Discarico di responsabilitàCome Frontex ha violato i diritti umani dei profughi (mentendo all’Unione Europea)

Il Parlamento Ue ha rifiutato di approvare il bilancio 2020 dell’agenzia di frontiera europea, criticandone la mancata tutela dei diritti fondamentali di persone migranti e richiedenti asilo. Il rapporto dell'Ufficio antifrode (Olaf) delinea le violazioni dell’agenzia nel Mar Egeo ma anche al suo interno

LaPresse

L’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, meglio nota come Frontex, non ha protetto i diritti fondamentali dei migranti e dei richiedenti asilo. Il giudizio del Parlamento Europeo è solo l’ultima dimostrazione – dopo anni di inchieste giornalistiche e indagini interne alle istituzioni Ue – di come Frontex abbia tradito sistematicamente i valori fondanti europei.

Non sorprende, perciò, che i deputati eletti dai cittadini non abbiano approvato il bilancio dell’agenzia per l’anno 2020, il cosiddetto “discarico” che consente al Parlamento di chiedere alle agenzie Ue di rendere conto del modo in cui adoperano i fondi pubblici, concedendo, rinviando o rifiutando l’approvazione delle specifiche modalità di esecuzione. Tradotto: il Parlamento europeo non ha ritenuto corretto il modo in cui Frontex ha speso i soldi pubblici, e ora l’agenzia dovrà agire secondo le raccomandazioni espresse nella relazione di accompagnamento alla decisione prima di poter presentare di nuovo richiesta.

Il capodelegazione del Partito Democratico al Parlamento europeo Brando Benifei spiega a Linkiesta come già in occasione discarico del 2019 furono poste sette condizioni in vista del voto di quest’anno: «Due di quelle, ad oggi, non sono state ancora rispettate. Mi riferisco, in primo luogo, al mancato completamento dell’assunzione degli osservatori dei diritti fondamentali (che da regolamento Frontex doveva essere di almeno 40 entro il 5 dicembre 2020) e, in secondo luogo, alla mancata sospensione del supporto ai rimpatri dall’Ungheria, alla luce di quanto enunciato da una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea».

Già a maggio l’Eurocamera aveva rinviato la certificazione del bilancio 2020 di Frontex, mentre nell’ottobre 2021 aveva chiesto di congelare 90 milioni di euro del progetto proposto dall’agenzia per il 2022, ovvero il 12% di un finanziamento totale che si aggira intorno ai 758 milioni di euro. «La questione finanziaria è ovviamente importantissima dal momento che stiamo parlando dei soldi di tutti i cittadini europei, i quali non possono essere spesi in maniera poco limpida o per perseguire scopi ingiusti».

Il 29 aprile 2022 l’allora direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, si era dimesso in seguito alla pubblicazione, a febbraio, di una dettagliata relazione dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf) in cui si evidenziavano le responsabilità dell’agenzia nella copertura di gravi violazioni dei diritti umani presso le frontiere esterne dell’Unione, e dell’elusione delle richieste di chiarimento da parte di Commissione e Parlamento Europeo attraverso omissioni e dichiarazioni false. Dimissioni cui non ha evidentemente fatto seguito un reale cambiamento culturale e strutturale all’interno dell’enorme apparato securitario europeo di frontiera. Per questo 345 eurodeputati hanno votato per rifiutare il discarico contro 284 contrari e 8 astensioni.

Frontex ha il compito di controllare le frontiere esterne degli Stati dell’Unione europea e di quelli aderenti al trattato di Schengen. Venne fondata nel 2016 in risposta alla monumentale emergenza profughi cui l’Europa stava assistendo, sostituendosi alla precedente agenzia omonima creata nel 2004, dimostratasi però inefficace nel conseguire gli obiettivi iniziali. Quelli della nuova Frontex sono, essenzialmente, assistere gli Stati europei in modo attivo nella gestione delle crisi migratorie, organizzando operazioni congiunte di assistenza umanitaria e rimpatrio, rafforzare il controllo delle frontiere esterne. A livello pratico, Frontex si avvale dei corpi di polizia e delle guardie di frontiera dei Paesi membri, e può dotarsi di propri mezzi, siano essi navi o aerei, concessi in dotazione dagli Stati in cui essi sono registrati.

