In her shoesLa nuova premier inglese è la cosplayer di Thatcher, ma senza il suo carisma

Fin da piccola Liz Truss sognava di essere la nuova Lady di ferro, ma accostarsi agli antenati illustri può essere controproducente. Oltre a ereditare un partito diviso, dovrà seguire dossier critici, dalla Scozia all’Irlanda del Nord, l’inflazione, i rincari energetici e un sistema sanitario in affanno

AP/Lapresse

Ha sette anni Liz Truss quando interpreta Margaret Thatcher in una recita scolastica. Esattamente quarant’anni dopo, ricalca in un dibattito tv l’outfit sfoggiato dalla Lady di ferro nel 1979. In mezzo, simpatie giovanili per i libdem e la campagna per restare nell’Unione europea al referendum della Brexit. Il blazer nero e la camicia bianca con un vistoso fiocco esemplificano una corsa per la successione a Downing Street giocata con toni da «ritorno al passato», a prima di Boris Johnson, sopravvissuto all’ordalia della sfiducia ma affossato dai potentati di un partito diviso su tutto tranne che nella volontà di cacciarlo. La nuova prima ministra gli è rimasta fedele, ora dovrà ricostruire sulle macerie.

Che fosse la favorita lo si capiva sfogliando, in questi giorni, le homepage dei giornali britannici. Le ricette per l’economia, il taglio alle tasse, i piani contro il caro-bollette, la lista di possibili ministri. Il suo nome campeggiava persino sotto gli articoli impaginati con la foto dello sfidante Rishi Sunak. L’ex cancelliere dello Scacchiere è rimasto in testa a tutti i cinque turni di votazioni interni ai parlamentari Tory. Piaceva alla City e ai circoli più posh, ma il Paese reale è un’altra cosa. Per 81.326 voti (il 57%) a 60.399, la base del partito ha incoronato a 47 anni Truss come 56esima premier del Regno Unito. È la terza donna, tutte dallo stesso partito.

Le origini
Mary Elizabeth nasce a Oxford nel 1975 da una famiglia “di sinistra”, il padre insegna matematica, la madre infermiera partecipa alle manifestazioni per il disarmo nucleare, contro la possibilità che il governo Thatcher permetta agli Stati Uniti di installare testate atomiche nella base di Greenham Common, vicino a Londra.

La famiglia si trasferisce prima a Paisley, in Scozia, e poi a Leeds. All’università va a Oxford, dove studia Filosofia, politica ed economia. Si avvicina all’attivismo, inizialmente per i liberaldemocratici. Al congresso del 1994 a Brighton sostiene l’abolizione della monarchia: «Crediamo nelle opportunità per tutti e non che ci sia qualcuno nato per regnare». Chissà come lo spiegherà alla Regina, quando oggi le “bacerà le mani” nel rituale in cui da secoli vengono nominati i primi ministri di Sua Maestà.

Poi la conversione ai conservatori. Dopo la laurea lavora come contabile per la Shell, nel 2000 sposa il collega Hugh O’Leary, hanno due figli. Nel 2001 e 2005 si candida senza successo a Westminster, ricomincia dalla politica “locale” per quanto può esserlo la capitale, dove viene eletta consigliera per Greenwich. Nel 2008 comincia a lavorare per l’influente think tank di centrodestra Reform e nel 2010 il premier David Cameron la vuole in un collegio blindato. Viene indicata per South West Norfolk. Sembra tutto facile, ma il circolo locale si ribella contro la «paracadutata» anche per le voci di una vecchia storia con il deputato Mark Field. Lei vince lo stesso.

