Attivismo al neonAndrea Bowers e l’indissolubile legame tra arte e politica

È stata definita dal New York Times «l’artista politica più importante degli Stati Uniti» e, ogni giorno, si «muove nello spazio senza chiedere permesso». È questo il titolo della sua mostra alla Gam di Milano (fino al 18 dicembre)

Andrea Bowers, Fight Like a Girl, 2021 (Courtesy of the artist and Capitain Petzel, Berlin / Ph: Jeff McLane)

«Andrea Bowers: il suo attivismo anima la sua arte», titola così il NY Times un articolo del dicembre 2021 dedicato all’artista statunitense, costantemente immersa nella sfida di creare opere degne di nota sia in termini estetici, sia in termini di impatto politico e sociale. Bowers, classe 1967, usa quadri, installazioni, neon e video per rimarcare un’idea che – negli anni – non è mai mutata (anzi, si è rafforzata): l’arte, la cultura e la politica sono un unico elemento. 

Andrea Bowers ha iniziato a scendere in piazza da giovanissima, durante i movimenti della seconda ondata femminista. Oggi ha legami con organizzazioni che difendono i diritti della comunità LGBTQIA+, associazioni pro diritto all’aborto o in difesa dei diritti dei lavoratori, gruppi di ambientalisti radicali. Ha partecipato in prima linea alle proteste successive all’uccisione di George Floyd; ha percorso tutti gli Usa per unirsi alle manifestazioni contro la deforestazione nella contea californiana di Mendocino; ha realizzato un’installazione al terminal 1 dell’aeroporto di San Francisco dedicata a Harvey Milk (assassinato nel 1978), primo membro dichiaratamente gay delle istituzioni americane e militante del gruppo di liberazione sessuale. 

Andrea Bowers (ph Teena Pugliese)

Bowers non ha paura di dividere e non vede altre alternative rispetto al fare arte e politica contemporaneamente, come se fossero un’unica missione. A Milano, fino al 18 dicembre, alla Galleria d’arte moderna (Gam) sarà possibile riflettere dinanzi alle sue opere grazie alla mostra “Moving in Space without Asking Permission”, muoversi nello spazio senza chiedere il permesso, titolo che riassume perfettamente l’approccio grintoso e sagace di Andrea Bowers. A lei va infatti attribuita la capacità di non risultare mai noiosa e gravosa, nonostante la delicatezza degli argomenti che maneggia quotidianamente. 

“Moving in Space without Asking Permission” è la prima esposizione di Bowers in un’istituzione italiana, nonché la quarta edizione del progetto “Furla Series” in collaborazione con Intesa Sanpaolo. Una mostra che, tra tutte le opere dell’artista cresciuta nell’Ohio e residente a Los Angeles da trent’anni, proporrà quelle maggiormente legate alla lotta contro la società patriarcale e le disparità di genere. Bowers ha portato i suoi lavori nelle più importanti gallerie tedesche, giapponesi e statunitensi, e ha esposto alla Whitney Biennial e alla California Biennial. Ovunque è sbarcata, ha sistematicamente modellato i contenuti delle sue mostre in base alla situazione socio-politica dello “Stato ospitante”, conducendo un accurato lavoro di ricerca sul contesto in cui opera. Artista, attivista e anche – da un certo punto di vista – sociologa. 

Andrea Bowers, In the Ballroom-Overcoming the Myth of
Masculine Force, 2022 (Courtesy of the artist and kaufmann repetto Milan-New York)

Nel caso italiano, il focus è soprattutto sulla filosofa Alessandra Chiricosta (docente e ricercatrice in studi di genere), che insegna le arti marziali come strumento di emancipazione corporea e di rottura rispetto agli stereotipi di genere nella nostra società. Al piano terra della Gam sarà presente, tra le altre cose, un video-documentario dedicato a una lezione di “autocoscienza combattente femminista” tenuta da proprio da Chiricosta nella Villa Reale.

Andrea Bowers, Sisters Be Strong, 2013 (Ph. Roberto Marossi)

Dal neon di “Another Kind of Strength” fino alle due nuove suggestive installazioni ambientali dei Political Ribbons e dei Feminist Fans, passando per le iconiche installazioni realizzate con cartoni riciclati. “Versatilità” è senza dubbio una delle parole chiave della personale di Andrea Bowers, che il NY Times ha definito «l’artista politica più importante degli Stati Uniti».

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