Little EnglandI continui disagi dei turisti inglesi nella prima estate di vera Brexit

Gli inglesi possono transitare in Europa senza un visto per un massimo di 90 giorni all’interno di un arco di 180. I nuovi controlli hanno rallentato le file agli aeroporti e, via nave, al porto di Dover, da dove salpano i traghetti

LaPresse

Sono facili da riconoscere. Più scottati che abbronzati, già seduti a cena in orari da aperitivo, di solito entusiasti di ristoranti turistici. L’Europa è, da sempre, la meta preferita dagli inglesi, che sono alle prese con la prima vera estate a Brexit avvenuta. Il caos al porto di Dover è stata una prova visibile di una nuova normalità ancora da rodare e a cui abituarsi, ma dal roaming in su aver perso lo status di «cittadini europei» ha scombinato le vacanze dei sudditi della Regina.

Prima della pandemia, i britannici valevano 60 milioni di ingressi nell’Ue ogni anno, con un indotto significativo per le località che sceglievano di visitare. Anche nel 2021, la favorita era la Spagna. Altre destinazioni ambite sono la Grecia e l’Italia. Oltre alle bellezze artistiche e naturali, il clima così mite e assolato sembra influire sulle preferenze di chi proviene da un’isola dove piove spesso (eufemismo). Proprio dalla Spagna è arrivato il primo «scandalo», ripreso dai media del Regno Unito.

Il motivo dell’indignazione è questo: in alcuni controlli spot, è richiesta la prova di poter spendere almeno 100 euro per ciascun giorno di permanenza, con un budget totale di 900 euro per l’intero periodo. Gli ufficiali di frontiera accettano come dimostrazione la valuta fisica, certo, ma pure le carte di credito. In altri casi, va mostrata la conferma della prenotazione di un albergo o di un appartamento e di possedere un biglietto di ritorno. Da avere un impero dove non tramontava mai il sole a fare la figura degli straccioni, no thanks

Non si tratta di una ritorsione per l’uscita dall’Ue, ovviamente. I requisiti, adottati da Madrid quest’anno, riguardano tutti i viaggiatori da Paesi fuori dall’Area Schengen. La Gran Bretagna, oggi, rientra in questa categoria e, man mano, stanno finendo i vari periodi di transizione che equivalevano a una comoda esenzione. Insomma, era tutto come prima. Si poteva quasi sospettare che la Brexit non avrebbe avuto conseguenze sulla vita quotidiana. In realtà, bastava comprare online qualcosa per accorgersi dei rincari non solo burocratici, ma pure nei costi di importazione, stampati direttamente sui pacchi. 

Gli inglesi possono transitare in Europa senza un visto per un massimo di 90 giorni all’interno di un arco di 180. Serve il passaporto, come per volare a Londra d’altronde. I nuovi controlli hanno rallentato le file agli aeroporti e, via nave, al porto di Dover, da dove salpano i traghetti. Anche per sveltire la trafila, Bruxelles ha varato uno European travel information and authorisation system (Etias) su modello americano. È un sistema agevolato di cui beneficeranno 60 nazioni, tra cui il Regno Unito. Prima della partenza, sarà necessario registrarsi sul web o con una app, poi andrà riempito un form e andranno pagati 7 euro.

Il pass avrà una durata triennale. La sua introduzione era prevista a novembre 2023, ma dovrebbe slittare al 2024. Di nuovo, alcuni tabloid hanno gridato alla «tassa punitiva», ma non è così. «Prima che vi infuriate, questa non è una terribile vendetta per la Brexit da parte di Bruxelles – ha riconosciuto il Telegraph filoconservatore –. Stiamo semplicemente sperimentando gli inevitabili inconvenienti per aver perso la nostra cittadinanza europea. Infatti, siamo solo uno dei più di 50 Paesi ai cui abitanti non è richiesto un visto». 

Il diritto all’esenzione dai visti, infatti, è condiviso con altri 1,4 miliardi di persone. Nelle intenzioni della Commissione europea, l’Etias renderà più veloce l’ingresso di chi ne gode. Per esempio, non occorrerà più rispondere alle domande (motivo della visita e così via) della polizia di frontiera dopo l’atterraggio, in virtù del questionario compilato prima della partenza. Un altro disagio è aver perso il roaming gratuito, garantito agli europei, per una spesa media di due sterline al giorno, ma ogni operatore ha le sue tariffe. Online già abbondano i tutorial su come provare a evitare il balzello, oppure si dovrà dipendere dal WiFi pubblico in una specie di ritorno al passato.

La fine della libertà di movimento – o, vista dai Tories, l’aver ripreso il controllo dei propri confini – ha un altro contrappasso. Prima della Brexit, il 63% del turismo verso il Regno Unito arrivava dai 27 Stati membri. I cittadini comunitari possono stare Oltremanica per un massimo di sei mesi senza dover ottenere un visto però, come detto, adesso serve il passaporto. Dovremo aspettare la fine dell’estate per avere conferme, ma la novità potrebbe scoraggiare parte dei turisti, visti i costi e i tempi per ottenere quel documento, soprattutto in Italia, e starebbe già pesando sulle «vacanze studio», che generavano 1,5 miliardi di sterline all’anno. 

Infine, il sistema a punti per l’immigrazione rischia di impedire l’arrivo dei lavoratori stagionali, vitali per il settore dell’accoglienza. È vero che sono previsti corridoi agevolati per i (molti) comparti colpiti da carenza di personale. A differenza dei Paesi dell’Ue, poi, il Regno Unito ha reintrodotto l’iva sugli acquisti degli stranieri: una misura che potrebbe causare il graduale dirottamento dello shopping verso le metropoli europee. Per la Global Britain perdere appeal a vantaggio dell’Ue abbandonata sarebbe uno smacco. Ma non sarebbe neppure il primo.