Disequilibrio di mercatoLa Superlega esiste già, si chiama Premier League

I club inglesi arrivano ai nastri di partenza delle coppe europee dopo una campagna acquisti imponente, che ha messo in luce l’enorme divario economico con gli altri campionati: hanno speso oltre 2 miliardi, la stessa cifra spesa da Serie A, Liga, Bundesliga e Ligue 1 sommate

AP/Lapresse

È la settimana delle coppe europee. Si riparte con la Champions League e le partite tra le squadre più forti del mondo, giovedì invece tornano Europa e Conference League. Sono i tornei più imprevedibili e incerti, quelli con molte pretendenti al titolo più o meno credibili. Le italiane partono da underdog, sicuramente non da favorite, con meno ambizioni ma anche meno pressione.

A guardare le vere candidate alla vittoria finale, nelle tre competizioni, non c’è grossa fantasia. Tra le bandierine la varietà è piuttosto bassa: spiccano molte squadre inglesi – Liverpool, Manchester City e Chelsea in Champions, United e Arsenal in Europa League, West Ham in Conference – che si avvicinano alla stagione europea dopo un’estate che le ha viste dominare la campagna acquisti come mai prima d’ora.

La differenza economica tra la Premier League e gli altri campionati è enorme, almeno a livello finanziario (diverso il discorso sportivo). «Una distanza molto più ampia e destinata a durare rispetto a quella che la Serie A italiana esercitava negli anni Ottanta e Novanta», ha scritto Miguel Delaney, sull’Independent.

I fattori che rendono il campionato inglese così ricco, così bello, così celebrato sono destinati a durare a lungo. La Premier sembra sempre più simile alla Superlega presentata ad aprile 2021, poi crollata proprio a causa dell’addio dei club inglesi. Dopotutto queste squadre non hanno bisogno di una nuova lega per valorizzare i loro brand: ne hanno già una, funziona benone, e permette loro di spadroneggiare sul mercato dei calciatori rispetto alla concorrenza.

Tra le cinque maggiori leghe europee il calciomercato ha spostato un totale di oltre quattro miliardi di euro in acquisti. Guardando le cifre di spesa appare subito evidente la supremazia della Premier League: 2,24 miliardi di euro, cioè più o meno la stessa cifra combinata di Serie A, Liga, Ligue 1 e Bundesliga. La Serie A, la seconda per volumi di spesa, arriva a 750 milioni, un terzo del campionato inglese.

Dieci club di Premier hanno superato il tetto dei 100 milioni per gli acquisti dei cartellini. Tra queste c’è anche il neopromosso Nottingham Forest, che accompagna Arsenal, Tottenham, West Ham, Manchester City, Manchester United, Chelsea, Newcastle, Leeds, Wolverhampton.

Complessivamente, la Premier ha un saldo negativo di 1,3 miliardi. Le squadre degli altri campionati hanno accusato il colpo della pandemia e della crisi economica, e per comprare devono anche vendere. La Serie A ha un negativo di appena 3 milioni di euro sulla bilancia del mercato, Bundesliga e Ligue 1 si finanziano con il player trading e vantano un saldo in attivo di oltre 40 milioni. La Liga spagnola è in rosso di quasi 57 milioni, ma pesa soprattutto il mercato ricchissimo del Barcellona, che ha finanziato la campagna acquisti vendendo asset aziendali e quote di ricavi futuri dei diritti televisivi.

È evidente che la Premier League e gli altri grandi campionati europei siano mondi lontanissimi. È un discorso di ricchezza assoluta, ma anche di come la si distribuisce, questa ricchezza. I proventi dei diritti tv internazionali sono divisi equamente tra le 20 società, mentre per i diritti tv del mercato nazionale si divide in parti uguali il 50% del totale – l’altro 50% viene redistribuito in base a rendimenti sportivi e di audience. In questo modo anche le neopromosse possono competere con le migliori squadre europee per i talenti di tutto il mondo.

«Una Superlega di fatto c’è già», aveva detto un po’ di tempo fa il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, parlando appunto della Premier League.

La dimensione economica incide inevitabilmente su quella sportiva, dal momento che permette di raggiungere i migliori giocatori, ma anche allenatori, preparatori, esperti e dirigenti. Certo, in uno sport episodico come il calcio le competizioni a eliminazione diretta sono imprevedibili per definizione e ci sono altri grandi club che possono vincere le coppe continentali. Il Real Madrid ha vinto la Champions League a maggio e cinque volte negli ultimi 10 anni, da oggi difenderà il titolo con tutti i suoi fenomeni. C’è il Bayern Monaco di Julian Nagelsmann e il Barcellona tirato a lucido con Lewandowski, Koundè e gli altri nuovi arrivi, oltre ovviamente al Paris Saint-Germain qatariota che propone il trio d’attacco Neymar, Messi e Mbappè.

Anche nelle coppe minori ci sono squadre che possono contendere il titolo alle inglesi, da Roma e Lazio, impegnate in Europa League, al Villarreal di Unai Emery – già vincitore dell’Europa League e semifinalista in Champions l’anno scorso – in Conference.

Tuttavia, la distanza economica tra le inglesi e tutte le altre creerà una polarizzazione sempre più evidente nel calcio europeo. Il 2019 aveva lasciato intravedere uno scenario ai limiti del distopico, con quattro club di Premier nelle due finali europee, ma non così irripetibile. Nei prossimi anni i “derby” ai quarti, in semifinale e in finale potrebbero diventare sempre più frequenti, dal momento che le squadre inglesi saranno sistematicamente più ricche, più piene di talento, più forti della concorrenza.

La prospettiva di un dominio britannico in tutte le competizioni continentali deve far pensare che un progetto di riforma del calcio, come quello di chi voleva creare una Superlega europea, possa essere una strada possibile. Una soluzione auspicabile. Forse necessaria.

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