Un fisico bestialeI 60 anni di Luca Carboni e i favolosi dischi dell’adolescenza (che non capivo)

Ho passato il secondo anno di liceo a ripetere convinta testi che non comprendevo, ma quelle canzoni sono nel mio dna più di tante altre cose accadute dopo perché a quell’età siamo come carta assorbente

Lapresse

Sì, lo so cosa vi hanno detto di dire per atteggiarvi a critici culturali: che non conta il «cosa» ma il «come». Non è che non sia vero – altrimenti come distingui la My Way di Sid Vicious da quella di Frank Sinatra – ma poiché alla fine non contano né il cosa né il come, ma solo il sentimentalismo e il complesso sistema di leve e madeleine per cui certi consumi ci si appiccicano, c’è una cosa che conta ancora di più: il «quando».

Per quanto sia stato rilevante nella mia vita Ivano Fossati – a vent’anni non ascoltavo praticamente altro – non potrà mai esserlo quanto Sandy Marton. So che, se dovesse leggere questo rigo, Fossati chiamerebbe l’avvocato (e farebbe bene), ma non è colpa di nessuno: People from Ibiza è uscita l’estate dei miei undici anni, e non sei mai più carta assorbente quanto lo sei tra le medie e il liceo; nulla di ciò che consumi dopo lascia tracce nel tuo dna come le frasette che trascrivi sul diario in quegli anni, nessun saggio sottolineato e citato da grande, o fiaba della buonanotte che ti leggevano all’asilo, ti segna come ti segnavano i testi delle canzoni pubblicati su Tutto Musica e Spettacoli.

E quindi io ieri mattina non ho acceso il telefono, perché sapevo cosa sarebbe successo. Sapevo che quello lì è nato dieci anni e una settimana prima di me, e che quindi qualcuno mi avrebbe scritto «Oh, ma hai visto che Luca Carboni compie sessant’anni», e non ero pronta a guardare l’abisso dentro di me e ad ammettere che le commesse dei negozi del centro che vivono a mezze giornate di Ci stiamo sbagliando sono state più importanti, per la mia formazione, dei linotipisti di Com’è profondo il mare, che sarà anche un disco cui mi sono più dedicata da grande ma è uscito che non avevo neanche cinque anni, cosa volevi che capissi, cosa volevi che immagazzinassi, cosa volevi che citassi con gli uniposca sul diario di Snoopy.

C’è una cosa che è evidente, ripercorrendo i Carboni della mia preadolescenza ma pure quelli della mia adolescenza, rimettendo a tutto volume quel che squarciagolavamo da piccole e ancora ci commuove da grandi: che noialtre avevamo una tensione a diventare grandi che le quindicenni di oggi hanno completamente perduto (per colpa dei genitori, decisi a trattarle come gente bassa ma con tutto da insegnarci, mica con tutto da imparare).

Non avevo idea di cosa cantavo, quando quattordicenne ripetevo «con i suoi m’ama non m’ama, oddio non m’ama più, coi suoi se deve partire un bacio che sia di quelli che non scordi più»: sapevo quello cui tendevo, sapevo dell’amore quel che ne sapeva Giulietta Capuleti, ma con la botta di culo di non morire della mia inadeguatezza alle cose del mondo.

Ho passato il secondo anno di liceo a ripetere convinta testi che non potevo capire, a canticchiare dolente che Luca si buca ancora senza aver mai visto un eroinomane se non nelle pagine di quel romanzo tedesco con la copertina gialla, ad amare sopra ogni altra di quell’album quella che raccontava mondi che non erano il mio: «E dicevi dai, dai che facciamo un bambino».

Oggi nessun cantante che volesse piacere alle liceali pretenderebbe da loro una tensione all’adultità, sarebbe lui che si finge quindicenne per andar loro incontro. Che fortuna pazzesca aver avuto quindici anni quando gli album contenevano Chicchi di grano.

Quando Luca Carboni pubblica il suo album più bello io ho diciannove anni, vivo a Roma da pochi mesi, e sono impegnata a far finta di non essere di Bologna (a far finta di essere chiunque altro). Sì, mi accorgo di Ci vuole un fisico bestiale (Francesca Reggiani faceva alla tele una fantasmagorica imitazione di Alba Parietti che la cantava con la premessa «Questa è una canzone che mi hanno insegnato i miei amici filosofi Nietzsche, Kant, e Beckenbauer»). E anche di La mia città: «Mi dispiace signora mia, è solo uso foresteria» parlava di me, non era più tensione al futuro ma iperrealismo. Non sono più carta assorbente, non è colpa di nessuno, è andata così, mi sono persa per strada Carboni e la voglia di crescere: sono impegnata a trovare un appartamento non uso foresteria.

Quindi Mare mare per me non è uscita nel 1992: è uscita nel 2011, quando Carboni l’ha fatta con Cremonini e Jovanotti all’Arena di Verona, e io ho passato quei minuti a chiedermi ma io perché non passo le giornate ad ascoltare questo cazzo di capolavoro (cosa che poi ho diligentemente fatto nei successivi dieci anni: l’unico vero vantaggio del digitale è che puoi ordinargli la ripetizione d’una canzone invece di doverti mettere lì a tornare indietro con la puntina sul vinile e farti una musicassetta interamente con un’unica canzone ripetuta).

E adesso che siamo tutti vecchissimi, adesso che i quindicenni ascoltano delle porcherie e la ragione per cui lo penso è che è vero ma è anche che tutte le vegliarde della storia dell’umanità hanno pensato vuoi mettere ai miei tempi, adesso che le ragazze che sghignazzano e fanno sentire Carboni solo, adesso che quelle ragazze non posso più essere io, adesso «cosa son venuto a fare, ho già un sonno da morire» è forse il verso che mi assomiglia di più nella storia della musica leggera, e quindi è andato tutto come doveva: che Carboni mi stava aspettando, mentre io attraversavo il mondo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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