CicatriciA Bucha l’incubo della guerra non è (ancora) finito

Nella cittadina simbolo delle brutalità russe la maggior parte delle scuole ha ripreso a funzionare, così come gli ospedali e le cliniche, ma la sfida più grande è quella di rimarginare il trauma collettivo

LaPresse

Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

Al centro della «o» di «welcome» c’è un foro di proiettile. Una delle prime immagini che si nota all’ingresso della cittadina ucraina di Bucha, una ventina di chilometri a nord-ovest di Kyjiv, è anche quella che potrebbe simbolicamente riassumere gli ultimi mesi passati fra occupazione e liberazione.

Tutt’altro che benvenuto, l’esercito russo ha sparato e torturato insediandosi in città. I segni della battaglia e delle violenze sono ancora ben presenti nello spazio pubblico, fra muri scheggiati e soffitti divelti, fabbriche distrutte e finestre rotte.
«Qui attorno alla mia casa c’erano schierati cinquanta carri armati», racconta Halia nei pressi del condominio dove è potuta far ritorno da poco.

Ha in mano un mazzo di corniole, che va a vendere in una delle tante bancarelle informali della capitale. «È stato tutto bombardato. I militari ci giravano attorno e hanno distrutto l’ingresso. Si erano stabiliti qui, al quarto piano, e andavano e venivano in continuazione».

Bucha è stata sotto controllo dei russi fino alla fine di marzo. Asserragliati alle porte di Kyjiv, i membri della 64esima brigata si sono macchiati di numerosi crimini contro la popolazione civile, le cui testimonianze hanno iniziato a circolare sulla stampa e sul web poco dopo la liberazione (dando adito anche a numerose speculazioni negazioniste).

Tutta l’area in realtà, dalla vicina Irpin all’aeroporto di Hostomel, è stata teatro di massacri e combattimenti. In alcune zone rimangono solo carcasse di edifici, centri commerciali completamente bruciati, ponti saltati. La fitta foresta del quartiere di Pushcha-Vodytsia, che connette queste cittadine alla capitale, è ora rigidamente pattugliata: il camouflage delle divise si mescola al giallo autunnale delle foglie. È in questo pezzo di terra che si sono decise le sorti iniziali del conflitto: fosse caduta Kyjiv, staremmo con tutta probabilità parlando di uno scenario completamente diverso.

La resistenza dell’esercito ucraino ha invece respinto le truppe russe al di là del fiume e ha permesso, dopo un mese di battaglia, di liberare i centri circostanti. «Putin è un pazzo. Vuole prendere Kyjiv ma non c’è modo che noi possiamo farcela», recita la voce di un soldato invasore in una delle intercettazioni telefoniche effettuate durante il periodo d’occupazione a Bucha e verificate dal New York Times. Dice un’altra: «Ci sono cadaveri lungo la strada. Civili dappertutto. È un casino».

Verso una possibile ricostruzione
Quando arriviamo a Bucha, attorno al 20 settembre, le temperature sono miti. Le piogge autunnali che portano fango – e il tanto temuto «generale Inverno», che secondo alcuni potrebbe imprimere delle svolte a livello militare – appaiono ancora lontani.

I segni delle violenze, almeno quelli visibili, sembrano amalgamarsi al ritmo e ai gesti di una cittadina (oltre trentamila abitanti) che riprende le proprie attività: fra le pareti perforate e dai colori pastello dei quartieri residenziali di Bucha Kvartal e Nova Bucha, gruppi di bambini giocano fra scivoli e castelli; lavoratori in pausa si prendono un caffè nel piccolo e pulito alimentari di un mercato, mentre dall’altro lato rimangono solo macerie incendiate del vecchio negozio di strumenti musicali; presso l’incrocio principale ragazzi affollano il bar e allo sportello della banca si forma una coda, ma in piazza una cupola mobile dell’Unicef ricorda che non è un tempo normale, ora i giorni non sono giorni qualunque.

«Ci sono 2882 edifici danneggiati, 419 per ora i corpi di persone ammazzate e torturate, almeno dieci gli abitanti ancora dispersi»: queste le cifre scandite dal sindaco di Bucha Anatoly Fedoruk durante la conferenza stampa a sei mesi dalla liberazione di Bucha, che si tiene presso la biblioteca comunale.

«Le nostre priorità sono appunto quelle di restituire le spoglie alle famiglie, ma soprattutto di procedere con le identificazioni e con la raccolta di prove e testimonianze da consegnare al tribunale. In più, stiamo cercando di riparare tutte le infrastrutture colpite e di fare in modo che chi ha perso casa non abbia problemi per l’inverno che arriva».

La maggior parte delle scuole hanno ripreso a funzionare, così come gli ospedali e le cliniche. Non dappertutto però è ripristinata l’acqua corrente e ci sono difficoltà nel funzionamento degli impianti di gas. Ma, chiaramente, la sfida più grande è quella di rimarginare il trauma collettivo e di ripristinare la comunità.