È tra gli autori di Britannia Unchained, un libro-manifesto sulla deregulation, il libero mercato e lo Stato leggero che avrà una certa influenza culturale nella galassia Tory. È l’inizio della sua ascesa: nel 2012 è promossa ministra dell’Istruzione, nel 2014 dell’Ambiente. Il referendum secessionista della Brexit la vede tra le file del Remain, come buona parte della squadra di Cameron. Lasciare l’Unione europea, scrive sul Sun, «sarebbe una tripla tragedia: più regole, più scartoffie e più ritardi nel commercio». Dopo la sconfitta, cambia idea, anche per sopravvivenza politica, alla pari di numerosi conservatori della sua generazione. La «tripla tragedia» diventa un’«opportunità per cambiare le cose».

Il dopo Brexit
Non è la sola a doversi riposizionare. La stessa Theresa May è una remainer, ma si impegna a rispettare il «volere del popolo». Negli esecutivi, continua la scalata di Truss, che siede prima alla Giustizia poi ai vertici del Tesoro. La gavetta è finita, ma questo apprendistato lungo un decennio non sembra ancora averla resa «leadership material», direbbero gli inglesi. Nel 2015, al congresso dei Tory si infiamma perché «importiamo due terzi del nostro formaggio, è una vergogna!».

Un virgolettato che anticipa quelli – di un’altra categoria, come l’apologo di Peppa Pig – della stagione di Johnson, intento in questi giorni a magnificare i risparmi energetici di poche sterline all’anno se si cambia il bollitore del tè.

Nel 2019 Truss rinuncia a candidarsi per il dopo-May e viene ricompensata da BoJo con il dicastero del Commercio internazionale, una casella chiave nei disegni della Global Britain. Nel 2021, infine, la consacrazione agli Esteri, di fatto la terza carica più importante dello Stato. In questa veste, ottiene lo screen time fondamentale per consolidare il rango di figura di primo piano nel panorama politico nazionale. Le minacce di riscrivere il protocollo sull’Irlanda del Nord (ci torneremo) riaccendono frizioni con Bruxelles, ma passano in secondo piano per l’attivismo prima durante e dopo l’invasione russa dell’Ucraina, tra lo scontro duro in un bilaterale con Sergej Lavrov e il sostegno ai foreign fighters inglesi in difesa di Kyjiv.

Nel discorso della vittoria, da un podio su cui risalta lo Union Jack, Truss ringrazia «my friend, Boris», dice che lo ammirano «da Kyjiv a Carlisle» (una città della Cumbria) e la sala applaude. È un intervento un po’ floscio, persino nello slogan scandito tre volte: «We will deliver», cioè l’impegno pragmatico di fare le cose e di realizzare le promesse agli elettori del 2019. «Ho fatto campagna come conservatrice e governerò da conservatrice!», scandisce. In platea, Sunak è tetro, visibilmente deluso, la sedia che gli hanno assegnato era persino meno illuminata dai riflettori di quella dell’avversaria. Truss chiude vaticinando «una grande vittoria nel 2024». Impossibile sapere, dalle riprese televisive, quanti in platea abbiano fatto gli scongiuri di fronte a uno slogan che potrebbe invecchiare male.

Il difficile compito del nuovo governo
Il suo sarà il primo esecutivo della storia a non avere bianchi nelle tre cariche più importanti. Kwasi Kwarteng, di origini ghanesi, sarà il prossimo Cancelliere. Al prestigioso Foreign Office andrà James Cleverly, con mamma della Sierra Leone, che di fatto era già il vice di Truss al ministero. Agli Interni approda Suella Braverman: la procuratrice generale, genitori dalle Mauritius e dal Kenya, era uscita al secondo turno delle primarie dei conservatori. Alla Difesa verrà confermato Ben Wallace. Anche il falco johnsoniano Jacob Rees-Mogg è in lizza come Business secretary.

Come da cerimoniale, stamattina ci sarà il discorso di congedo da Downing Street di Boris Johnson. Sarà meno acrimonioso di quello delle dimissioni. Poi volerà ad Aberdeen. Truss si imbarcherà su un altro aereo per la stessa destinazione. Una logistica poco eco-friendly, soprattutto per una tratta così breve, ma la Regina – le cui condizioni di salute scricchiolano – non si muoverà dalla tenuta di Balmoral, in Scozia. Johnson rimetterà il suo mandato a Elisabetta II, che incontrerà Truss per la nomina formale. Nel pomeriggio, il ritorno a Downing Street per la prima orazione alla nazione.

