Pressing strumentaleL’attentato di Istanbul è il (nuovo) pretesto di Erdoğan contro i curdi

La scusa del terrorismo serve al presidente turco per provare a isolare il Pkk e avanzare richieste a Nato, Europa e Stati Uniti. L’attacco avrà conseguenze dirette sui rapporti in Medio Oriente

Il presidente turco Erdogan al G20 di Bali
Mast Irham/Pool Photo via AP

La responsabilità dell’attacco nella via centrale di Istanbul è stata addossata in meno di ventiquattro ore a una donna di nazionalità siriana, che avrebbe confessato di essere stata addestrata dal Partito dei lavoratori curdi (Pkk) e di aver ricevuto ordini da Kobane, città simbolo della resistenza curda contro l’Isis. La versione offerta all’indomani dell’esplosione dalle autorità turche deve ancora essere confermata, ma quanto accaduto a Istanbul mostra già i suoi primi effetti sul piano internazionale.

Il Pkk, considerato da Ankara un’organizzazione terroristica, è da mesi al centro del braccio di ferro tra Turchia, Svezia e Finlandia per l’adesione dei due paesi scandinavi nella Nato. Un’adesione che il governo turco continua a tenere in sospeso in attesa di un inasprimento delle legislazioni anti-terroristiche nazionali di Svezia e Finlandia richiesto da Ankara proprio per colpire i membri del Pkk, del partito curdo siriano (Pyd) e delle milizie curdo-arabe che hanno trovato rifugio nel nord Europa.

Ad oggi le richieste della Turchia sono state accolte solo in parte, ma l’attacco a Istanbul potrebbe giocare in favore del presidente Recep Tayyip Erdoğan, che continua a fare pressioni sui governi di Svezia e Finlandia. Nelle ultime settimane in realtà qualcosa si era già mosso, con il nuovo primo ministro svedese dettosi pronto a inasprire i controlli sui curdi residenti nel suo paese e ad approvare le leggi necessarie per attuare il memorandum firmato a giugno con la Turchia.

Con questo nuovo attacco nel cuore di Istanbul, il governo turco avanzerà con ancora più forza le sue richieste, chiedendo a livello internazionale maggiore sostegno alla lotta contro il terrorismo. Ossia contro il Pkk e le altre formazioni curde attive in Siria. Ma la responsabilità dell’attacco, secondo i media turchi, è anche degli Stati Uniti, seppur indirettamente. Come affermato anche dal ministro dell’Interno Süleyman Soylu, gli Usa continuano a sostenere le milizie curdo-arabe della Siria del Nord, pertanto sono a loro modo coinvolti in quanto accaduto domenica a Istanbul.

Il ministro ha anche rifiutato le condoglianze espresse dal governo americano, segno ulteriore di un inasprimento delle relazioni tra i due paesi. I rapporti tra Turchia e Usa si sono fatti più tesi con l’elezione del democratico Joe Biden e quanto accaduto a Istanbul ha messo fine anche ai tiepidi tentativi di riavvicinamento tra i due paesi degli ultimi mesi. Quello che Ankara chiede da tempo a Washington è la fine del sostegno all’Amministrazione autonoma del Rojava, nonché l’allontanamento delle truppe americane dal suolo siriano.

Tutte richieste rimaste ad oggi inascoltate e su cui la Turchia tornerà sicuramente ad insistere dopo l’attacco a Istanbul. I dossier su cui Erdoğan potrebbe chiedere un cambio di passo agli Usa però non riguardano solo la Siria. Il presidente turco attende da tempo lo sblocco della vendita degli F-16 e dei kit di ammodernamento dei caccia di fabbricazione americana già in dotazione alle forze armate, indispensabili per evitare che la flotta aerea turca diventi obsoleta nel giro di pochi anni.

Ma non è tutto. A preoccupare Erdoğan sono anche le indagini federali Usa contro la banca statale Halkbank, usata per aiutare l’Iran ad aggirare le sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Il presidente turco, inoltre, teme un inasprimento delle sanzioni secondarie contro gli istituti di credito del proprio Paese, usati dalla Russia per evitare le restrizioni applicate dagli Usa e dell’Ue in risposta all’invasione dell’Ucraina, e potrebbe usare l’attacco a Istanbul per evitare azioni contro le banche turche. I temi su cui Erdoğan potrebbe fare pressioni, dunque, sono vari e non è detto che le sue parole restino inascoltate.

Ma gli effetti dell’esplosione a Istanbul si vedranno anche in Medio oriente. Erdoğan punta da tempo a lanciare una nuova operazione contro il nord della Siria ai danni dei curdi e con l’obiettivo di espandere l’area di confine sotto il proprio controllo, dove dovrebbero essere ricollocati “volontariamente” i rifugiati siriani. Il piano di Erdoğan è stato però bloccato dalla Russia, alleata dal presidente Bashar al Assad, ma la situazione attuale potrebbe comportare un cambio di postura da parte di Mosca o a un riavvicinamento ulteriore di Erdoğan al presidente siriano.

Il capo di Stato turco potrebbe approfittarne per chiedere a Mosca e Damasco un inasprimento della pressione sul Rojava e di riflesso anche sugli Usa, senza bisogno di intervenire direttamente. Altro Paese su cui si rifletteranno gli effetti dell’attacco a Istanbul sarà l’Iraq del Nord. La Turchia ha già condotto diverse operazioni militari contro l’area di confine in cui sono attive le milizie del Pkk e ha adesso una motivazione in più per continuare a colpire il Partito dei lavoratori, nonostante i rapporti altalenanti con il governo di Baghdad.

Per Erdoğan, dunque, l’attacco nel cuore di Istanbul può essere un’ottima carta da giocare per attaccare con maggiore forza il Pkk nei paesi più vicini e per fare pressioni a livello internazionale contro le formazioni curde presenti in Europa, anche al di là del caso di Svezia e Finlandia.

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