Contro la sofferenzaL’equivoco di pensare che siano i privilegiati ad abbracciare le idee liberali

Una volta poteva essere vero. Ma oggi quella stessa classe di professionisti e imprenditori è afflitta e impoverita e di quelle idee (e della loro applicazione) avrebbe gran bisogno

In L’Italia rinunzia?, un bel saggetto del 1944, Corrado Alvaro scriveva che «quello dei liberali non è un partito, ma l’atteggiamento di chi non ha gravi ragioni di sofferenza».

Era abbastanza vero. Il privilegiato, il borghese elevato, il medico, il notaio, l’avvocato, il possidente che dopo una cena a base di lepri e fagiani si ritirava nel suo studio fasciato di legni pregiati e beveva cognac leggendo Hume e Stuart Mill aveva dopotutto il suo omologo nel signore settecentesco che affettava idee liberali mentre il valletto in polpe gli aggiustava gli sbuffi dei pizzi.

Nei due casi, quell’ozio intellettuale era analogamente innocuo e poteva essere coltivato senza appetiti rivoluzionari e senza istanze di classe: era una specie di vezzo, non troppo diverso rispetto all’interesse per i movimenti degli astri o per la scoperta d’una specie di coleottero.

Oggi, almeno in Italia, quello dei liberali continua a non essere un partito ma, se si costituisse, a farne parte davvero non sarebbe chi non ha gravi ragioni di sofferenza. Un’intera classe sociale, quella che ancora nel primo dopoguerra rappresentava un’escrescenza degli antichi privilegi o un semplice abbozzo di neo-borghesia artigianale, post-latifondiaria e professionale, nel giro di qualche decennio si è trasformata in un diffuso rango impiegatizio e neo-proletario perché fare impresa – così nell’industria come nel commercio e nelle professioni – è diventato letteralmente impossibile se non al prezzo della grave sofferenza che ora, appunto, affligge chi avrebbe interesse a impugnare l’istanza liberale.

Il piccolo borghese meridionale che negli anni Cinquanta saliva a Milano per studiare Legge poteva, trentenne, aprire uno studio, prendersi una segretaria e giocarsela parecchio bene in un sistema dove occorreva lavorare tanto, un po’ di disinvoltura e qualche distrazione della piovra burocratica: ma non un capitale impossibile con cui cominciare, non l’entratura obbligatoria, non il lignaggio baronale e insomma non le condizioni che invece oggi costituiscono il lasciapassare per non finire in una grande law firm a spolverare la scrivania del senior partner. Il tappezziere brianzolo dei Sessanta poteva impiantare un laboratorio nel fienile e uno show room nei padiglioni di una dimora patrizia e far girare parecchi miliardi, comprando le case dove i genitori facevano i servi: ora i figli e i nipoti possono godersi quanto accumulato in quegli anni, se sono fortunati, ma non fare altrettanto perché quel laboratorio è al più una promessa di debito e tra gli stucchi di quel palazzo c’è una banca sussidiata o (è circa lo stesso) un cartello con un avviso di affittasi a prezzi impraticabili.

Questa schiatta socialmente, diciamo sistematicamente diseredata è afflitta appunto da tutte le ragioni di sofferenza che non lambivano il borghese, quel privilegiato che auscultava i palpiti di una soluzione liberale senza reclamare che si realizzasse e senza temere che fosse frustrata appunto perché era come osservare un esperimento esotico e inattuale, nulla che gli servisse realizzandosi e nulla che, mancando, lo impoverisse.

Non così, oggi. Perché la mancanza della soluzione liberale ha impoverito tanti. Tanti per i quali la soluzione liberale non sarebbe un elegante trastullo ma una prospettiva di riscatto, se qualcuno gliela indicasse.