L’orrore di OlenivkaIl campo di prigionia dove la Russia ha riservato trattamenti disumani ai civili ucraini

Le esperienze di medici, operatori sanitari e volontari catturati nei territori occupati nel Donbas mostra che l’esercito di Mosca ha violato in più occasioni le leggi internazionali sui prigionieri di guerra. Un lungo articolo dell’Atlantic ne ha descritto i dettagli

AP/Lapresse

I crimini di guerra e le atrocità causate dall’esercito russo alla popolazione ucraina rimarranno una macchia indelebile nella storia dell’Europa. Il massacro di Bucha, i morti a Kherson, Zaporizhzhia, Kharkiv e altre città, le deportazioni di cittadini ucraini nelle zone più remote della federazione russa, nulla di tutto questo potrà essere dimenticato.

Nei campi di prigionia che ha attrezzato nei territori occupati, l’armata di Mosca compie ogni genere di orrore. Qualche giorno fa l’Atlantic ha pubblicato un lungo articolo firmato da Anna Nemtsova sul trattamento riservato a medici e infermieri detenuti nel campo di Olenivka, a nord di Mariupol – controllato dalle forze del Cremlino fino a fine luglio – in una storia che mette in luce comportament disumani e criminali.

Nemtsova apre il suo articolo con la figura di Ivan Demkiv, chirurgo di un ospedale militare di Mariupol – città che è stata sotto assedio per diversi giorni, poi dilaniata dai missili russi. «Per settimane, Demkiv a malapena ha lasciato la sala operatoria», si legge nell’articolo. «Le sue giornate sono state un susseguirsi incessante di amputazioni di arti e altri interventi salvavita, con il suono del bombardamento russo in sottofondo. Demkiv è rimasto al lavoro anche quando i russi hanno bombardato l’ospedale in cui lavorava».

Demkiv è stato fatto prigioniero a metà aprile, insieme ad altri 77 medici e personale ospedaliero. Da allora è stato trattenuto nel complesso di Olenivka.

L’esperienza del chirurgo e dei suoi colleghi mostra, in primo luogo, la volontà della Russia di catturare cittadini ucraini non combattenti sia per usarli come merce di scambio sia per metterli al lavoro sotto costrizione. Ma non solo. Suggerisce anche che la Russia stia violando le leggi umanitarie che si applicano ai prigionieri di guerra in merito a cibo, igiene e accesso alla Croce Rossa, oltre a sottoporli a intimidazioni e curiosità pubblica.

«Il fatiscente complesso carcerario di stampo sovietico è scarsamente attrezzato per il suo nuovo scopo di campo di prigionia», si legge ancora sull’Atlantic. «Non ha acqua corrente e i detenuti si lamentano delle condizioni antigieniche».

Il nome della prigione è diventato famoso in tutto il mondo quando, la notte del 29 luglio, un’esplosione in un capannone del sito ha provocato la morte di 53 prigionieri, con altre 75 persone rimaste ferite. La Russia ha dato la colpa dell’esplosione a un attacco missilistico ucraino; l’Ucraina ha affermato che l’edificio è stato minato da agenti russi».

I morti erano in gran parte membri del battaglione Azov, i difensori dell’acciaieria Azovstal che si erano arresi in cambio dell’evacuazione dei civili. La Cnn aveva dimostrato, in un articolo corredato di foto e video, che la Russia sarebbe stata responsabile del bombardamento nel capannone. Secondo Mosca, invece, Kyjiv avrebbe causato l’esplosione lanciando missili Himars a lunga gittata per uccidere i prigionieri. Una motivazione apparentemente priva di logica che però, nella versione russa, sarebbe servita a impedire che i membri del reggimento confessassero i loro crimini di guerra.

L’analisi della Cnn evidenzia che la versione degli eventi fornita dal Cremlino è «con ottime probabilità un’invenzione, e ci sono praticamente zero possibilità che l’esplosione sia avvenuta a causa di un missile Himars». In ogni caso la Russia impedisce da settimane a qualsiasi investigatore internazionale di accedere all’area, suscitando più di qualche sospetto.

Intervistato da Anna Nemtsova per l’Atlantic, Konstantin Velichko, un autista che si era offerto volontario per una missione umanitaria per evacuare i civili da Mariupol, ha raccontato la sua cattura per mano dell’esercito russo, avvenuta alla fine di marzo. Anche lui è stato portato subito a Olenivka.

Velichko ha trascorso quasi 100 giorni in prigione prima del suo rilascio, avvenuto lo scorso 4 luglio: definisce l’esperienza «un incubo costante», lui e altri autisti volontari sono stati ammassati in una delle mezza dozzina di baracche luride e affollate, che contenevano in totale circa 300 detenuti.

La maggior parte dei detenuti erano soldati, certo, ma poi c’erano anche diversi civili e non combattenti, come appunto lo stesso Velichko. La sezione peggiore della prigione era un’ala conosciuta come “l’Isolatore”, dove le guardie russe portavano i prigionieri per picchiarli fino allo sfinimento. «Eravamo 50 persone in una cella per sei detenuti: sporcizia, pareti ricoperte di funghi, puzza orribile, niente finestre», racconta Velichko.

Ora il campo di Olenivka è parzialmente distrutto, ma le indagini per capire cosa è avvenuto lì, a partire dall’esplosione del 29 luglio, sono ancora attive.

La vicedirettrice di Human Rights Watch, Rachel Denber, dice che la Russia ha l’obbligo, ai sensi delle Convenzioni di Ginevra, di consentire al Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) di ispezionare il teatro dell’esplosione. «La Russia – ha detto Denber intervistata dall’Atlantic – dovrebbe dare immediatamente accesso alle autorità internazionali, cioè il Cicr e l’Onu, per indagare sulla morte dei prigionieri di guerra ucraini». Qualsiasi abuso o uccisione di prigionieri rappresenta, di per sé, una grave violazione delle leggi internazionali e un crimine di guerra.