Il Cavalier furiosoL’azzardo di Meloni e le tre strade politiche per risolvere la crisi con Berlusconi

Forse la leader sovranista ha fatto male i conti: come può pensare di durare cinque anni con un alleato così ferito e umiliato? Soprattutto al Senato dove la maggioranza si regge su 12 voti

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È la nemesi del vecchio leone. Abituato a comandare e sbranare nella savana politica, si trova a sua volta sbranato dai giovani del branco. Nel caso di Silvio Berlusconi si tratta della giovane leonessa Giorgia Meloni: più che i denti usa gli artigli. Una doppia nemesi perché si tratta appunto di una donna, anzi di due donne, il genere che è sempre stato sua croce e soprattutto delizia nella vita privata. Ora per una donna, la badante maxima Licia Ronzulli, si sta facendo prendere a pesci in faccia dalla leader di Fratelli d’Italia, che considera l’ex infermiera senatrice una scartina di terzo ordine, una serpe in seno. «Figuriamoci se la voglio attorno al tavolo del Consiglio dei ministri», ha ripetuto Meloni più volte in questi giorni. 

Attenzione, questa è una vecchia storia che sta culminando in un azzardo dell’ex ministro della Gioventù: umiliare il suo vecchio presidente, con ciò che significherà per la vita del governo non ancora nato. Ne parleranno dopo. Prima la vecchia storia. Rewind di 10 anni. Correvano gli anni del Partito della Libertà, il partito unico in cui confluirono Forza Italia e Alleanza Nazionale a capo del quale c’era, neanche a dirlo, Berlusconi, il quale cominciava a essere un po’ malconcio politicamente. Aveva perso rovinosamente nel 2011 il governo, Casini e Follini già lo spernacchiavano.

C’era già stata la scissione dopo il «che fai mi cacci» di Gianfranco Fini, che la trentenne Meloni non seguì per rimanere nel Pdl a rompere le scatole al Presidente con la richiesta di fare le primarie. Era il suo chiodo fisso, sull’onda dell’esperienza del Partito Democratico. La leader del movimento giovanile del Partito della Libertà, la Giovane Italia, voleva già rottamare Berlusconi e sfidare il suo delfino Angelino Alfano, parlava di gerontocrazia che governava il Paese. Per il padre padrone la piccoletta della Garbatella, la Calimera di Colle Oppio, era una fastidiosa zanzara da schiacciare appena possibile. E riportò in vita Forza Italia, fagocitando tutto ciò che rimaneva degli eredi di Alleanza Nazionale. Lei, con Ignazio La Russa, si ribellò e nel 2014 fondò Fratelli d’Italia per rifondare il centrodestra e rottamare la sua leadership, sul modello sperimentato da Matteo Renzi nel Partito Democratico.

Una lunga rincorsa, obiettivo centrato il 25 settembre 2022, la nemesi appunto che si abbatte sul Cavaliere, che ora viene sorpreso nel suo banco di senatore a scrivere su un foglio di carta che «Giorgia non ha disponibilità a cambiamenti, è una con cui non si può andare d’accordo. Supponente, arrogante, prepotente, offensiva». La risposta di Meloni è durissima e sibillina: «Mi pare che tra le cose scritte da Berlusconi manchi un punto: non sono ricattabile». A cosa si riferisce? Di quali ricatti parla? Roba da Copasir, di servizi segreti la cui delega lei si terrà ben stretta.

Berlusconi non aveva tenuto in conto cosa sono capaci di fare le donne testarde e politicamente attrezzate, e ora è lui avvelenato. E scrive quelle cose che La Russa, da presidente del Senato, la cui elezione ha fatto scoppiare il casus belli, chiede di smentire, come se si potesse smentire un’immagine. Siamo già alle comiche e non sono finali.

A essere ancora più arrabbiata è lei, offesa per la macchia lasciata nel primo voto di questa legislatura, per quel Vaffa detto tra i denti dall’anziano leone, che sfiata, che aveva garantito alla parvenu lo scudo protettivo dei Popolari europei. Ma lui non ha capito che la musica è cambiata, che il centrodestra è retto dalla destra-destra, si rassegni.

Ma la domanda è: la presidente del Consiglio in pectore ha fatto bene i conti?

Ora, va bene ripagarlo per aver subito un passato di umiliazioni, di inciuci, di governi tecnici, per non averla sostenuta nella corsa al Campidoglio nel 2016 perché «non sarebbe in grado neanche di amministrare il suo condominio». Va bene pure che l’insistenza del Cavaliere sul nome di Ronzulli, su Giustizia e telecomunicazioni era eccessiva. Berlusconi dovrebbe rassegnarsi a essere un gregario ed è chiaro che si tratta di una bestemmia ad Arcore. Ma come può Meloni pensare di durare cinque anni con un alleato così ferito e umiliato?

Il suo governo dovrà affrontare tanti di quei problemi economici, tanti di quegli esami internazionali, dovrà rispondere a tante di quelle aspettative riposte in lei dagli elettori sbandati (ancora una volta un salvatore dalla Patria, è il caso di dire), che avrebbe bisogno di un Cavaliere ammansito. Non certo furioso. 

Fintantoché Berlusconi controlla i suoi gruppi parlamentari, Meloni da lui dovrà passare, al Senato soprattutto dove la maggioranza si regge su 12 voti. E tra ministri senatori assenti in aula e numeri risicati nelle commissioni, scivolare su un provvedimento è facilissimo.

Meloni mostra i muscoli ma il suo è un azzardo. Ora ha tre strade davanti. Un compromesso onorevole, oppure sopravvivere con i voti di pezzettini di opposizione “responsabili”, che lei ha sempre detestato. Oppure ancora minacciare elezioni aprendo uno scenario israeliano, puntando a un quasi monocolore. Lei le esclude tutte e tre e dice che Berlusconi non ha scampo. Ecco l’azzardo, perché il vecchio leone è capace di tutto, tranne se lei pensa di potergli sfilare i parlamentari e completare la nemesi.

Poi alla fine faranno il governo e un’altra armata Brancaleone si metterà in marcia in questo sfortunato Paese, come del resto si sono messi insieme per le elezioni. Già, il voto. Avevamo capito male che votando centrodestra avremmo visto un altro film? Un governo solido e politico? Italiani illusi. Almeno quelli che l’hanno votato.

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