Rees-Mogg, il «dinosauro climatico»Il nuovo ministro britannico che esalta i combustibili fossili

Flirta con i negazionisti e sostiene che siano gli esseri umani a doversi adattare al riscaldamento globale. Le sue dichiarazioni “clima-scettiche” e pro-fonti energetiche inquinanti fanno temere per gli impegni ambientali di un Regno Unito in subbuglio

LaPresse

I giornali stranieri si sono accorti di lui qualche anno fa, perché vestiva – e, soprattutto, parlava – come un aristocratico di due secoli fa. Il problema è che anche le posizioni di Jacob Rees-Mogg in fatto di clima (e non solo) sono rimaste ancorate a quell’epoca. Tra i pretoriani di Boris Johnson, esponente di una destra diventata influente quando si è scoperta a sorpresa maggioranza dopo la Brexit, è stato promosso ministro agli Affari economici, l’Energia e la Strategia industriale nel nuovo governo di Liz Truss. L’antologia delle sue dichiarazioni negazioniste e pro-combustibili fossili fa temere per gli impegni del net zero da raggiungere entro il 2050 e per il ritorno a ricette energetiche passatiste nel Paese che nemmeno un anno fa ospitava a Glasgow la Cop26. 

Ma come ha fatto questo cosplayer dell’età vittoriana, sempre in doppiopetto e con una collezione di uscite pubbliche controverse ad arrivare così in alto nei gangli del potere britannico? La famiglia aiuta. Suo padre, dopo non essere riuscito per due volte a entrare in Parlamento coi conservatori (lo stesso amore politico del figlio) è stato direttore del Times. Sfrutta quella posizione per inserirsi nell’establishment e nei circoli che contano. Diventerà Lord. Lascia un libro-manifesto intitolato “The Sovereign Individual” che Alastair Campbell, braccio destro di Blair negli anni d’oro, definisce «il più importante libro di cui non avete mai sentito parlare». Influenza, tra gli altri, il tech-guru Peter Thiel, transitato da PayPal all’alt-right e il trumpismo. 

La leggenda vuole che Rees-Mogg abbia comprato le prime azioni quando era ancora a scuola, poi ha fatto fortuna nella finanza, sino a fondare uno hedge fund, il Somerset Capital Management, in cui ha ancora una significativa partecipazione e, quindi, degli interessi. Il fondo investe anche nel petrolio e nell’estrazione del carbone. Nonostante l’ascesa, prima capogruppo a Westminster e poi ministro alle “Opportunità della Brexit” (sembra un ossimoro, ma è un ruolo simbolico) in uno dei rimpasti del governo Johnson, non si è mai sentito in dovere di cedere le sue quote. Il suo patrimonio, si calcola, supera i 100 milioni di sterline. 

Gira su una Bentley T1 d’epoca, comprata dal padre dal 1992. Avrà un valore affettivo, ma chissà quanto inquina. Sua sorella, Annunziata Rees-Mogg, è stata eurodeputata per l’ultima creatura eurofobica di Nigel Farage, il Brexit Party che nel 2019 vince le europee con 5 milioni di suffragi e un 30% foraggiato dal voto di protesta dei conservatori, delusi dalla paralisi parlamentare di Theresa May. Ma torniamo al fratello. Pare si alzi in piedi ogni volta che sente God Save the Queen. Cioè, the King, ma perdonateci se la scriviamo un’ultima volta così. Studi a Eton, università a Oxford, il tipico curriculum della gioventù posh. 

Si candida due volte senza successo alla Camera dei Comuni, nel 1997 e nel 2001, ma riesce a realizzare il sogno del padre: entra a Westminster nel 2010. I Tories del corso modernizzatore di David Cameron non gli assegnano un collegio blindato come alla neopremier Liz Truss. Corre a North East Somerset, terra di famiglia, e vince. A ogni tornata, da allora, aumenta il margine fino a colorare di blu un seggio «sicuro» nella classificazione dei sondaggisti inglesi. I conservatori lo considerano ancora una parodia, un gentiluomo di campagna eccentrico ma innocuo. 

Errori ne commette. Partecipare a una cena del Traditional Britain Group, è costretto a prendere le distanze quando l’associazione si batte per il rimpatrio degli immigrati di colore in Africa. Viene fuori che durante la campagna elettorale ha plagiato un editoriale del Sun spacciandolo come suo, che i presunti messaggi degli elettori in bella mostra sui volantini li ha in realtà fabbricati il suo staff. Passi falsi da dilettante: non ne commetterà altri. Le sue convinzioni, invece, resteranno reazionarie come alle origini. 

Una fervente fede cattolica; sei figli dalla moglie Helena, l’ultimo si chiama con poca originalità Sixtus. Nel 2022 e in un Paese più inclusivo e attento ai diritti, si professa antiabortista perché «la vita è sacrosanta e comincia dal concepimento». Si oppone all’interruzione di gravidanza persino in caso di incesto o stupro, è contrario anche ai matrimoni gay. Colleziona virgolettati obbrobriosi su questi e altri temi, come quando accusa le vittime degli incendi di mancare di «buon senso» per non essere scappate dalle fiamme. 

