Nato per governareIl bipolarismo sulla guerra e sulla pace scombina i giochi sul governo

La politica è divisa tra linea della fermezza e linea della trattativa nei confronti di Putin. I due schieramenti sono molto eterogenei, ma sulla Russia accomunano fazioni opposte (e poi c’è il nulla di Conte)

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La guerra è lo spartiacque di questa fase storica. Divide la politica mondiale e quella italiana. Stavolta il cleavage non è tra destra e sinistra ma – per usare una dicotomia in voga su tutt’altre questioni negli anni Settanta – tra linea della fermezza e linea della trattativa. Tra chi tiene ferma la solidarietà attiva verso l’Ucraina e chi è più o meno in buona fede per l’apertura di una trattativa, senza tuttavia indicarne condizioni, tempi e modalità.

I due schieramenti sono politicamente eterogenei e proprio per questo bisognerebbe indagare come sia possibile che sulla linea della fermezza si ritrovino Carlo Calenda, un pezzo forse ormai minoritario del gruppo dirigente del Partito democratico e Giorgia Meloni e sull’altro fronte Giuseppe Conte, Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Nicola Fratoianni, Pier Luigi Bersani.

Ovviamente, questi ultimi non parlano la stessa lingua: eppure sono accomunati da diverse opinioni, il giudizio negativo su Volodymyr Zelensky, l’idea di un accordo in cui Kyjiv ceda parte del territorio, soprattutto lo stop dell’invio di armi alla Resistenza ucraina.

Ovviamente nei “trattativisti” regna un diverso grado di civiltà politica così come è evidente l’ambiguità di questo o di quello: come ad esempio Giuseppe Conte che da una parte ieri ha criticato «la ricostruzione» fatta dal capo di Forza Italia e al tempo stesso «l’escalation dopo 200 giorni di guerra»: tutto e il contrario di tutto.

Nel quadro del populismo-pacifismo è facile pensare che Massimo D’Alema, cioè l’ideologo della «svolta pacifista» dell’avvocato del populismo, condivida nel merito le cose dette dal Cavaliere nell’allucinato e allucinante discorso ai deputati di Forza Italia, ed è un incrocio sorprendente delle strade di due leader politici decisivi trent’anni fa.

Questo per dire che la contraddizione pace-guerra oggi si declina in termini molto diversi da quelli di un tempo e apre a esiti imprevisti, sicché una forza di destra con evidenti addentellati con la politica e il pensiero reazionari come Fratelli d’Italia si ritrova schierata per la libertà di un popolo e contro il nuovo fascismo di Mosca; e che terzomondisti come i capi della sinistra nutrono grossi dubbi, per usare un eufemismo, sulla liceità della Resistenza ucraina e sull’onestà del suo capo Zelensky, finendo per accogliere l’istanza di Mosca circa l’annessione di pezzi di Ucraina.

Finora la lotta tra fermezza e trattativa aveva attraversato soprattutto la sinistra e il centrosinistra: tra Lorenzo Guerini e Laura Boldrini passa un oceano. Ma ora il contrasto è esploso nella destra con un fragore mai visto.

Berlusconi si è scatenato rivendicando il patto della vodka e del lambrusco con il dittatore del Cremlino ma è stato severamente messo a posto da Meloni, che ha espresso una posizione identica a quella che avrebbe potuto scrivere l’Enrico Letta di tre mesi fa(e speriamo anche di adesso) o Matteo Renzi, con parole inequivocabili come «l’Italia è a pieno titolo, e a testa alta, parte dell’Europa e dell’Alleanza atlantica» e ancora «l’Italia con noi al governo non sarà mai l’anello debole dell’Occidente», che era ed è esattamente il timore di Washington e Bruxelles.

Il messaggio sembra rivolto non solo alle Cancellerie ma ai cittadini italiani, e se è così, la premier in pectore ha indubbiamente dimostrato una notevole capacità di leadership. L’effetto di queste parole sono state la consueta e stucchevole retromarcia del Cavaliere e il subitaneo allineamento di Antonio Tajani che lo ha però condito con una buona dose di sospetti sull’intera operazione berlusconiana: ma sono fatti loro.

Se Meloni ha fatto il suo, la questione riguarda ancora una volta il Partito democratico, ovviamente indisponibile a elogiare Meloni, è stato più onesto Calenda che le ha detto brava, anche nel momento in cui attaccava Il Cavaliere, per la verità con una nota non memorabile del segretario, senza particolari iniziative a sostegno, nemmeno televisive.

Ma il problema riguarda l’immediato futuro: quanto reggerà il Partito democratico sulla linea della fermezza? Quanto reggerà un leader indebolito come Letta a tenere la linea del sostegno armato a Kyjiv di fronte al “pacifismo” di gran parte del gruppo dirigente che, come abbiamo scritto, porterà il partito del Nazareno a sfilare nella manifestazione “contiana” del 5 novembre, nella cui piattaforma nemmeno si menziona Vladimir Putin?

Qui si para una questione politica di prima grandezza: se il Partito democratico “sbraca” in Parlamento potrebbe non esserci una maggioranza favorevole all’invio di armi, che è poi la cartina di tornasole della linea antirussa. E questo malgrado la linea di Giorgia Meloni che incredibilmente potrebbe guidare lei il partito della fermezza, cioè il partito della libertà. E anche questo dimostra che la Politica non solo è imprevedibile ma anche imperscrutabile e non resta che attendere le verifiche della Storia.