La percezione del mondoL’anniversario della morte di Lady D, il cavallo di Damilano e il Paese reale incompreso

A 25 anni dall’incidente in cui Diana Spencer perse la vita, dobbiamo sorbirci le interviste mitomani di sua nuora Meghan Markle. Nel frattempo in Rai danno tutti per scontato che chi vive in provincia capisca la finezza di registrare un programma davanti al simbolo aziendale

LaPresse

La cosa cui ho più pensato ieri non è stata come sarebbe Diana Spencer se fosse viva oggi (uguale a com’era, cioè uguale a come sono tutte oggi); non è stata quanta parte dei meccanismi odierni della celebrità dipenda da lei (tutti); non è stata neppure che fortuna sia stata crescere in anni in cui sui rotocalchi c’erano principesse interessanti, invece che polemiche sugli aerei privati dei famosi senza quarti di nobiltà.

La cosa cui ho più pensato ieri, come già mi accade da taluni 30 di agosto, ora che di 30 di agosto dal 1997 ne sono passati venticinque, è stata: Buona Domenica era registrato. Ovvero: quant’è cambiata la televisione.

Ero tornata tardi, la notte Tmc (che era il nome dell’allora ex Telemontecarlo e adesso La7) mandava il segnale della Cnn, ero tornata tardi e avevo visto l’ultima parte di Larry King, che aveva lì ospite Steven Seagal (ho controllato: è ancora vivo, e Google dice che è responsabile dei rapporti tra Stati Uniti e Russia, che non so cosa significhi ma pare la trama di un film anni Ottanta). Parlavano di paparazzi, s’interrogavano sulle loro responsabilità, e io non capivo quale fosse il tema.

Poi Larry King aveva concluso la puntata riassumendo la notizia: Diana Spencer ha avuto un incidente in macchina a Parigi, è in ospedale, il suo accompagnatore Dodi Al-Fayed è morto. Ero andata a dormire pensando quelle cose che pensi a ventiquattro anni, quando la morte è una cosa che riguarda gli altri, quando ancora non sai che presto la nostalgia non sarà più quella d’un tempo. Ero andata a dormire all’alba pensando: ma pensa te, Diana.

Il pomeriggio della domenica, sulle immagini registrate di Costanzo e del Cangurotto, correva un sottopancia: Lady Diana è morta. (Era morta subito, ma la notte non l’avevano detto. Come hai appreso dell’evento più rilevante per la cultura popolare della tua giovinezza? Da un sottopancia sul Cangurotto. Poi dice perché non so fare l’epica).

Nel venticinquennale della morte di Diana Spencer, il New York Magazine intervista sua nuora. Non quella seria: quella che cerca di emularla. La tv è così cambiata che a un certo punto, è durata un attimo, le piattaforme di streaming hanno pensato di coprire di soldi gente famosa a caso. Prima che capissero che il pubblico guarda chi sa raccontare storie, mica chi ha un nome noto ai rotocalchi, Meghan e Harry sono stati una delle due ditte (l’altra è quella di Barack e Michelle) che hanno fatto in tempo a fare quella che in antico gergo televisivo si chiamava «una rapina» (cioè: un contratto molto ben retribuito di cui sai già che il pagatore si pentirà ma mica per questo non incassi). Le produzioni di Meghan e Harry per Netflix neanche fanno finta d’essere il tema dell’intervista. Il prodotto è lei.

Nel venticinquennale della morte di Diana Spencer, Marco Damilano esordisce su Rai3 mostrandoci che puoi mandare una troupe in Molise, ma la tv dal Molise non imparerà niente. Nel filmato molisano il sindaco ha di fianco una cabina telefonica, i vecchietti del paese hanno un blocchetto con segnati a penna i numeri dei parenti, e poi si torna a Roma e Marco Damilano conduce da una postazione davanti al cavallo di viale Mazzini, perché gli autori televisivi che non si sono mai mossi dal quartiere Prati (se non per andare a fare reportage folkloristici dai quali non hanno appunto imparato niente) credono che il pubblico televisivo abbia una qualche pallida idea di cosa sia il cavallo, di cosa sia viale Mazzini, dei possenti simbolismi della Rai e dell’eredità di Barbato, di Biagi, della rava, della fava.

C’è il mondo – quello dove segni i numeri ancora a mano – e la percezione del mondo – quella con la quale ti convinci che in provincia il pubblico andrà su Google View a guardare il palazzo della Rai che, nelle ultime settimane in cui la sinistra lo abiterà, ha deciso di prendere uno che con la Rai non c’entra niente e usarlo per rimarcare la grande tradizione della più-grande-industria-culturale-italiana.

C’è Harry, che è figlio di sua madre e sa cosa il pubblico vuol sentirsi dire e detta all’intervistatrice lo scambio in cui Meghan gli avrebbe detto «Non sono una modella, sono una mamma»; e c’è Meghan, che non sa modulare la mitomania e racconta di quell’attore sudafricano che le avrebbe detto che la di lei entrata nella famiglia reale fu per i neri un momento storico paragonabile all’uscita di prigione di Mandela.

C’è il pubblico che si chiede se proprio uno più rappresentativo della Rai da far condurre davanti al cavallo non ci fosse – non so, persino Vespa, a Santoro avete provato a chiedere? – e c’è il pubblico che si chiede se una figura meno imbarazzante di Meghan Markle, a rappresentare l’incontro di pop e case reali, proprio questo tempo non riuscisse a trovarla: Charlotte Casiraghi che impegni aveva?

Entrambi sono, per fortuna del giro d’affari di tv e rotocalchi e piattaforme e cangurotti, pubblici di minoranza. In provincia, il New York Magazine non arriva, i rotocalchi che si occupano dell’anniversario della morte di Diana sono appetibili, e si aspetta pazientemente che Damilano finisca il suo monologo in quell’incomprensibile scenografia per, finalmente, vedere Un posto al sole (che, per mandare in onda l’erede di Biagi, tarda qualche minuto: poi dice come mai il pubblico si butta a destra).