Nel frattempo, si guadagna le simpatie delle frange più tradizionaliste e retrograde di un partito che sta sbandando verso destra. L’establishment, di cui fa parte per diritto, capisce che non è una barzelletta quando diventa presidente dell’influente European research group (Erg), una lobby di deputati euroscettici. Ultrà della Brexit da prima del referendum del 2016, a differenza di molti colleghi convertiti, capitalizza questo capitale politico cannoneggiando il governo perché incespica, incapace di far approvare in Parlamento le condizioni per il divorzio dall’Ue negoziate con Bruxelles. Di fatto, è tra i leader dell’opposizione interna, che si impadronisce del partito tra le lacrime di May e il ciuffo biondo di Johnson a Downing Street.

Dal 2019 in poi, la fedeltà a Boris gli vale la serie di promozioni di cui s’è detto. Le dichiarazioni diventano una crociata anti-woke. Durante la pandemia, ai limiti del mobbing, lascia dei bigliettini intimidatori ai dipendenti pubblici in smart working. Se tutto questo non vi è bastato, arriviamo al capitolo clima. Dentro una formazione che è ambientalista come può esserlo la destra liberal, Rees-Mogg magnifica i combustibili fossili e teorizza le estrazioni «fino all’ultima goccia di petrolio nel mare del Nord». Il fracking, o fratturazione idraulica, è stato sospeso nel 2019, ma a sentire lui «sembra un’opportunità alquanto interessante». 

Quando era meno famoso, ha detto di peggio. Esclude c’entrino le attività dell’uomo a pochi giorni dallo storico rapporto dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) che nel 2013 indica la nostra specie come la principale responsabile del riscaldamento globale. Flirta con i negazionisti, sostiene siano gli esseri umani a doversi adattare al climate change. Sul Telegraph, scrive che le bollette aumentano a causa dell’«allarmismo climatico». Oppure: «Preferisco che i miei elettori abbiano energia economica invece delle pale eoliche», scandisce nel 2014. In un’isola ventosa, però, l’eolico costa nove volte meno dell’elettricità generata col gas. «È noto che le emissioni di anidride carbonica siano cresciute, ma l’effetto sul clima resta da appurare», insiste un anno dopo. 

«Rees-Mogg è l’ultima persona che dovrebbe occuparsi di energia ora, nel peggior momento possibile», dice Rebecca Newsom, una dirigente di Greenpeace UK. «Le sue politiche energetiche sembrano basate interamente sulla causa primaria di questa crisi economica: i prezzi dei combustibili fossili», rincara Chris Venables del think tank Green Alliance. «Per anni è stato dalla parte sbagliata della storia – lo stronca il leader libdem, Sir Ed Davey -, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è un dinosauro climatico come lui». 

Secondo alcuni analisti, la nomina di Rees-Mogg sarebbe stata bilanciata con quella di Graham Stuart a ministro per il Clima. Stuart ha una credibilità internazionale ed è su posizioni antitetiche a quelle del compagno di banchi dell’esecutivo. Non sono state scelte facili se, come racconta la stampa inglese, altri due senior hanno rifiutato il posto pur di non coabitare con Rees-Mogg. Il timore è che il Regno Unito rinunci, o non riesca a mantenere, i suoi impegni sul net zero

Altre due caselle, nel resto della squadra, non spiccano per ambientalismo. Il nuovo consigliere economico di Truss è Matthew Sinclair, autore del libro “Let Them Eat Carbon” e, parole sue, più affezionato a difendere il tenore di vita dei contribuenti che a tassarli per contrastare il cambiamento climatico. La nuova ministra dei Trasporti, Anne-Marie Trevelyan, dieci anni fa sosteneva falsità tipo «le calotte glaciali non si stanno sciogliendo» e «il surriscaldamento globale non sta accadendo davvero». Poi ha cambiato idea. 

Tornando a Rees-Mogg, altri osservatori pensano che dovrà arrendersi all’evidenza. Le energie rinnovabili sono il futuro, anche perché costano meno e non riempiono le casse degli autocrati. Sarebbe da superstiziosi soffermarsi sulla lettura del suo cognome, che termina in un suono simile a «smog». Sono le sue posizioni politiche a non renderlo compatibile con Re Carlo III, un ecologista da prima che fosse mainstream. Persino il suo sito web sembra uscito da un’altra era di internet, con gli indirizzi a cui spedire lettere fisiche e la promessa di rispondere solo agli elettori del suo collegio. 

A dodici anni, intervistato da una tv francese, Rees-Mogg spiegava di «voler diventare dirigente d’azienda prima di compiere trent’anni». Ed entro i 70?, lo incalzano. «Mi piacerebbe diventare primo ministro». Eccolo, il sogno inconfessabile, nel senso che non è più stato confessato pubblicamente, di un politico fuori dal tempo, con un programma anacronistico e tradizionalista in modo deteriore, ma tremendamente ambizioso.