Il cinema e l’anti-cinemaJean-Luc Godard era un’altra cosa

Come Picasso si erge tra la pittura classica e quella contemporanea, lo stesso si può dire del regista francese simbolo della Nouvelle Vague morto a 91 anni: dopo di lui, nel mondo della settima arte, è cambiato tutto

Bande à part, Wikimedia Commons

Nel film “Il mio Godard” di Michel Hazanavicius, l’attore Louis Garrel, che interpreta Godard, dice alla sua amica: «I sentimenti? Ma per quello c’è Truffaut!».

Forse nella realtà questa frase non è mai stata pronunciata, ma rende benissimo il “disprezzo” di JLG per il cinema convenzionale, facile, addirittura sentimentalistico che per molti anni imputò all’ex amico Truffaut e, tramite lui, a tutto il cinema mondiale.

Godard è stato questo, una presenza fortissima diventata con il passare degli anni un’assenza che oggi, con la morte a 91 anni, diventa definitiva. Il regista parigino è stato “il” cinema e al tempo stesso l’“anti-cinema”, un fiume di creatività che nel suo scorrere ha portato con sé l’aria nuova della Nouvelle Vague, le pulsioni contestatrici e rivoluzionarie, lo sperimentalismo e tante altre cose ancora che lo spettatore di oggi inevitabilmente stenta ad apprezzare, almeno a un primo sguardo.

Un grande intellettuale persino al di là della bellezza delle opere, come anche è per Sartre, due “numi” del Sessantotto parigino: di entrambi rimane il pensiero ancor prima delle opere. Perché fu un inarrivabile teorico del cinema. Tanto che viene da dire: una genialità troppo vivida per metterla realmente in pratica con la macchina da presa.

Sì, un cinema difficile, innovativo, anzi di rottura, teorizzato sui famosi Cahiérs du cinema, insieme a Truffaut e agli altri grandi della Nouvelle vague, peraltro diversissimi tra loro – Claude Chabrol, Eric Rohmer, Jacques Rivette – uno spartiacque nella storia del cinema (non solo francese) che faceva a pezzi il cinema tradizionale riprendendo e rileggendo i grandi americani e il neorealismo italiano (l’amore per Rossellini si vede in tante scene degli allora giovani francesi).

Si può dunque affermare che c’è stato un cinema prima di Godard e un cinema dopo Godard, un po’ come Picasso si erge tra la pittura classica e quella contemporanea. Lui era un’altra cosa, anche rispetto ai colleghi dei Cahiérs. Anche a un non-cinefilo basta una inquadratura per dire: «È Godard». Scene bellissime magari dentro un film noioso ma che non si dimenticano più: il caschetto di capelli di Jean Seberg, il pollice sulle labbra di Jean Paul Belmondo, gli occhi di Anna Karina, certi tagli improvvisi, la carrellata dentro il Louvre sono per il cinema quello che la Patetica di Ciaikowskij o Le quattro stagioni di Vivaldi rappresentano per la musica: e pazienza se c’è qualcosa di antico e perciò di difficile fruibilità in tutte queste cose.

Certo non tutta l’enorme opera di JLG è da considerare allo stesso modo. Sicuramente è il “primo” Godard (“Fino all’ultimo respiro”, “Bande à part”, “Il bandito delle undici”, “Vivre sa vie”, “Il disprezzo”) a poter riscuotere ancor oggi un buon gradimento (se qualcuno lo trasmettesse in tv…), più del Godard successivo – a parte il magnifico “Prénom Carmen”, vincitore a Venezia, dove la giuria era presieduta dal suo più grande ammiratore, esegeta e in qualche modo “fratello minore” Bernardo Bertolucci – per non parlare delle ultime pellicole ipersperimentali e stranianti.

Insomma, un genio tra i più grandi della storia del cinema, accanto ai Fellini, ai Kurosawa, agli Hitchcock. agli Ozu, agli Hawks, ai Dreyer, nomi molto amati dal regista di “Fino all’ultimo respiro”. Quando morì Truffaut, l’ex amico-rivale scrisse: «François è morto, forse. E io, forse, sono vivo. Ma non c’è poi differenza, vero?». Aveva ragione, un gigante come Jean-Luc Godard non muore.

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