Paura del silenzioLa fine della società adulta, e noi

Tutti bramano di apparire alla mano, carini e adolescenti perché nessuno sopporta l’impopolarità, e per questo siamo diventati tutti quindicenni

Unsplasj

«La verità è che i ricchi e famosi sono da sempre cafoni con la servitù. Non è una bella cosa, ma fino a poco fa non era neanche una notizia. Adesso i social danno a ogni ristoratore, tata, scenografo, e passante che origlia una piattaforma in grado di raggiungere una platea globale. È molto più difficile, per la gente famosa, controllare la propria immagine, e quasi impossibile mantenere una reputazione impeccabile. Essere noti per la propria carineria è pericoloso».

L’ha scritto un critico culturale sul New York Times, giacché abitiamo un occidente così decaduto che ai critici culturali tocca commentare il fatto che sui giornali americani è una settimana che si parla d’un conduttore televisivo che avrebbe dato dell’incapace al cameriere di ristorante costoso che aveva più volte servito alla sua tavolata piatti sbagliati. È la storia meno interessante del mondo, e lui (il critico) ha fatto quel che poteva: l’ha presa dal lato della condanna alla simpatia.

Che fine hanno fatto gli adulti? Non quelli anagrafici: quelli disposti a comportarsi da adulti, e quindi anche a essere antipatici. Scorro i social dei politici, cerco un adulto disposto a essere sgradevolmente non quindicenne, e mi viene un dubbio: sono scomparsi assieme agli antipatici?

Quando avevo vent’anni c’era una canzone di De Gregori che diceva «i simpatici mi stanno antipatici, i comici mi rendono triste, mi fa paura il silenzio ma non sopporto il rumore». Di quei versi lì, l’unico ancora valido per le masse è «mi fa paura il silenzio». Il silenzio ci pare inconcepibile.

Un paio di settimane fa Stefano Bonaccini, presidente della regione Emilia Romagna e forse prossimo segretario del Pd (parlandone da vivo), ha twittato «Auguri, tesoro», con allegata foto di femmina, immagino sua moglie o fidanzata. Non ce l’aveva in casa, per farle gli auguri? Non ne aveva il numero di telefono? Probabilmente sì, ma esiste solo ciò che esiste in pubblico.

Se fate un giro sugli Instagram dei famosi, sono pieni di auguri di compleanno ad altri famosi di cui hanno il numero di telefono ma se non gli fanno gli auguri in pubblico poi magari esce un articolo che dice che hanno bisticciato. Ci fa paurissima il silenzio, sopportiamo benissimo il rumore.

Vogliono essere tutti simpatici, persino quelli che sembra facciano la gara contraria, persino quelli fatti a forma di caratterista antipatico di film dei Vanzina: Calenda, Salvini. Qualcuno ha ritagliato cinque tragici secondi d’una diretta TikTok di Matteo Salvini, il senatore legge i commenti, nella fattispecie questo: «Emmebi01 scrive un pensiero importante: ti cago in bocca».

Si può usare l’ostilità per catalizzare affetto? Certo che sì, sull’internet non si fa praticamente altro, e Salvini ha per l’internet lo stesso istinto di quelle che ci vendono mutande d’acrilico e penzierini sull’endometriosi. Guardate, mi attaccano, ma io resisto agli strali e sono qui a intrattenervi. Guardate, ho gli antipatizzanti: non mi trovate simpatico?

Persino Carlo Calenda, che pure ha impostato praticamente tutta la sua comunicazione su toni sprezzanti e determinazione a ribadirci quanto facciamo schifo come nazione (non che avesse tuttissimi i torti), ha un’aria sinceramente attonita quando non viene trattato come il più simpatico della scuola: si capisce che non vuol essere antipatico, vuol essere così naturalmente simpatico da venire amato anche se non si sforza di comportarsi da simpatico.