Fino a pochi giorni fa, l’accesso al rapporto Olaf che ha portato alle dimissioni di Leggeri era limitato a pochissime persone: rappresentanti della Commissione europea, del Management Board di Frontex, alcuni membri del Parlamento europeo e, ovviamente, della stessa Olaf. I suoi contenuti, però, erano stati pubblicati a luglio dalla testata tedesca Der Spiegel e dal gruppo di giornalismo investigativo Lighthouse Reports. Giovedì 13 ottobre Der Spiegel e il sito tedesco FragDenStaat hanno reso pubblico il documento nella sua versione integrale, con gli omissis necessari alla tutela delle persone coinvolte.

Il rapporto, la cui elaborazione è durata 16 mesi, è lungo oltre 120 pagine, e descrive gravi violazioni perpetrate dall’agenzia, occorse a diversi livelli. Uno degli aspetti principali dell’operato illecito di Frontex riguarda le sue attività sul lato orientale dell’Europa, soprattutto al confine tra Grecia e Turchia e nei Balcani. Lo stesso Parlamento europeo, nelle motivazioni che hanno accompagnato la votazione sul discarico del bilancio 2020, ha fatto riferimento al sostegno dell’agenzia nelle operazioni di rimpatrio in Ungheria e, in particolare, alle sue responsabilità dirette e indirette dei respingimenti illegali in Grecia.

Il confine greco-turco, che comprende una parte terrestre e una marittima, è spesso al centro di scontri politici e polemiche sui diritti umani dei rifugiati. Basti pensare alla notizia del ritrovamento, venerdì 14 ottobre, di 92 migranti completamente nudi vicino al fiume Evros da parte delle autorità greche. Le testimonianze raccontano di una costrizione a passare il confine da parte delle forze turche, attività che avviene sistematicamente e pone i migranti tra l’incudine di Ankara, che spinge le persone con la forza verso l’Europa, e il martello di Atene, che invece non le vuole.

La Grecia è uno dei partner più importanti di Frontex, che conta nel Paese numerosi agenti. Il ministro delle migrazioni greco, Notis Mitarachi, non ha mai nascosto il suo sostegno ai respingimenti di migranti e, a gennaio, ha ringraziato Leggeri per il contributo di Frontex nel ridurre l’arrivo di persone all’interno dei confini ellenici. Il rapporto Olaf spiega come, il 5 agosto 2020, un aereo di Frontex in volo sull’Egeo avvistò una barca con circa 30 persone a bordo venir rimorchiata dalle autorità greche verso le acque territoriali turche, lanciando quello che tecnicamente viene definito Serious Incident Report (Sir) in quanto il fatto costituiva una violazione dei diritti umani. Nel giro di un mese, l’aereo venne ricollocato nel Mediterraneo Centrale: durante una perquisizione negli uffici di Frontex, l’Olaf ha riscontrato in una nota scritta a mano come l’aereo fosse stato ritirato «per non testimoniare».

Atti di respingimento come quello a cui assistette l’aereo di Frontex non sono eccezionali, e non lo sono nemmeno i tentativi di coprirli da parte dell’agenzia. Ad aprile Der Spiegel, insieme con Lighthouse Reports, le Monde e altre testate, ha pubblicato una grande inchiesta resa possibile grazie all’ottenimento di dati interni ottenuti tramite Foia (Freedom of Information Act). L’articolo spiega come decine di atti di respingimento, anche violento, da parte delle autorità greche, siano state derubricate da Frontex come azioni di “Prevenzione della partenza”, definizione che però non corrisponde alla realtà. Nel maggio del 2020, ad esempio, le forze armate greche respinsero al largo dell’isola di Samos 30 persone in mare sparando nell’acqua, colpendo la loro barca con un uncino e distruggendone il motore. Le misero poi su due gommoni e le trascinarono verso la Turchia, dove sarebbero state recuperate solo molte ore dopo dalle autorità di Ankara. «Non sembrano esserci respingimenti nel database di Frontex» scrive lo Spiegel. «I rifugiati tornano volontariamente indietro con le loro barche o almeno vengono intercettati senza l’intervento della guardia costiera greca. È uno sguardo su una realtà alternativa».

I respingimenti alla frontiera, è importante ribadirlo, sono illegali. L’articolo 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani stabilisce il «diritto di cercare e di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni», mentre la Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati del 1951 sancisce il principio di “non refoulement”, ossia di non respingimento, affermando all’articolo 33 che «Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche».

