Mondo GabibboIl senatore, la tizia-senza-nome e i tre giorni del condor che ci possiamo permettere

Che abbia ragione Richetti o la sconosciuta che lo accusa di molestie, quello che è certo è che abitiamo un tempo in cui la combinazione di esibizionismo e infantilismo rende verosimile anche ciò che appare del tutto implausibile

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Questo è un articolo sui tre giorni del condor, ove per «condor» s’intende l’uccello che gli uomini non sanno evidentemente tenersi nelle mutande, e – data questa caratteristica intrinseca fornita loro dai gameti (assieme all’interesse per le partite di calcio e all’incapacità di distinguere il malva dal pervinca) – il fatto che a quel punto sia molto difficile giudicare un’accusa di molestie a meno che non si ragioni per slogan.

Se si ragiona per slogan è tutto più semplice: le donne non mentono mai (si vede che io sono un uomo), credete alle vittime, e altre amenità. Se si prova a ragionare è in genere impossibile sapere come sia andata (è quel che rende i reati sessuali così complicati da giudicare: è molto raro che ci siano prove inoppugnabili in un senso o nell’altro). Però si può osservare il contorno, che come spesso accade è assai più affascinante del resto.

Riassunto minimo della vicenda per chi, beato lui, vivesse nella capanna di Unabomber e non avesse passato il finesettimana a ricevere (e inviare) centinaia di messaggi sulla vicenda Matteo Richetti vs Tizia di cui non sappiamo il nome.

Giovedì sera Fanpage pubblica l’articolo apparentemente più insensato della storia del giornalismo (ma è lunedì e siamo ancora qui a parlarne, quindi avevano ragione loro). Una tizia di cui non si fa il nome accusa un senatore di cui non si fa il nome d’averla molestata, minacciata, e altre amenità. A corredo ci sono presunti messaggi del senatore: il nome e la foto profilo vengono cancellati dalle foto dei messaggi, ma non abbastanza accuratamente da non far ricevere a tutti noi, nella mattinata di venerdì, decine di messaggi che dicono «Pare sia Richetti». Questo nonostante nella prima versione dell’articolo, poi corretto, si dica che nel 2018 il molestatore recidivo era già nello stesso partito in cui è ora (Azione, che nel 2018 non esisteva).

Poi sui messaggi fotografati nell’articolo ci torniamo, ora passiamo a sabato mattina. Quando Carlo Calenda invia un po’ a chiunque la denuncia che Richetti ha presentato nel dicembre 2021 contro un’ignota. La denuncia, da lui inviata a chi si occupa d’informazione sembrandogli discolpante di Richetti, è un capolavoro di commedia all’italiana che immediatamente attira assai più l’attenzione degli sceneggiatori che dei cronisti.

Sono cinque pagine, tre delle quali consistono nella trascrizione d’un messaggio WhatsApp lungo come un romanzo breve, inviato a Richetti da una che egli dichiara di non sapere chi sia. La signora sembra però sapere benissimo chi è Richetti. Tra i momenti letterariamente migliori del messaggio, quello in cui definisce l’amante (presunta, se garantismo dev’essere) di Richetti «nana» e «mongoloide», e quelli in cui scrive «Amore», sempre e solo maiuscolo. C’è anche il passaggio in cui questa figura a metà tra Adèle Hugo e una bollitrice di conigli dice di sé «io sono un personaggio pubblico, mi conoscono tutti»; purtroppo ciò non rappresenta un indizio, nell’universo in cui siamo tutti famosi per quindici like.

Il direttore di Fanpage pubblica un secondo articolo (questa volta firmato da lui; il primo era firmato dal «team Backstair», giacché senso del ridicolo l’è morto) in cui si costerna s’indigna s’impegna, dice che Calenda ha pubblicato dati sensibili, che non è affatto detto che la tizia (anonima) della denuncia fatta da Richetti sia la stessa tizia (anonima) che hanno intervistato loro, ma non risponde alla domanda che tutti ci stiamo a quel punto facendo da due giorni: Fanpage ha verificato che i messaggi fotografati siano in effetti partiti dal telefono di Richetti? (Due anni fa Ben Smith scrisse sul New York Times un articolo pieno di dubbi sui riscontri e le verifiche fatti da Ronan Farrow, smanioso di scoop, nei suoi pezzi sul MeToo. Ma Ronan Farrow scrive sul New Yorker, e Fanpage è testata d’onore).

