’Economia, in mano a Robert Habeck, e quello degli esteri, guidato da Annalena Baerbock. Se i ritardi nell’invio di armi all’Ucraina hanno causato diverse critiche verso Scholz e la SPD, sul fronte energetico, come è facile immaginare, sono i Grüne ad essere sotto osservazione: per le forniture di gas, ad esempio, la Germania ha discusso con il Qatar (verso il quale i Verdi nutrono da tempo scetticismi).

A giugno, inoltre, Habeck ha lanciato un piano per rimettere in funzione alcune centrali a carbone per ovviare alle minori forniture di gas. La decisione, ovviamente, è figlia delle contingenze, ma è singolare che proprio un ministro verde si trovi a doverla prendere, soprattutto se consideriamo che il suo partito è stato centrale nell’anticipare l’uscita da questa fonte fossile, spostandola dal 2040 al 2030.

Ieri, inoltre, Scholz ha dichiarato che la Germania potrebbe pensare di prolungare l’attività delle centrali nucleari. Attualmente, infatti, il Paese è nella fase terminale di un lungo e graduale processo di rinuncia all’energia nucleare (una delle principali battaglie politiche dei Verdi). Secondo i piani, il 2022 dovrebbe essere l’ultimo anno di attività delle uniche tre centrali nucleari rimaste ancora in funzione, ma negli scorsi da più parti si è ipotizzato di prolungare la loro attività e posticipare lo spegnimento definitivo.

Per quanto utile, la misura, se validata, potrebbe comunque rispondere in buona parte anche al bisogno di dare un segnale tanto alla Russia quanto all’opinione pubblica tedesca, oltre la sua utilità effettiva. Ci sono, infatti, una serie di elementi da considerare.

Le tre centrali attive, ad esempio, producono il 6% dell’energia utilizzata in Germania (contro il 25% generato da diciassette reattori attivi prima del piano di ritiro dal nucleare): certo una quota non irrilevante, ma neanche decisiva. Inoltre, prolungare l’attività delle centrali vorrebbe dire produrre meno energia del previsto, secondo un rapporto governativo risalente a marzo: quando l’attività di un reattore inizia lentamente a terminare a causa della mancanza di uranio inutilizzato al termine della sua vita utile, la produzione può essere estesa artificialmente per alcuni mesi mediante misure di controllo dell’impianto, a costo però di una minore efficienza. Per questo, il rapporto sconsigliava una proroga dei periodi di attività.

Allo stesso modo, una vera e propria sospensione del piano di uscita dal nucleare sarebbe complessa non solo per i tempi tecnici e burocratici che questa richiederebbe, ma anche a causa del fatto che l’approvvigionamento di uranio potrebbe comunque portare Berlino a guardare a Mosca. La dichiarazione di Scholz, inoltre, potrebbe rispondere anche alla logica di mostrarsi pragmatico e reattivo in un momento in cui lui e il suo partito sono in caduta nei sondaggi di gradimento, e soffrono molto la crescita della CDU e l’alto apprezzamento per Habeck e Baerbock, da sempre contrari a una proroga sul nucleare e divenuti più possibilisti solo di recente.

L’opinione pubblica, infatti, sembra favorevole alla misura: a fine giugno, il 61% dei rispondenti di un sondaggio di Infratest Dimap riteneva giusto far proseguire oltre il 2022 l’attività delle centrali ancora operative. Secondo un sondaggio Forsa degli scorsi giorni, oggi la percentuale sarebbe salita al 75%. Un giudizio abbastanza distribuito tra i diversi elettorati, e che riguardava più di una persona su due anche tra quelle che hanno votato Verdi alle scorse elezioni.

La questione energetica, dunque, è centrale non solo per l’economia tedesca e per la libertà d’azione europea nei confronti di Mosca, ma è sempre più un tema di costruzione del consenso politico in Germania. Quanto questa fase durerà, dipenderà da una serie di fattori (primo fra tutti, la durata del conflitto), ma in questo scenario, Verdi ed Spd devono dimostrare di essere pronti a scelte potenzialmente in contraddizione con il programma di governo, e motivate dalla situazione creata dall’invasione dell’Ucraina.

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