Il respingimento costituisce, quindi, una violazione dei diritti fondamentali dell’individuo. Tali abusi vengono commessi in ogni segmento della frontiera esterna dell’Unione, inclusa l’Ungheria. Nel Paese, sul cui confine con la Serbia corre un muro di filo spinato che taglia la carne dei disperati – uomini, donne e bambini – che provano ad attraversarlo, le forze di polizia operano sistematicamente respingimenti, anche violenti. Nonostante ciò, Frontex ha confermato poche settimane fa il proprio sostegno alle attività di rimpatrio, dicendosi semplicemente «consapevole» di quelli che ha definito «rischi potenziali» per i richiedenti asilo. La presenza di Frontex sul suolo ungherese era stata confermata da una volontaria attiva nel nord della Serbia, che aveva raccontato a Linkiesta come lei e i suoi colleghi avessero ricevuto riscontri dai migranti «che descrivevano agenti con indosso le uniformi di Frontex coinvolti nei respingimenti». Uno di loro, picchiato ripetutamente sulle gambe, aveva indicato «l’uniforme di Frontex in una selezione di foto, descrivendo come gli agenti avessero una bandiera tedesca sul braccio».

Ma il rapporto Olaf pubblicato nei giorni scorsi non si limita a riportare casi di occultamento dei respingimenti. Le violazioni vanno oltre il livello del campo per raggiungere i più alti gradi della struttura interna di Frontex, e dei suoi rapporti con gli altri organismi europei. L’agenzia antifrode spiega come l’Ufficio per i Diritti Fondamentali (Fundamental Rights Office, Fro) interno a Frontex sia stato emarginato, stigmatizzato ed escluso dalle operazioni dell’agenzia, la cui leadership ne ha di fatto impedito il naturale lavoro di sorveglianza. La resistenza interna verso il Fro è ben testimoniata dai messaggi WhatsApp in cui la posizione pro-diritti dell’Ufficio è descritta come una «dittatura intellettuale» e paragonata al «terrore degli Khmer Rossi», e i suoi agenti etichettati come «esterni».

Uno dei modi per ostacolare il lavoro del Fro era limitare l’accesso dell’Ufficio al sistema Eurosur di sorveglianza di frontiera, ma presto si è andati oltre. Nel 2020, Frontex ha deciso di classificare i Serous Incidents Reports, la principale traccia fisica di eventuali violazioni dei diritti fondamentali, impedendone la visione al Fro. Sempre che i Sir venissero effettivamente compilati: sembra infatti che, per evitare ripercussioni, gli agenti evitassero di riportare quanto avevano visto ciò a cui avevano partecipato.

La Commissione europea, dopo ripetute segnalazioni civili e giornalistiche nel corso del 2020, iniziò presto a chiedere risposte a Frontex rispetto al miglioramento dei meccanismi di protezione dei diritti. L’Olaf ha riscontrato come l’agenzia abbia depistato la Commissione offrendo una visione parziale degli eventi, evitando di cooperare e arrivando addirittura a mentire nei confronti del Parlamento Europeo. Tutto ciò è definito dall’Olaf come «una mancanza di lealtà nei confronti dell’Unione».

Per mesi, l’Unione è stata a conoscenza di quanto affermato dal report Olaf. Eppure, poco sembra essere cambiato. Certo, Leggeri si è dimesso, ma, come dimostra l’ultimo pronunciamento del Parlamento Europeo sul bilancio del 2020, sono evidentemente necessari altri passi. L’articolo 46 del Regolamento di Frontex stabilisce la sospensione di ogni attività collegata a violazioni dei diritti fondamentali, ma non sembrano essere state prese misure in tal senso. Anzi, l’agenzia continua a ribadire la piena aderenza della sua attività al quadro legale europeo.

«Frontex va senz’altro ripensata profondamente nel quadro generale di una revisione delle politiche migratorie dell’Ue» afferma Benifei. «Occorre che l’Unione verifichi l’assetto organizzativo dell’agenzia, valutando l’efficienza ma anche il rispetto dei diritti fondamentali». Va aumentato, aggiunge, il potere di controllo del Parlamento Europeo e dei Parlamenti nazionali sulle politiche migratorie dei governi e di Frontex, così come sulle varie azioni portate avanti con risorse europee, e va cambiato l’ambiente di gestione dell’agenzia: «Attendiamo la nomina nel nuovo vertice di Frontex, il quale mi auguro saprà prendere in considerazione nella maniera più opportuna tutte le vicende che hanno interessato l’agenzia così come le varie decisioni prese dal Parlamento Europeo finora. Se Frontex rispettasse in toto le nostre raccomandazioni credo raggiungeremmo già un ottimo risultato».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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