Maledetta primavera Ha fatto prima Meloni a formare il governo che il Pd a decidere la data del congresso

La direzione del partito che dovrebbe avviare il percorso verso le assise è fissata per venerdì, ma dal Nazareno assicurano che «non ci sarà un’accelerazione». Per carità, perché affrettarsi?

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Ha fatto prima Giorgia Meloni a formare un governo che il Partito democratico a decidere la data del congresso. Non è una battuta: la questione, non ancora sciolta, è all’ordine del giorno della direzione fissata per venerdì 28 ottobre – potevano scegliere un giorno migliore per cominciare ufficialmente la marcia verso il congresso? No, non potevano – ad appena un mese e tre giorni di distanza dalle elezioni del 25 settembre.

E se pensate che in questa notazione vi sia un eccesso di maliziosa ironia, probabilmente è perché non avete letto, al riguardo, il commento proveniente «dal Nazareno» e ieri puntualmente riportato dalle agenzie: «Non ci sarà un’accelerazione come taluno chiede, ma i tempi saranno congrui e per metà marzo potrà essere completato il percorso». Ma sì, che fretta c’è?

Per essere onesti bisogna aggiungere che non è tutta colpa di Enrico Letta, perché molto hanno pesato lo statuto e l’opinione dei principali dirigenti, convinti che dimissioni immediate del segretario avrebbero comportato una più rapida e meno controllabile vittoria di Stefano Bonaccini, a spese loro, nonché la circostanza, non da tutti ritenuta auspicabile, che a guidare il Partito democratico alle consultazioni e a gestire tutta questa delicata fase sarebbe stata la presidente, Valentina Cuppi.

Per essere davvero sinceri bisognerebbe però anche aggiungere che tanto il bizantinismo dello statuto (modificato in senso ancor più accentuatamente levantino nel 2019), quanto la scelta di Cuppi come presidente, così come tutte le altre decisioni che hanno portato a questa situazione, sono state prese dal gruppo dirigente eletto al precedente congresso con Nicola Zingaretti, che ha trovato in Letta un lealissimo e convintissimo continuatore.

Non per niente, alla direzione del 6 ottobre, il dibattito sull’esito del voto aveva visto articolarsi uno spettro di posizioni che andavano da quella del segretario niente-affatto-dimissionario, secondo il quale il risultato era «non catastrofico», a quella del leader della corrente di sinistra, Andrea Orlando, secondo il quale era «non disastroso».

E così il Partito democratico aveva deciso democraticamente di rinviare a una successiva direzione (quella di venerdì prossimo) la discussione su quando e come cominciare a prendere in considerazione l’idea di avviare un percorso, ovviamente partecipato e plurale, che al termine di vari passaggi rifondativi, costituenti e ricostituenti, rigeneranti e ricreativi, in un giorno imprecisato del prossimo anno, probabilmente in primavera, con le prime ciliegie, potesse infine sfociare in un vero e proprio congresso.

Tutto questo, per quanto assurdo possa apparire, è effettivamente giustificato dallo statuto, che oltre a prevedere due fasi, il congresso degli iscritti prima e le primarie vere e proprie poi, con le relative campagne elettorali, prevede anche un’ulteriore fase preliminare, piena di passaggi molto partecipativi, «documenti politici» e «contributi tematici», nonché una «piattaforma deliberativa online» di cui probabilmente a quest’ora si saranno dimenticati i suoi stessi inventori, e varie altre finezze aggiunte nella già citata riforma del 2019 (il cui vero scopo era ridurre a due, invece che tre, i potenziali candidati alle primarie, così da escludere quasi matematicamente la possibilità di qualunque tipo di sorpresa).

È dunque pressoché inevitabile che Letta e l’attuale gruppo dirigente, cioè le stesse persone che nel 2018 definivano il 18,7 per cento una sconfitta epocale e che oggi definiscono il 19,1 un dato «di tenuta» (e non nel senso che si sono tenuti la sconfitta epocale di cinque anni prima), continuino a governare per almeno altri cinque o sei mesi un partito che all’esterno, obiettivamente, tutto appare tranne che democratico.