Nei suoi editoriali, Boris ha invitato all’unità. Chissà quanta boria e quanta onestà c’erano in quell’«Hasta la vista, baby» pronunciato nell’ultimo Question time in aula. Truss segna la continuità politica, ma l’eredità dell’ex capo sarà difficile da smaltire, specie in caso di naufragi elettorali dopo il trionfo del 2019. Alcuni giornali hanno speculato su manovre di sabotaggio da parte dei suoi fedelissimi, ma nella categoria rientra la nuova inquilina di Downing Street. Cameron si era dimesso due mesi dopo la caduta, invece May è rimasta in Parlamento per il collegio di Maidenhead, che rappresenta dal 1997 e dove è stata confermata alla scorsa tornata.

Il seggio di Johnson, Uxbridge, è considerato contendibile. Senza lo stipendio da premier, dovrà trovare il modo di rimpolpare le sue finanze asfittiche, con sei figli e tre matrimoni alle spalle. Nel 2015 ha ricevuto mezzo milione di sterline dall’editore Hodder and Stoughton per una biografia di William Shakespeare, mai scritta. Potrebbe tornare, come commentatore, al primo amore: il giornalismo. Oppure lucrare con le conferenze, che a May sono valse un milione tra dicembre 2019 e marzo 2021. Si ipotizza, infine, una sua nomina a inviato speciale in Ucraina, per via della sua bromance con Volodymyr Zelensky.

Truss eredita un partito diviso. Le truppe parlamentari le hanno preferito Suank in ognuno dei 5 voti, prima del ballottaggio riservato agli iscritti. In quella fase, è rimasta a lungo terza, per sorpassare Penny Mordaunt solo all’ultimo round. Un test significativo sarà l’eventuale voto sui risultati della commissione d’inchiesta sul Partygate: dovrà decidere se lasciare libertà di voto ai deputati oppure dare indicazioni – e in ogni caso scontenterà qualcuno. Non finisce lì: l’inflazione galoppante, il piano contro i rincari energetici da 100 miliardi di sterline che ipotecherà la spesa pubblica per anni, il servizio sanitario nazionale uscito in ginocchio dalla pandemia.

Non bastassero i dossier critici, c’è quello scozzese. La premier Nicola Sturgeon marcia verso un secondo referendum d’indipendenza, da tenersi nel 2023. «Una malata d’attenzione, meglio ignorarla» l’ha bollata Truss, ma dai rapporti con Edimburgo passa il futuro dell’unità territoriale del Regno. Tanto che May andò in Scozia fresca di nomina, al secondo giorno di mandato. A ottobre, la Corte Suprema dirà se Holyrood (il parlamento scozzese) ha o meno il potere di indire una nuova consultazione. Non ci si arriva con un clima di distensione.

Infine, l’Irlanda del Nord. È paralizzata dopo le elezioni vinte da Sinn Féin, perché il Democratic Unionist Party (Dup) rifiuta di formare un governo – l’Accordo del Venerdì Santo prevede la coabitazione al potere – finché non sarà rivisto il protocollo che ha lasciato la regione nel mercato unico comunitario. Truss ha paventato di riscriverlo unilateralmente e di attivare il famigerato «articolo 16» per sospendere i controlli doganali. Non è un segreto che l’obiettivo di Londra sia rinegoziare le condizioni, ma procedere in questa direzione vorrebbe dire ipotecare le relazioni con l’Unione europea mentre c’è una guerra nel cuore dell’Europa.

Il fantasma della Thatcher è un alleato da evocare nella campagna elettorale, ma infesta le stanze di Downing Street. Come Churchill per Johnson, accostarsi agli antenati illustri può essere controproducente se poi non si è alla loro altezza. Buona fortuna, Liz.

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