L’altro impresentabile Il governo Meloni non è ancora nato, ma ha già una grana: Matteo Salvini

Il segretario leghista ha bisogno di un ministero importante per recuperare consensi dentro e fuori il suo partito. La leader sovranista preferirebbe di no e, in questo momento, ha bisogno di tutto tranne che di un congresso permanente della Lega

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Può sembrare un paradosso: Giorgia Meloni avrebbe voluto qualche punto in meno per Fratelli d’Italia e qualcuno in più per la Lega. Non certo per bontà e altruismo, che in politica non esistono, ma per non trovarsi nelle condizioni in cui si trova adesso, con un alleato sull’orlo di una crisi di nervi. Matteo Salvini ha perso 3,5 milioni di voti rispetto al 2018. Anche Silvio Berlusconi ne ha persi tantissimi (2,3 milioni) ma dentro Forza Italia nessuno chiede le sue dimissioni, anzi si festeggia quell’8% e il mancato sorpasso di Carlo Calenda come un miracolo. Il Carroccio invece sembra una tonnara. 

Doppiato da Fratelli d’Italia in Veneto e in Lombardia. Il padre fondatore Umberto Bossi non viene eletto e fa sapere che bisogna tornare ad ascoltare il mitico popolo del nord. Salvini chiede che il Senatùr venga nominato senatore a vita, dimenticando che i senatori di nomina presidenziale sono al massimo cinque e sono ancora tutti in vita. Nel proporzionale a Bergamo la Lega non elegge un parlamentare. Il progetto di Lega Nazionale è abortito. L’ex segretario Bobo Maroni e altri esponenti lombardi e veneti, avvelenati per essere stati emarginati e non candidati,  ne chiedono apertamente le dimissioni. Il governatore Luca Zaia lancia messaggi espliciti alla presidente del Consiglio in pectore ma hanno tutto il sapore di avvertimento allo stesso Salvini. Lo aveva detto alla vigilia del voto e lo ha ripetuto ieri: non si può aspettare il presidenzialismo per fare l’autonomia, che vale pure la messa in discussione di un governo. «Ben venga il presidenzialismo – dice il “doge” – ma non è che dobbiamo aspettare una bicamerale per avere l’autonomia, cioè non è che dobbiamo fare lo scambio dei prigionieri. Noi siamo tutti d’accordo con il presidenzialismo, però in questa fase l’unico progetto che è pronto è l’autonomia».

Insomma, Meloni di tutto ha bisogno in questo momento tranne un congresso permanete della Lega, come se fosse il Partito Democratico specializzato nel divorare i suoi segretari. Ha tanti problemi da affrontare e li abbiamo ripetuti fino alla noia, a cominciare dalla legge di Bilancio, al costo dell’energia, all’inflazione, al quarto finanziamento dell’invio di armi in Ucraina, alla gestione del Pnrr. Per non parlare dei timori all’estero e dei mercati. Deve farsi conoscere e accettare. Si pensi solo all’esordio di fuoco che avrà subito dopo la fiducia del Parlamento. Il G20 del 15 e 16 novembre dove incontrerà il presidente americano Joe Biden, che non vede l’ora di conoscere una convinta sostenitrice della guerra Ucraina. Il vertice europeo del 15 e 16 dicembre in cui verrà passata ai raggi X.

Robetta così, che ovviamente richiederebbe una partenza del governo con tutti i crismi e la forza necessaria. E invece la Lega ribolle e Salvini è in difficoltà, stenta a ottenere la poltrona della sua vita, quella del Viminale. Le cose (fonti interne) stanno così: Meloni vorrebbe che l’ex Capitano, degradato a tenente, non chiedesse il ministero dell’Interno. Se proprio insisterà strenuamente, si rende conto che non potrà dirgli di no, ma sarebbe meglio che accettasse un altro incarico ministeriale, magari anche la prestigiosa carica di presidente del Senato. Che spettacolo Salvini seconda carica dello Stato, supplente del presidente della Repubblica! Pensarlo imbalsamato in quell’alto scranno è impossibile, anche se da quella posizioni altri in precedenza (Gianfranco Fini e Fausto Bertinotti) fecero tanta politica. Lui però, di natura iperattivo, vuole essere in prima fila, essere attivo, decidere, partecipare ai Consigli dei ministri, recuperare voti. Una classica «mina vagante» (definizione che viene da Fratelli d’Italia).

Il ragionamento meloniano è questo: «Il nostro problema è rassicurare tutti coloro che ci aspettano al varco, soprattutto in Europa. Noi ancora spaventiamo, c’è chi pensa che a Roma sono tornati i fascisti come nel 1922. E che ci mettiamo fare casino con le dirette Facebook? Noi dobbiamo ottenere risultati concreti, anche sul contrasto all’immigrazione, ma senza clamore». E poi, aggiungono sempre dalle parti di Fratelli d’Italia, Salvini (stesso discorso vale per Silvio Berlusconi) non può chiedere la luna, troppi ministeri e pure una delle due presidenze delle Camere: «Non si può far finta di niente, che dalle urne non sia emerso un ridimensionamento della Lega e di Forza Italia».

Salvini invece fa finta di niente. Il Consiglio federale leghista ieri ha precisato che la Lega sarà «parte fondamentale del governo» e che, parole se capogruppo alla Camera Riccardo Molinari, «con un ministero di peso» per Salvini.

«La Lega potrà recuperare consenso grazie ai risultati che otterrà nel governo di centrodestra». Certo, «c’è rammarico per il risultato che molti hanno spiegato con la convivenza forzata con Pd e Cinquestelle». Ma deve essere chiaro a tutti, alla Meloni in primis, che i leghisti eletti sono tanti, 95 parlamentari che possono decidere la vita e la morte del primo governo guidato dalla destra e da una donna. 

Non proprio un buon viatico. Salvini difficilmente verrà scalzato dalla segreteria. Meloni non crede che questo accadrà, anche perché non c’è nessuno che si fa avanti al suo posto, e nemmeno se lo augura che ci sia una successione al vertice della Lega. Con tutte le cose che ha fa fare. Ma dove mettere Matteo senza che faccia danni è un problema.