Il direttore non risponde alla domanda principale anche perché la curiosa posizione di Fanpage è: ma noi mica abbiamo detto sia Richetti. Curiosa fino a un certo punto, cioè il punto in cui Richetti annuncia una querela contro Fanpage, che a quel punto può replicare: sei tu che ti sei riconosciuto, mica noi che ti abbiamo accusato. (Se il New York Times e il New Yorker avessero pubblicato degli articoli in cui scansavano le querele omettendo il nome di Harvey Weinstein, non sarebbe mai esistito il MeToo).

Tutto il mondo è Gabibbo – le presunte vittime che invece di andare in commissariato vanno dalle testate scandalistiche, i politici che si twittano l’un l’altro «vergognati» – e quindi la domenica la passiamo a osservare lo spettacolo d’arte varia.

La Murgia che usa il solito trucco retorico delle donne che per forza non denunciano perché guarda come le aggrediscono poi (ove accusata di qualcosa che ritiene infondato, sono ragionevolmente certa che Michela Murgia se ne starebbe zitta e buona per non inficiare il diritto del querelante al monopolio delle versioni dei fatti).

Calenda che, nel ruolo di Vito Corleone, twitta teste di cavallo: «Conserviamo quanto hanno scritto non solo i giornali ma anche scrittrici e militanti di partito. A futura memoria di un Paese dove il giornalismo ha perso ogni etica».

Richetti che corregge il tiro e dice che sì, in effetti la tizia l’ha incontrata e sa chi è, e ha presentato ulteriori denunce per precisarlo. Quindi quella che gli scriveva cinquecento righe di recriminazioni sulla loro grande storia d’amore non aveva trovato il suo numero per caso: chi l’avrebbe mai detto.

Osserviamo lo spettacolo d’arte varia al centro della scena, che ci distrae da quel contorno che mi sembra invece molto più importante, se vogliamo capire non chi abbia torto e chi ragione nello specifico caso, ma come funzioni il tempo che abitiamo.

Gli screenshot nel pezzo di Fanpage sono di uno che scriverebbe, a una tizia che avrebbe molestato, che tanto lei non può denunciarlo perché lui ha l’immunità. Non distraetevi col dito del «non è tecnicamente vero»: guardate la luna del «ma chi è il coglione che lascerebbe una prova scritta del genere, nell’era dello screenshot e dell’inoltro?». La risposta è: chiunque.

La ragione per cui la prima reazione di tutti alla lettura di quell’articolo è stata «vabbè, ma allora è scemo» è che quell’incontinenza lì è perfettamente plausibile, nell’epoca in cui uomini politici si sono giocati carriere per aver mandato in giro foto del proprio uccello. È probabilmente anche la ragione per cui Fanpage ha preso per veri quei messaggi: che abitiamo l’epoca che unisce l’immanenza del non sapersi tenere l’uccello nei pantaloni a quella del non capire che non devi lasciare prove in giro.

S’instagrammano i rapinatori, cosa vuoi che abbiano discrezione quelli che non se lo tengono nelle mutande. Non esiste più l’inverosimiglianza. Nel 1992 Jeremy Irons incontrava per dieci secondi Juliette Binoche ed era immediatamente pronto a ferire a morte il figlio, con cui lei era fidanzata, e lasciare la moglie, perché scoparsela diveniva da subito la sua unica ossessione. Noi guardavamo “Il danno” sullo schermo del cinema e pensavamo: sì, vabbè, ma chi ci crede, sei un parlamentare cinquantenne, mica un dodicenne privo di lobi frontali.

Trent’anni dopo, leggiamo che un senatore italiano telefonerebbe a una tizia vista mezza volta singhiozzando «Non riesco a chiudere occhio senza di te, dobbiamo essere felici insieme», indistinguibile da un diciottenne senza inibizioni e raziocinio, e pensiamo che sì, magari verrà fuori che non è vero ma, nella tragica combinazione di esibizionismo e infantilismo che ci caratterizza, mica è inverosimile.

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