Sono tutti quindicenni cui piace piacere, forse perché gli preme piacere ai quindicenni. Hanno tutti dei figli, credo sia anche quello il problema. Piers Morgan, che fa il giornalista da quando io ero al liceo e ha diretto il suo primo giornale (il News of the World) a 29 anni, è stato ospite del podcast di Jordan Peterson, psicologo canadese che l’internet ama odiare. Prima del podcast, era stato Morgan a intervistare Peterson, e nel podcast gli spiega che è stato il figlio – che come tutti i ventenni non guarda la tv ma guarda YouTube, dove Peterson è una star – a spiegargli l’approccio giusto.

Papà, avrebbe detto il ventiequalcosenne al padre cinquantasettenne che fa interviste da più di trent’anni, l’arma più potente d’un intervistatore televisivo è il silenzio: l’intervistato si sentirà in imbarazzo, vorrà riempirlo, dirà qualcosa. La smania dei genitori della mia generazione di far sentire rilevanti i figli è sempre uno spettacolo straziante, ma non l’avevo mai vista arrivare a sostenere che la prima regola ovvia di qualunque intervistatore l’avesse dovuta svelare, a un intervistatore di lunghissimo corso, il figlio che puzza ancora di latte.

È che ormai dire che il mondo è del puccettone di mamma sua è l’unico modo certo e rapido di risultare simpatico alle folle, comportarsi come se del puccettone di mamma sua si fosse coetanei è l’unica modalità accettata, e da questo disastro forse non torneremo mai più indietro.

Ben Elton, autore comico inglese con molti antipatizzanti, prima che Liz Truss si dimettesse ha dato un’intervista al Times in cui a un certo punto diceva della Thatcher: «Era una politica che aveva profondi princîpi – e a me i suoi princîpi facevano schifo. Ma rispettavo il suo essere disposta a essere impopolare. Odiavo le sue azioni, ma rispettavo il suo carattere. Il problema con Truss è che sembra motivata solo dall’ambizione. Non ha princîpi coerenti, e questo è un riflesso di ciò che sta accadendo in generale alla politica».

Non vorrei generalizzare (era lo stesso Elton a raccomandare caldamente di non farlo, «Dobbiamo credere nella democrazia, se ci mettiamo a dire che tutti i politici fanno schifo ci ritroviamo col fascismo»), ma temo che il riflesso – su Truss, su tutti – di ciò che sta accadendo all’umanità sia che vogliamo risultare simpatici, alla mano, gradevoli, infantili. Non è per ambizione, che non siamo disposti a essere impopolari: è perché ci terrorizza il silenzio e che nessuno ci chieda più se possiamo fare un selfie assieme.

Perciò ci adeguiamo a ciò che la società – delle madri, dei puccettoni, dei cuoricini – esige per classificarci come simpatici. Non troppo adulti che annoia, non troppo colti che spaventa, non troppo ricchi che inquina (la povera Ferragni è finita a doversi far fotografare in economy, e neppure intende candidarsi a nulla, ma le leggi del consenso sono uguali per tutti).

Racconta quel critico del NYT che il comico John Mulaney sta portando in giro uno spettacolo in cui dice che piacere è una prigione. Essere simpatici è una galera, per saperlo basta essere mai stati in un luogo pubblico con una persona famosa, costretta a farsi autoscatti sorridenti con gente che non necessariamente la ammira: più spesso sa che è una persona famosa, e non vuole sprecare l’occasione d’averci una foto, la considera un proprio diritto, e la tapina celebrità deve sorridere e non dire ma che minchia vuoi da me, che neanche hai mai visto un mio film, altrimenti il tizio che fin lì non sapeva di che fama fosse famoso quello lì diverrà il suo più dettagliato detrattore, e dirà a tutta l’internet che altro che reputazione impeccabile, quel noto cafone.

Quand’avevo ventiquattr’anni c’era una canzone di Guccini che diceva «spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato»: all’epoca c’immedesimavamo tutti tantissimo nel suo Cyrano che preferiva la verità alla popolarità; oggi verrebbe liquidato come un insopportabile controcorrentista. Oggi che la Thatcher, a ogni «There’s no such thing as society», dovrebbe premettere: lo dico come madre.

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