Hotel RwandaLa vita impunita dell’uomo che comprò le armi per il genocidio ruandese

Come spiega Pietro Del Re ne “I dimenticati”, Félicien Kabuga non sarà probabilmente mai condannato per aver acquistato 500.000 machete con cui migliaia di contadini hutu sterminarono 800mila tutsi e per incitato all’odio etnico dalla sua Radio des Mille Collines

L’esagerata copertura mediatica del processo contro l’uomo che nel 2005, assieme a Aretha Franklin e Muhammad Ali, fu insignito dal presidente George W. Bush del massimo riconoscimento americano, la Medal of Freedom, è la prova di come il genocidio del 1994 sia ancora una ferita aperta nel cuore dei ruandesi. Per ore, le radio e le televisioni locali trasmettono in diretta ogni udienza del dibattimento contro Paul Rusesabagina, l’eroe raccontato nel film “Hotel Rwanda” e oggi giudicato per tredici reati di terrorismo da un tribunale di Kigali.

A quest’uomo di sessantasei anni, apparso in aula indossando pantaloni e camicia rosa confetto, l’uniforme dei galeotti locali, molti augurano oggi l’ergastolo, non tanto per aver creato una milizia armata che secondo l’accusa nel 2017 avrebbe rapinato e ucciso al confine con il Burundi, quanto per il ruolo che ebbe lui stesso durante i massacri di ventisette anni fa, quand’era direttore dell’Hôtel des Mille Collines. «Raccontò a tutti di aver salvato più di milletrecento tutsi dai machete dei genocidari, ma in realtà le cose sono andate diversamente”, dice l’attivista JeanPierre Sagahutu, che allora sopravvisse miracolosamente alle stragi nascondendosi in una fossa biologica dove per settimane si nutrì soltanto di vermi e scarafaggi.»

Secondo Sagahutu, «Rusesabagina chiedeva 1500 dollari a chiunque chiedesse di varcare il portone del suo albergo per poter usufruire della protezione del contingente dell’Onu che vi alloggiava. Molti furono da lui respinti semplicemente perché non avevano di che pagarlo. Non ha mai agito per altruismo ma solo per soldi. Con le sue tante bugie è riuscito a convincere Hollywood di essere stato un uomo eccezionalmente generoso e grazie al successo del film che gli fu dedicato negli Stati Uniti c’è ancora chi gli dà credito», aggiunge Sagahutu, la cui madre fu impalata viva, i due fratelli massacrati con il machete e il padre segato in due.

È del resto comprensibile che il genocidio non sia ancora stato metabolizzato né i suoi tanti lutti elaborati dai ruandesi, perché si è trattato di uno spaventoso trauma collettivo, in cui le milizie interahamwe e i contadini hutu si sono accaniti con una frenesia omicida e devastatrice su tutta la popolazione tutsi. Nonostante l’organizzazione sommaria e i mezzi piuttosto arcaici per compierlo, cioè machete, mazze e bastoni, ottocentomila tutsi sono stati uccisi in dodici settimane, conferendo ai genocidari ruandesi uno spaventoso primato.

Dalla notte del 6 aprile 1994, subito dopo l’abbattimento nei cieli di Kigali dell’aereo sul quale viaggiavano il presidente del Ruanda Juvénal Habya Rimana e il presidente del Burundi Cyprien Ntaryamira, il paese si tramutò improvvisamente in un luogo di estremo sadismo, dove le donne e i bambini furono le prime vittime dei massacri affinché non rinascesse alcuna generazione di tutsi, con le madri costrette a uccidere i propri figli per essere poi sistematicamente violentate, mutilate e infine ammazzate anch’esse. Secondo un’inchiesta realizzata dall’Unicef, l’80 per cento dei bambini ha avuto un morto in famiglia in quei tragici tre mesi del 1994 e il 70 per cento di loro ha visto uccidere qualcuno. 

L’ex “banchiere del genocidio” che nel 1994 aveva fatto arrivare in Ruanda 500.000 machete e che aveva creato e diretto Radio des Mille Collines da cui diffondeva odio e invitava a snidare e mutilare gli “scarafaggi tutsi”, fino al giorno del suo fermo a Asnières sur Seine, vicino Parigi, aveva trascorso la vita comoda e serena di un qualsiasi pensionato molto benestante. Dice ancora Sagahutu: «Chi l’ha protetto, tutti questi anni? Non lo sapremo mai, ma possiamo immaginare il sollievo che deve provare quell’assassino seriale, ormai vecchio e malato, all’idea che probabilmente non sarà mai condannato per tutto il male che ha fatto. Perché sono certo che morirà prima che il Tribunale dell’Aia possa giudicarlo»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

da “I Dimenticati”, di Pietro del Re, Raffaello Cortina editore, 288 pagine, 19 euro