«Vogliamo che tutte le persone fuggite ritornino», afferma fiducioso Fedoruk. «A oggi, possiamo dire che il settanta per cento dei residenti ha potuto rientrare in città, ma vogliamo che sia di più. Qua a Bucha stiamo ospitando anche persone da altre zone dell’Ucraina, ci sono anche molti rifugiati interni dalla guerra del Donbass».

Giorni di incertezza
Ai lati del piccolo palco da cui il rappresentante dell’amministrazione comunale tiene la sua conferenza stampa, alcune foto di una mostra fotografica temporanea: sono ritratti di prigionieri politici bielorussi arrestati nell’ambito delle proteste di due anni fa contro la rielezione di Lukashenko (la mostra è organizzata con la collaborazione della storica associazione di difesa dei diritti umani Viasna96).

Bucha dista circa centocinquanta chilometri da quella che è stata definita «l’ultima dittatura d’Europa», sei o sette volte meno che dalle repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk, e non pochi dissidenti bielorussi vi hanno cercato rifugio dalla repressione in Ucraina (anche se l’atteggiamento della popolazione ucraina nei loro confronti sembra essersi deteriorato, come indicano alcuni recenti sondaggi).

Con lo scoppio della guerra, inoltre, cittadini della vicina repubblica si sono arruolati nelle file della resistenza di Kyjiv formando il proprio battaglione, mentre dal canto suo Lukashenko ha dato pieno appoggio logistico e politico a Putin e, da qualche giorno a questa parte, minaccia pure un ingresso diretto in guerra.

Autoritarismo di Minsk, conflitto del Donbass, ricostruzione post-occupazione russa… si ha come l’impressione di essere all’intreccio di territori che collassano fra loro e di tensioni mutevoli, delle quali l’invasione del 24 febbraio rappresenterebbe infine il culmine. Nello specifico, comunque, non si parla solo di Bucha. Man mano che altre zone sono state liberate, torture, violenze e fosse comuni sono apparse in molti altri centri e città, da Izyum a Lyman.

Capita anche che – così informa Fedoruk – nello stesso posto siano stati seppelliti corpi provenienti da aree e regioni diverse: un fatto che rende più difficoltoso il riconoscimento e che richiede coordinazione fra le diverse città. «Durante il periodo di occupazione era molto rischioso lasciare la città», ci spiega la ricercatrice Alona Liasheva, che sta lavorando a un progetto basato sulle testimonianze di cittadini e cittadine ucraini che subiscono le conseguenze della guerra.

«È vero che a un certo punto sono stati aperti corridoi umanitari affinché la popolazione potesse lasciare Bucha, ma le pressioni dei militari russi erano costanti. Mi hanno raccontato che chi provava ad andarsene, soprattutto a piedi, veniva interrogato o talvolta torturato. Più in generale, c’era proprio una situazione di estrema incertezza. Data la limitatezza della connessione a Internet o ad altre reti di comunicazione (solo per qualche ora al giorno e collegandosi a un generatore comune), diventava difficile capire che cosa succedeva al di fuori della città, dove fosse il fronte per esempio. “Ma l’Ucraina esiste ancora?”, si chiedevano i residenti».

Nuovi confini
Col fronte spostato di gran lunga più a est, dunque, si pensava che zone quali Bucha, Irpin e Hostomel – per non parlare della stessa Kyjiv (dove, a eccezione del coprifuoco, la vita è scorsa tranquilla negli ultimi tempi) – avrebbero potuto iniziare a pensare al futuro. Con la recente nomina del generale russo Surovkin a capo dell’«operazione speciale», però, si sono nuovamente intensificati i bombardamenti diretti a obiettivi civili, anche nelle città dell’ovest. Le autorità del paese lanciano l’allarme per una nuova scarsità di corrente elettrica e gli allarmi si moltiplicano.

C’è tanto lavoro da fare: servono miliardi di gryvna, che verranno stanziati dal budget municipale e nazionale, oltre che da progetti interstatali, informa Fedoruk. Al momento, sul posto, è attiva soprattutto la protezione civile locale che opera in stretta collaborazione con l’esercito.

Come accennato, non tutto è stato ancora ripristinato, anzi: quotidianamente avvengono ancora distribuzioni di cibo e in molti provvedono autonomamente a reinventarsi un’attività. Alcuni dei giovani si sono arruolati: infatti i combattimenti intanto proseguono e i confini ucraini sono in perenne mutamento.

Certo, un confine invisibile, nella testa delle persone, sembra essersi consolidato almeno per il momento. «È un dolore infinito», conclude Halia, la «signora delle corniole», mentre volge gli occhi piangendo al proprio appartamento. «Vorrei che si aprisse la terra e che tutti i kazhapy (termine dispregiativo per indicare la popolazione russa, ndr) finissero là dentro».